Riccardo Moro  

Nord - Sud del mondo. Global Governance contro lo scandalo delle disuguaglianze

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Il termine uguaglianza ha avuto storicamente un ruolo molto rilevante nelle richieste dei movimenti politici che denunciavano, appunto, le disuguaglianze sociali. E le prime “Dichiarazioni” di fine ‘700 sui diritti universali, nei neonati Stati Uniti e in Francia, rivendicavano l’uguaglianza di tutti gli esseri umani.  Uguaglianza è però, a ben guardare,  una parola politicamente fraintendibile. Che cosa intendiamo quando  chiediamo uguaglianza? Che tutti abbiano le stesse cose? Che tutti possano fare e facciano le stesse cose?  Una malintesa concezione dell’uguaglianza ha portato a regimi totalitari come quello sovietico in cui, al di là dell’ “ingiustizia” costituita dai privilegi goduti dall’elite dirigente, unificare prodotti e salari ha generato una massificazione che umiliava la persona disconoscendone la dignità e riducendo ai minimi termini spazi di scelta e libertà.

Esiste comunque un’accezione dell’uguaglianza che mantiene una validità sul piano politico. Non è quella che rivendica le stesse cose per tutti, ma che guarda a dare pari possibilità di accesso a strumenti e percorsi attraverso i quali ogni persona può costruire con dignità il proprio futuro. E’ il tema dei diritti, da cui appunto le Dichiarazioni settecentesche partivano, che rivendichiamo uguali per ogni persona, ogni donna e ogni uomo che abitano la terra.  Per tutti vogliamo diritto a cibo e salute, per tutti chiediamo scuola e lavoro, in modo da offrire  ad ognuno le condizioni grazie alle quali sia possibile elaborare e realizzare scelte libere in cui ognuno sviluppi il proprio originale e irripetibile percorso.

Il metro del reddito
Guardando a queste tematiche una tentazione frequente è quella di individuare strumenti per ‘misurare’ uguaglianze e disuguaglianze. Il parametro più facilmente usato è quello del reddito, immaginando che la disponibilità economica sia mezzo per realizzare scelte e desideri.  Da questo punto di vista nel nostro paese il quadro è preoccupante.  Nei primi quattro decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale la distanza tra la fascia di popolazione più ricca e quella più giovane si è sistematicamente ridotta, consentendo l’inclusione della popolazione più povera a opportunità di consumo e livelli di benessere prima riservati solo alla fascia media e a quella ricca.  Ma negli ultimi venti anni questa dinamica si è invertita. La forbice tra redditi più ricchi e redditi più poveri si è intensamente allargata. E’ un fenomeno in corso in tutta Europa, che in Italia si sta producendo in modo più intenso e più rapido. L’indice di Gini italiano, che misura la equidistribuzione del reddito procapite, è uno dei peggiori fra tutti paesi occidentali.

Non solo reddito
Osservare solo il reddito non è sufficiente. Se parlando di uguaglianza intendiamo riferirci ai diritti fondamentali dovremmo chiederci se garantiamo a tutti pari tutela del diritto alla salute, pari accesso alla scuola,  pari opportunità di lavoro. Qui le preoccupazioni aumentano. Nel nostro paese a fronte di un buon livello medio del servizio sanitario, assistiamo tuttora ai viaggi dal Meridione per farsi operare nei più qualificati ospedali del Nord. Assistiamo quasi inermi, come ha documentato bene il Rapporto SVIMEZ 2010,  al ripetersi dei viaggi verso le università del Nord di molti studenti del Mezzogiorno che una volta formati rimangono nelle regioni settentrionali, perché le terre da cui provengono offrono minori opportunità di lavoro.

