Giuseppe Provenzano ,  Luca Bianchi  

Il Mezzogiorno nel gioco delle secessioni

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Esiste un nesso indissolubile tra Mezzogiorno e sinistra, da cui occorre ripartire per proporre una certa idea di Paese. Per lungo tempo, nella storia repubblicana, il meridionalismo segnò il discrimine tra progressisti e conservatori: non solo tra partiti, ma persino all’interno dei partiti stessi, tra personalità e sensibilità diverse. Con ogni evidenza, sinistra e meridionalismo esprimevano ed esprimono una matrice comune nell’idea di solidarietà e nella tensione irrinunciabile verso l’uguaglianza sostanziale dei cittadini. Una tensione che nella vicenda dell’Italia unita e divisa si traduceva specialmente in necessità di unificazione economica. Solidarietà, uguaglianza: idee in declino nel pensiero dominante degli ultimi decenni. Declino di cultura politica nella sinistra e di pensiero e azione meridionalista, dunque. Ma declino economico, anche.
Vi è uno specchio che restituisce nitidamente questa dinamica: il gioco delle “secessioni” a cui il nostro Paese ha ceduto, arrivando a ribaltare le ragioni e gli argomenti.

È luogo comune ormai diffuso, infatti, che “è ora di smetterla con queste aree deboli che sfruttano quelle forti”, con questo “sacco del Nord”... Non è forse questo il sentimento con cui si è posto in agenda il “federalismo fiscale” che, nell’intenzione dei suoi promotori, avrebbe dovuto portare alla “territorializzazione delle imposte”, per evitare la “redistribuzione” tra regioni ricche e regioni povere (che il lessico corrente divide in regioni “virtuose” e “viziose” – dove il vizio, manco a dirlo, per un improbabile e grottesco “calvinismo” di governo, coincide sempre con la povertà)? Ma il gioco delle secessioni è un pericoloso piano inclinato, tendenzialmente autodistruttivo in cui le “differenze” tra territori – che a ritroso conducono a porzioni sempre più piccole (dalle regioni, alle province, ai quartieri…) fino ad arrivare a quelle essenziali tra individui – vengono usate non per definire politiche per la loro rimozione (o per un virtuoso superamento) ma per contrapporre gli interessi dell’uno contro quelli dell’altro.

Il ripiegamento localistico è però un fenomeno ben più profondo della sua estrema e degenere manifestazione leghista, e ha a che fare con quel fondamentalismo liberista, in cui la diseguaglianza diventava irrilevante per lo sviluppo, e che in una delle sue varianti meno ruvide ha sofisticato la competizione tra individui nella competizione tra territori, con richiami seducenti anche nel Sud (che nel frattempo viveva brevi primavere municipali), come quel “contare sulle proprie forze”, unica via che sembrava plausibile a un moderno meridionalismo dopo la degenerazione delle grandi politiche pubbliche nazionali per il superamento del divario di sviluppo.

La grave conseguenza del particolarismo territoriale – che più che rappresentare legittime ambizioni e aspettative delle comunità locali finisce per moltiplicare paure, egoismi e miserie di cortile – è l’incapacità di guardare al mondo, alle trasformazioni dei mercati, in cui l’Italia del “piccolo e bello” o quella naïf dei “saperi e sapori locali”, non è riuscita a ridefinire un proprio ruolo competitivo. E prim’ancora, l’incapacità di guardare a se stessa, nel suo insieme, alle suo modello di sviluppo, alle prospettive di crescita e alle condizioni di equità.

Richiamare l’esistenza di un forte nesso tra equità e crescita consente di leggere le (mancate) trasformazioni dell’economia e della società italiana, e di quella meridionale in particolare, con un’ottica che svela il rischio di declino complessivo del “sistema Italia” e con la prospettiva aperta sui nuovi scenari che il marasma della crisi impone, su un piano non solo economico e finanziario, ma anche politico e culturale.

La crisi precedeva “la” crisi. Volgendoci indietro troviamo un decennio di “crescita zero”, che pur mantenendo sostanzialmente invariato le distanze tra Sud e Nord ha visto l’intero Paese scendere nelle graduatorie mondiali. Un parallelo declino in cui le regioni del Nord-Est, come finalmente si accorgono molti commentatori, che avevano raggiunto circa il 140% del Pil per abitante della media europea alla fine degli anni ’90, nel 2008 erano scese al 127%; mentre nello stesso periodo il Sud scendeva dal 74 al 69%. Basta confrontare le regioni del Nord con altre aree forti dell’Europa, come ama fare con qualche approssimazione sui numeri il Ministro Tremonti, per accorgersi che la “locomotiva del Nord” ha molto rallentato: il tasso di crescita nel corso degli anni 2000 delle regioni del Nord è stato dell’1,1%, la metà di quello registrato ad esempio dalla Baviera.  Insomma, a ciascuno il suo declino. Ma è stato proprio quello settentrionale a far riesumare, dopo anni di rimozione, l’antica questione meridionale come grande causa di tutti i fallimenti nazionali. “Meridionale” è tornato a essere sinonimo di malvezzo, “Sud” luogo comune di ogni vizio e camorra.

