Maurizio Ambrosini  

Povertà ed esclusione, il ritorno della questione sociale

I temi della povertà, del disagio e dell’esclusione sociale stentano a trovare nel dibattito pubblico il posto che meriterebbero, benché la crisi economica iniziata nel 2008 abbia provocato qualche soprassalto di consapevolezza circa le difficoltà economiche in cui si dibatte una quota crescente della popolazione. Troppo poco, tuttavia: la stessa crisi, la disoccupazione e i problemi connessi sono largamente espunti dal circuito mediatico, oltre che dal discorso governativo, come mostrano le analisi dell’Osservatorio di Pavia.

La questione non si presenta d’altronde di facile trattazione. Se per povertà s’intende comunemente l’indigenza economica, ossia la privazione di beni considerati indispensabili, da tempo si conviene che questa dimensione non basta a definire i fenomeni di disagio e marginalità sociale. Per questo a livello europeo e poi anche nazionale si è affermato il concetto di esclusione sociale, che però richiede a sua volta di essere precisato. La Commissione europea, nel suo secondo rapporto ufficiale “sulla povertà e sull’esclusione sociale” (2002) ha fatto ricorso a una batteria di ben 24 indicatori (9 in più del primo rapporto), raggruppati in 5 dimensioni di “privazione non monetaria”: 1) privazione nello stile di vita di base (riferito a beni come il cibo, il vestiario, il pagamento delle bollette, la possibilità di andare in vacanza almeno una volta l’anno…); 2) privazione negli stili di vita secondari (riferiti a beni meno essenziali, come l’auto, il telefono, la TV); 3) disponibilità di standard abitativi comuni (servizi igienici interni all’abitazione, acqua corrente, doccia o vasca da bagno, ecc.); 4) deterioramento dell’abitazione (infiltrazioni d’acqua dal tetto, umidità, finestre rotte, …); 5) problemi ambientali (rumori, inquinamento, spazi inadeguati…).

In Italia, la Commissione d’indagine sull’esclusione sociale ha invece definito gli esclusi come coloro che occupano le posizioni più basse nella stratificazione sociale: non solo perché dispongono di meno risorse di quelle necessarie per condurre una vita normale, ma perché sono in un certo modo separati dal resto della società. L’elemento qualificante della nozione di esclusione sociale viene pertanto individuato nella “separazione tra coloro che partecipano pienamente alla società e coloro che invece si trovano privati di un ruolo riconosciuto” (2000: 75). L’esclusione viene concepita quindi come un concetto dinamico e multidimensionale, ossia derivante dall’accumulazione di diversi fattori di deprivazione, mentre la povertà sarebbe un concetto statico, oggettivo e misurabile.

Gli studi sull’argomento hanno posto poi l’accento su un elemento immateriale, che rimanda alla nozione di capitale sociale: la rilevanza delle relazioni sociali, dei legami intersoggettivi, dell’interazione con altre persone, ambiti di vita sociale, luoghi di aggregazione. L’isolamento, ossia la mancanza di contatti con i vicini di casa, la non frequentazione di altre persone, la non appartenenza ad associazioni o ad altre forme di vita collettiva, possono essere assunti come indicatori di esclusione sociale (Chiappero Martinetti, 2008).

Castel (1995) ha introdotto nel dibattito sul tema un termine icastico, quello di disaffiliazione, per esprimere la rottura dei legami sociali e dei sistemi di protezione primaria, che rischia di combinarsi con la perdita del lavoro producendo effetti di emarginazione molto pericolosi.


Fatto forse socialmente altrettanto rilevante, vulnerabilità e percezione di fragilità interessano un numero molto più ampio di persone, comprese famiglie di classe media che si ritenevano al riparo dalle incertezze economiche. Proprio la dimensione della vulnerabilità, e la percezione sociale di una crescente esposizione al rischio d’impoverimento, riconduce il dibattito sull’esclusione sociale verso il centro della società, ponendo in evidenza il fatto che non si dà una cesura netta tra mondo della povertà e mondo dell’integrazione sociale. Società più mobili e fragili, tanto sul piano occupazionale quanto nella sfera delle relazioni familiari, e incapaci di dotarsi di reti adeguate di protezione sociale, espongono un maggior numero di persone allo scivolamento verso condizioni di marginalità e, in spirali progressivamente discendenti, verso il precipizio dell’esclusione sociale.
Proprio la debolezza e la fragilità della compagine familiare, insieme all’assenza, alla precarietà o alla scarsa redditività del lavoro e alla mancanza di adeguate politiche di sostegno, sono le principali cause delle spirali d’impoverimento.
Nel caso della perdita del lavoro, la mancanza del sostegno del coniuge, o peggio, gli oneri derivanti da un divorzio, rischiano di avere effetti devastanti per le condizioni di vita delle persone.

Un mercato del lavoro più flessibile e instabile avrebbe bisogno di più impegno istituzionale verso i soggetti che ne sopportano le conseguenze (Zucchetti, 2005). Le famiglie non possono rappresentare l’unico ancoraggio alla società per le persone che perdono il lavoro: questo affidamento implicito ed esclusivo amplifica le disuguaglianze e sovraccarica le famiglie stesse, tracimando sulle loro risorse e capacità di fronteggiamento delle contingenze critiche.