La dimensione internazionale
Reddito, salute e qualità della vita
Se queste sono dinamiche che dovrebbero provocare una riflessione esigente su come ridurre queste disuguaglianze interne, scandalosa è la situazione che si presenta osservando questi stessi dati a livello internazionale.  Le distanze di reddito appaiono immense.  Nei paesi occidentali il reddito procapite si aggira, a seconda delle modalità di calcolo, fra i 30 e i 40.000 dollari annui.  Negli oltre sessanta paesi a basso reddito il dato medio è di 500!  In Italia ogni cittadino dispone in media di 35.000 dollari annui, in Bangladesh di 580, nella Repubblica Democratica del Congo di 160. E stiamo parlando di paesi grandi: il Bangladesh conta ufficialmente più di 162 milioni di abitanti, il Congo oltre 66 milioni. Guardiamo ai dati aggregati: oltre un miliardo e trecento milioni di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno, tre miliardi vive con meno di due. Di conseguenza più di un miliardo sono le persone malnutrite. Non basta. In Italia 4 bambini su 1000 muoiono prima del quinto anno di età, in Bangaldesh  56. In Guinea questo dato sale a 142, nella Repubblica Democratica del Congo a 199! Nel nostro paese la morte di un bimbo è fatto eccezionale e dolorosissimo. In Africa è esperienza vissuta ordinariamente da quasi tutte le famiglie. Si badi bene, questo non avviene perché nel Sud del mondo siano diffuse pandemie incurabili, si muore di diarrea, malaria, tbc, aids…  Malattie di cui in Italia, salvo rarissimi casi, non si muore, grazie alle cure garantite a tutti dal servizio sanitario nazionale.

Scuola
Reddito e tutela della salute sono dunque clamorosamente diversi tra Nord e Sud del mondo.  Purtroppo la stessa considerazione vale anche per scuola e lavoro. In Guinea, un paese rappresentativo dell’africa Sub Sahariana, circa due terzi della popolazione adulta è analfabeta, e solo recentemente la frequenza scolastica primaria ha superato il 50%.  Abbiamo la garanzia che per i prossimi venti o trenta anni, quando i bambini di oggi saranno adulti, avremo ancora la metà della popolazione che non sarà in grado di leggere e scrivere.  Si provi a immaginare che cosa possa davvero significare “fare impresa” in un contesto di questo tipo, in cui gli adulti pronti a lavorare sono nati troppo distanti da una scuola per poterla frequentare e conseguentemente non sono in grado di utilizzare un’istruzione scritta, redigere un report…  Si provi a valutare che significato abbiano – concretamente – tanti appelli internazionali che parlano del coinvolgimento dell’Africa nel mercato internazionale, nella competizione economica mondiale.  Sanno di che cosa stanno parlando quelli che usano formule di questo tipo?

In Asia la situazione scolastica è meno pesante, ma è una considerazione che non tranquillizza: la frequenza scolastica primaria di un grande paese come il Pakistan – 170 milioni di abitanti – è solo del 66% e il dato del 91% in India significa che oggi 100 milioni di bambini in quel paese non vanno a scuola, bambini che saranno adulti domani e certo non potranno fare gli ingegneri informatici o gli addetti nei call center.  Migliore, grazie agli investimenti di molti decenni, la realtà sudamericana, dove l’obiettivo della scolarizzazione primaria universale non è ancora raggiunto, ma non è lontano.

Lavoro
Anche dal punto di vista del lavoro, purtroppo, le disuguaglianze sono notevoli.  Le opportunità di lavoro non sono diffuse e le condizioni spesso rasentano lo sfruttamento.  Per quanto l’International Labour Office delle Nazioni Unite ribadisca standard comuni di tutela dei lavoratori, nei contesti più poveri le legislazioni nazionali sono spesso largamente inadeguate. Con differenze così grandi nei percorsi di formazione e con contesti poveri anche di infrastrutture, le possibilità di ‘competere’ in un contesto sempre più globalizzato si riducono. Assistiamo così a un impoverimento sistematico dei paesi più deboli, tagliati fuori dalla ridistribuzione internazionale del lavoro, tuttora in corso,  che trasferisce impianti produttivi dal Nord ai paesi emergenti, sia con vere e proprie delocalizzazioni, sia identificando partner produttivi come avviene nel caso cinese.  In queste aree infatti si trovano lavoratori qualificati, ma più poveri dei colleghi del Nord e disposti quindi ad accettare salari largamente inferiori, oltre a legislazioni di tutela ambientale meno rigorose di quelle dei paesi ricchi.  Il Nord così da un lato si trasforma rivolgendosi sempre più al terziario (che sia avanzato o quello rappresentato dai servizi alla persona) e alle alte tecnologie, i paesi emergenti crescono sul piano industriale e quelli più poveri rimangono al palo, aumentando la forbice delle differenze di reddito e condizioni sociali e alimentando le migrazioni regionali e intercontinentali.tamtam_censis

