La disuguaglianza nei redditi in Italia è molto alta e da lungo tempo. Di essa ci si è poco preoccupati e non molto è stato fatto per correggerla. Disporsi a affrontare questo grave problema richiede di conoscerne, oltre alle dimensioni quantitative, le caratteristiche qualificanti e i meccanismi generatori. Riflettere su questo può avere l’effetto, come sosterrò, di sfidare alcune convinzioni sulla disuguaglianza e sui modi di farvi fronte, diffuse anche a sinistra.
Queste note affrontano brevemente tre questioni: il ruolo dell’istruzione (o capitale umano); la possibilità di diventare super-ricchi con il proprio lavoro; il rapporto tra disuguaglianza economica e mobilità sociale.
L’odierna disuguaglianza deriva da cambiamenti profondi intervenuti nei mercati durante gli ultimi decenni. Il coefficiente di Gini, che è l’indicatore più utilizzato, segnala che la disuguaglianza nei redditi di mercato – cioè calcolati prima dell’intervento redistributivo del Welfare - in Italia è fortemente cresciuto (da 42% a 56%) tra la metà degli anni ’80 e la metà del decennio scorso. La causa sta sia nelle maggiori distanze tra il valore medio di redditi di diversa natura (quelli da lavoro dipendente hanno perso terreno rispetto a quelli da lavoro autonomo e da capitale) sia nella crescente dispersione tra redditi di uguale natura. La disuguaglianza all’interno dei lavoratori autonomi, che è sempre stata elevata, negli ultimi quindici anni si è accentuata e anche quella tra lavoratori dipendenti, in precedenza assai contenuta, ora è piuttosto elevata.
Quest’ultima disuguaglianza è spesso ricondotta alla diversa dotazione di capitale umano, sulla base della convinzione che il rendimento di quest’ultimo, con la globalizzazione e il progresso tecnologico, sia cresciuto. Questa interpretazione, che porta anche a suggerire di accrescere il capitale umano di chi ne è poco provvisto, non è convincente, almeno per il caso italiano.
In primo luogo, il rendimento economico del capitale umano risulta più basso che altrove e sembra perfino diminuito negli anni più recenti.
Inoltre, come risulta da stime effettuate su micro - dati relativi al 2007, la quota di disuguaglianza salariale imputabile alla diversa dotazione di capitale umano è molto bassa, inferiore a un quarto. Ciò vuol dire che tra lavoratori con la stessa istruzione (e uguali anche per altre caratteristiche come l’età, il genere, l’area di residenza, ecc.) vi sono notevoli differenze di reddito. Dunque, gran parte della disuguaglianza sfugge al capitale umano.
La combinazione di disuguaglianza salariale crescente e dinamica assai contenuta dei salari medi ha fatto in modo che i redditi più bassi siano davvero molto bassi: si spiega così perché il numero di “lavoratori poveri” sia in crescita, soprattutto, ma non solo, tra i lavoratori atipici. Inoltre, non pochi, tra i working poor, sono laureati e questo prova che il capitale umano non garantisce dal rischio di povertà.
In questa situazione l’accrescimento del capitale umano, anche se altrimenti desiderabile, rischia di essere, di per sé, inefficace contro la disuguaglianza. Occorrono altri interventi: anzitutto, politiche (industriali, dell’innovazione e anche di produzione di beni pubblici) in grado di valorizzare il capitale umano nei processi produttivi. Inoltre, occorre ridurre la possibilità di discriminare i salari sulla base, soltanto, della tipologia del contratto di lavoro: oggi la retribuzione oraria (e non solo quella annuale, che risente delle intermittenze dei periodi di lavoro) di lavoratori per altri versi identici risente molto del tipo di contratto.
Misure di questo tipo potrebbero avere, data la situazione di partenza, un effetto apparentemente paradossale: poiché tra i “poveri” vi sono molti lavoratori con capitale umano, accrescere il reddito di questi “poveri” avrebbe il duplice e inatteso effetto di ridurre le disuguaglianze e di elevare il rendimento del capitale umano. Un risultato che dovrebbe essere considerato come assai auspicabile anche a sinistra.