Le difficoltà a ridefinire un modello di specializzazione compatibile con le nuove condizioni competitive e a superare i vincoli di un apparato amministrativo inefficiente, anche al Nord, hanno trovato un alibi formidabile nell’immagine del “Mezzogiorno, palla al piede”. E l’ostilità vasta e maliziosa verso il Sud ha generato la reazione scomposta di fenomeni culturali deteriori: il successo di un libro come Terroni, di Pino Aprile, è la testimonianza del rifiorire nel ceto dirigente meridionale di sentimenti neoborbonici, e dello sfiorire di un ceto intellettuale capace di orientare la coscienza collettiva.

E così siamo diventati tutti leghisti: una deriva subculturale, un humus ideologico che rischia di rallentare i processi di riforma del Paese, che esalta le appartenenze e fa ritardare la presa d’atto dei propri limiti ed errori rinfacciando quelli degli altri. Un’ideologia, quella del territorio, che ha impedito di vedere quello che accadeva davvero all’interno dei territori, in cui l’ampliamento della polarizzazione dei redditi rendeva il modello di sviluppo italiano unico nel panorama europea per (bassa) intensità e qualità della crescita: un aumento delle disuguaglianze che, colpendo soprattutto gli espulsi e gli esclusi dal mercato del lavoro, come i giovani e le donne, assumeva una marcata connotazione meridionale.

Ora, richiamare l’esistenza di un forte nesso tra equità e crescita consente di leggere in particolare le trasformazioni dell’economia e della società meridionale in un’ottica più ampia. L’insufficiente grado di coesione sociale, l’incertezza dei diritti (a partire da quello di proprietà), l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche, l’illegalità diffusa e la relativa minore efficacia delle politiche pubbliche concorrono a ostacolare contemporaneamente sia la crescita della produttività, sia il conseguimento di più alti livelli di eguaglianza dei redditi e di migliori condizioni di vita.

Le regioni meridionali, infatti, oltre a presentare un minor livello di benessere, mostrano anche  un più alto grado e crescente di disuguaglianza distributiva rispetto alle regioni del Centro-Nord. In particolare, Campania, Calabria e Sicilia risultano in fondo alla classifica europee, insieme ai paesi più diseguali (Grecia, Portogallo, Lituania e Lettonia).

L’esistenza a livello nazionale di una “questione salariale” si acuisce fortemente nel Mezzogiorno, dove ormai anche famiglie in cui è presente un percettore di reddito, in passato estranee al rischio di cadere in povertà, evidenziano disagio nel far fronte a bisogni di carattere ordinario. La sperequata distribuzione del reddito ha determinato larghi fenomeni di deprivazione, soprattutto nelle congiunture negative, deprimendo ulteriormente le potenzialità di crescita dell’area.
Un’ingiustizia sociale che nel Mezzogiorno amplificava i suoi effetti sulla dinamica economica, proprio perché figlia non solo delle condizioni dell’incompleto processo di sviluppo ma anche di fattori socio-politico che ostacolano l’accumulazione di capitale fisico e umano e favoriscono il consolidamento di un’economia parassitaria legata alla rendita e all’intermediazione del ceto burocratico e politico.

Un complesso di relazioni improprie, che ha finito per disarticolare le forze politiche, la vita interna ai partiti come garanzia di democrazia, in una deriva personalistica che ha legato le fortune politiche più alla formazione o alla tutela di un sistema consolidato d’interessi, attivando clientele di “alto” o “basso” rango, che a un progetto coerente di trasformazione economica e sociale, un disegno di sviluppo in grado di emancipare larghe fasce della popolazione dalla condizione di bisogno, e di puntare al rafforzamento di un sistema produttivo più competitivo, che allargasse le opportunità via via negate da una scarsa, cattiva e discrezionale redistribuzione legata alla gestione delle risorse pubbliche. La “demoralizzazione” della politica, al Sud, nasce da questo vuoto di progetto. E il vuoto di progetto, la mera gestione (peraltro non sempre virtuosa) dell’esistente, è il segno di una politica che abdica al suo compito, abbandonando il campo agli avventurieri di ogni bandiera. Con una politica “ripiegata” i deboli sono destinati a soccombere, le idee di uguaglianza e solidarietà scacciate. E così il Mezzogiorno. E così la sinistra.