Che fare?
Le disuguaglianze insomma nel mondo permangono e sono molto pesanti. In un contesto di globalizzazione come quello attuale, in cui interazioni e interdipendenze sono sempre maggiori, non è possibile immaginare di ridurle con interventi ‘settoriali’.  Né è pensabile risolvere queste distanze attraverso ricette fatte cadere dall’alto. Sono le singole comunità che devono scegliere il proprio futuro e lavorare per realizzarlo. In un contesto di corresponsabilità, come quello che l’interdipendenza determina, compito di tutti (dei ricchi come dei poveri, senza alcuna primazia, se non quella di un maggiore dovere in termini finanziari da parte di chi ha più risorse economiche) è favorire le condizioni perché questo accada, perché davvero ogni comunità possa fare un esercizio di libertà e responsabilità in maniera democratica e partecipata.

Non c’è però solo l’obiettivo di suscitare percorsi di cambiamento nella dimensione nazionale. Proprio l’intensità del processo di globalizzazione ha creato una condizione per cui elementi rilevanti della qualità della vita delle comunità si giocano nella dimensione globale.  In particolare tre “crisi” si stanno sviluppando oggi di dimensione globale e interagiscono fra loro: la crisi alimentare (con sempre maggiori volatilità dei prezzi che impattano pesantemente sui più poveri), quella ambientale (con il cambiamento climatico sempre più percepibile) e quella finanziaria (con la vulnerabilità della deregulation che ha portato al crack del 2008 e tuttora non è stata risolta).  Le scelte in campo agricolo influenzano e sono influenzate dalle politiche ambientali (ad es. agro carburanti vs. petrolio). Le modalità di regolamentazione dei mercati finanziari impattano sull’economia reale (la crisi finanziaria ha generato quella economica), ma anche sulle condizioni del mercato agricolo e sui prezzi alimentari (con i titoli derivati che speculando suscitano violenti rialzi e ribassi).  Non si può intervenire su una di queste tre dimensioni senza tenere conto delle interazioni reciproche. È necessario un approccio olistico e un progetto complessivo di governance globale.

Nel 2050 sulla Terra vivranno 9 miliardi di persone. Non tutti ci saremo. Ma ai nostri figli dobbiamo consegnare una terra almeno bella come quella che abbiamo ricevuto noi, che sia in grado di nutrirli e dare lavoro a tutti.  Quarant’anni passano in un attimo. E’ in questa prospettiva che occorre declinare gli obiettivi dell’uguaglianza dei diritti, che vanno garantiti a tutti qui e ora, ma anche a tutti coloro che vivranno domani.  Occorre dunque un progetto politico responsabile: nessuno progetto politico può oggi seriamente elaborato pensando solo alla dimensione nazionale.  Nessuna proposta credibile è realizzabile tenendo conto solo del contesto locale.  Anche in questo è purtroppo evidente la miopia e la sterilità di molta politica in Italia.  

Un nuovo progetto politico, che guardi ai diritti e all’uguaglianza – e, proprio per questo, al protagonismo di tutti  - deve cercare una misura che guardi innanzitutto all’obiettivo della global governance, per difendere la dignità di ogni donna di ogni uomo, e alla luce di quella prospettiva sviluppare una proposta di dimensione nazionale. Come ci dimostrano ogni giorno i migranti, che vogliono lavorare con noi per partecipare al sorprendente e meraviglioso esercizio di silenziosa solidarietà quotidiana costituito dall’invio a casa delle “rimesse”,  è illusorio pensare di poter tenere il mondo fuori della nostra casa serrando gli occhi e chiudendo  a chiave il portoncino.