Occorre domandarsi a questo punto come intervenire nel contrasto alla povertà. Accanto al dibattito sul reddito di cittadinanza, che qui non riprenderò, c’è un altro aspetto che merita attenzione. I discorsi sul ripensamento dei sistemi di protezione sociale, a partire dalle istituzioni europee, convergono largamente sul superamento di un’assistenza passiva (e passivizzante), in nome di un welfare attivo, volto a sostenere gli individui nello sviluppo di capacità di autoprotezione e responsabilizzazione nei confronti dei rischi sociali. La svolta trova un perno nel concetto di attivazione, in cui si richiede ai beneficiari delle misure di sostegno di assumere un ruolo di protagonismo responsabile nel loro reinserimento sociale, soprattutto mediante il lavoro. Di qui l’enfasi sulle politiche d’inserimento, rappresentate in modo particolare dai programmi di welfare to work, miranti a ridurre la dipendenza dal welfare dei beneficiari, reintegrandoli nel sistema occupazionale (Colasanto e Lodigiani, 2008). L’attivazione si declina pertanto sia come impegno istituzionale, sia come impegno individuale rivolto ai beneficiari: se le istituzioni pubbliche, direttamente o indirettamente, sono chiamate a sviluppare servizi promozionali e personalizzati, come la formazione lungo tutto l’arco della vita, l’orientamento al lavoro, i servizi di mediazione tra domanda e offerta di occupazione, i destinatari sono chiamati a diventare attori compartecipi della costruzione della risposta ai propri bisogni, essenzialmente attraverso la partecipazione al lavoro.
Questo duplice versante del discorso dell’attivazione lo espone a interpretazioni ambivalenti, su cui i critici non hanno mancato di sollecitare l’attenzione. Anzitutto, è per l’appunto un discorso, non costituisce una riforma complessiva del sistema di welfare, le cui coordinate istituzionali restano immutate. Continuano cioè a essere coperti rischi che non generano bisogni, e a essere mal tutelate situazioni (madri sole con bambini, persone senza dimora, disoccupati di lunga durata, ecc.) che richiederebbero ben maggiore impegno pubblico.

Giacché una politica dell’attivazione seriamente concepita comporterebbe investimenti economici rilevanti, e dall’esito comunque incerto, è stata recepita, nelle applicazioni, soprattutto l’idea della responsabilizzazione dei beneficiari e del contrasto alla dipendenza assistenziale. Di qui una tendenza verso una maggiore selettività delle misure di sostegno, una pressione affinché gli interessati accettino incondizionatamente le occupazioni offerte, fino a una stigmatizzazione più o meno strisciante verso chi non riesce a emanciparsi dal bisogno di assistenza.

Le stesse idee di attivazione e inclusione possono essere diversamente interpretate. Non è scontato, per cominciare, che una persona sia socialmente inserita per il fatto di svolgere un’occupazione remunerata di qualunque tipo, contenuto e durata.
Soprattutto in una stagione di recessione e di mancanza di occupazione, e ancor più di “buona” occupazione, emerge poi il fatto che l’attivazione non è destinata a coincidere necessariamente con un lavoro remunerato. La formazione può essere una forma di attivazione, al pari della partecipazione ad attività volontarie, associative, d’impegno civile, di utilità sociale. Specialmente quando si ha a che fare con persone la cui capacità di lavoro è compromessa da fattori invalidanti (per es., la malattia psichica), reduci da esperienze vulneranti come la vita in strada, colpiti da processi durevoli di stigmatizzazione e discriminazione (come le minoranze rom e sinte), o anche soltanto di età avanzata ma non ancora pensionabili, oppure assorbite da impegni di cura che ne limitano la possibilità di lavorare per il mercato, come nel caso delle madri sole con figli piccoli, si coglie l’esigenza di ripensare il contenuto della nozione di attivazione, riempiendola di significati più ampi e sensibili a varie forme di partecipazione e impegno civico (cfr. Paci, 2005) (nota 1) .

Di qui deriva poi un altro spunto: l’attivazione, anziché essere immaginata come un punto di partenza per il recupero degli esclusi, in molti casi va piuttosto concepita come il punto di arrivo di un percorso delicato e complesso, che esige sensibilità, accompagnamento personalizzato, interventi integrati con altri profili d’intervento sociale: in alcuni casi, la risposta al problema abitativo, in altri la disintossicazione o il recupero dell’efficienza psicofisica, in altri ancora il sostegno alla fragilità personale, la mediazione familiare, l’aiuto nella composizione tra impegni di cura e partecipazione al lavoro. Si può parlare di una strategia delle 3 A: accoglienza, accompagnamento, attivazione, come abbiamo messo in luce in una ricerca promossa dalla Fondazione Casa della Carità di Milano (Ambrosini, 2009). L’ultimo termine difficilmente può funzionare senza i primi due.



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Bibliografia


Ambrosini, M. (a cura di)

2009 Costruire cittadinanza. Solidarietà organizzata e lotta alla povertà, Milano, Il Saggiatore.
Castel, R.


1995 Les métamorphoses de la question sociale. Une chronique du salariat, Paris, Fayard
Chiappero Martinetti, E.


2008 Dalla povertà all’esclusione sociale: l’evoluzione di un concetto e le implicazioni sul fronte delle strategie, in Rinaldi, W., Giustizia e povertà. Universalismo dei diritti, formazione delle capacità, Bologna, Il Mulino, pp.63-79.
Colasanto, M. e Lodigiani, R. (a cura di)


2008 Welfare possibili. Tra workfare e learnfare, Milano, Vita & Pensiero.
Commissione di indagine sull’esclusione sociale


2000 Rapporto annuale sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato
Zucchetti, E.


2005 La disoccupazione. Letture, percorsi, politiche, Milano, Vita & Pensiero


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1) Si può ricordare di passaggio che le istituzioni statali, in Italia come in decine di altri paesi, già riconoscono e in una certa misura remunerano una forma di impegno sociale come il servizio civile volontario per i giovani.