Le caratteristiche del nostro mercato del lavoro invitano anche a riflettere sull’efficacia, in termini di riduzione delle disuguaglianze, della creazione di posti di lavoro. Perché, al ridursi dei disoccupati si riducano anche le disuguaglianze, occorre che la distribuzione dei redditi tra gli occupati non peggiori. Questo non è accaduto in Italia e l’effetto è stato che la disuguaglianza complessiva è rimasta sostanzialmente invariata, malgrado il forte aumento di occupazione verificatosi negli anni precedenti la crisi. Dunque, politiche certamente desiderabili come l’accrescimento del capitale umano e dell’occupazione non sono, di per sé, in grado di assicurare la riduzione delle disuguaglianze. Occorre un insieme di interventi ben strutturato, che ne sfrutti le potenziali complementarità. Ragionare sulle complementarità tra politiche è una sfida da raccogliere per un’efficace azione di governo.
Volgendo ora lo sguardo alla parte alta, o meglio altissima, della distribuzione osserviamo che anche in Italia sembra essersi verificato un fenomeno inizialmente individuato negli Stati Uniti e cioè il forte aumento della quota di reddito nelle mani dell’1% più ricco della popolazione (o di quote ancora più ristrette). Nel nostro paese, dal 1993 il reddito dello 0,1% più ricco ha preso a crescere, risultando, nel 2004, in aumento del 40%. Quello dello 0,01% più ricco è cresciuto del 75%.
I dati segnalano anche la crescente presenza tra i top incomes di individui che derivano il proprio reddito non dal capitale o da altre forme di ricchezza, ma dal lavoro. Nello 0,01% più ricco circa il 40% è costituito da percettori di reddito da lavoro, più del triplo rispetto al decennio precedente. Si può immaginare di quali “lavoratori” si tratti: superstar, come si dice, dello spettacolo o dello sport, professionisti di grande notorietà, manager di alto livello e qualche grand commis dello Stato.
Su quali siano le origini di questi redditi (talento, potere, mercati protetti, tecnologie che consentono di raggiungere masse sterminate, accondiscendenza fiscale o altro ancora?) molto resta da conoscere.
Certamente queste tendenze segnalano che per diventare super-ricchi non è più indispensabile avere accumulato capitale reale o finanziario. Quali implicazioni questo abbia, non è facile a dirsi. Ma il fenomeno definisce un’altra sfida: interrogarsi in modo nuovo sul rapporto tra l’altezza e l’accettabilità dei “premi” decisi dal mercato. Premi alti, derivanti da meccanismi che non è facile giustificare, possono anche avere effetti distorsivi sul funzionamento dell’economia e far dubitare che la ricchezza, e non solo la povertà, sia un problema.
L’ultima questione riguarda il rapporto tra disuguaglianza e mobilità sociale. Quest’ultima è frenata se la trasmissione intergenerazionale rende molto probabile che il figlio del ricco sia ricco e il figlio del povero sia povero; parallelamente risulta violata l’eguaglianza delle opportunità, da tutti considerata auspicabile. In Italia, la trasmissione intergenerazionale dei redditi da lavoro è molto alta. Le cause sono molteplici e non si esauriscono nel vantaggio che i figli dei ricchi possono avere in termini d’istruzione. Ma al di là di questo, occorre sottolineare un altro aspetto: come suggerisce l’elevata correlazione, individuata a livello internazionale, tra queste due manifestazioni della disuguaglianza, laddove la distanza tra ricchi e poveri è ampia può essere più facile attivare meccanismi (nel sistema economico, nelle scelte politiche, ecc,) che rendono più agevole ai figli dei ricchi di essere loro stessi ricchi. La conseguenza è un’ulteriore sfida che, soprattutto a sinistra, dovrebbe essere raccolta, e cioè la revisione dell’idea che l’eguaglianza delle opportunità possa realizzarsi indipendentemente da quel che accade alla disuguaglianza nei redditi.