Fra il 1983 e il 2005 la percentuale del Prodotto interno lordo italiano attribuibile in quota ai profitti d’impresa ha goduto di un balzo poderoso: otto punti di Pil all’insù, corrispondenti in moneta corrente a circa 120 miliardi di euro. Se la ricchezza travasata negli utili aziendali fosse rimasta invece, come prima, nelle buste paga dei lavoratori, si sarebbe evitata loro una decurtazione corrispondente a 7 mila euro di salario all’anno. Tale danno può essere ricalcolato per cautela in 5200 euro annui di perdita, sommando alla platea dei lavoratori dipendenti (17 milioni) anche la variegata galassia degli autonomi (6 milioni). Ma la sua incidenza sul tenore di vita delle famiglie operaie resta in ogni caso decisiva: basti pensare che nel 2009 migliaia di dipendenti Fiat, a causa di prolungati periodi di cassa integrazione, hanno subito un abbassamento di reddito fino alla soglia di 11 mila euro annui.
Mese dopo mese, anno dopo anno, un’enorme massa di denaro è stata dirottata dalle buste paga ai dividendi degli azionisti e ai bonus dei manager. La conferma viene dagli studiosi delle disuguaglianze di reddito che adottano per le loro misurazioni un indicatore sintetico, detto “coefficiente di Gini”. L’Italia viene indicata fra le nazioni a più alto tasso di disuguaglianza interna, nell’apposita classifica stilata fra i trenta paesi dell’Ocse. Per l’esattezza figura sesta, superata solo da Messico, Turchia, Portogallo, Stati Uniti, Polonia. Le nazioni virtuose, contraddistinte da minori distanze sociali, sono la Danimarca e la Svezia. Ma anche la Germania e la Francia ci surclassano per giustizia redistributiva, mentre Regno Unito e Irlanda si avvicinano al nostro tasso d’ineguaglianza pur senza raggiungerlo.
Come spiega Maurizio Franzini
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Ricchi e poveri. L’Italia e le disuguaglianze (in)accettabili, Università Bocconi Editore, 2010), il forte divario fra benestanti e non abbienti è da sempre un tratto distintivo del nostro paese, benché negli anni settanta e nei primi anni ottanta si fosse registrata un’attenuazione delle distanze grazie al miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne. Da allora questo tasso d’iniquità, già imbarazzante se confrontato con quello delle altre nazioni industrializzate, ha ripreso ad allargarsi, fino a registrare un balzo repentino fra il 1991 e il 1993 (attribuibile, suppongo, alla recessione economica vissuta oltretutto per la prima volta senza gli effetti protettivi del punto unico di contingenza che per una dozzina d’anni in precedenza aveva frenato gli effetti dell’inflazione sulle buste paga). Il dato è inequivocabile: secondo il
Luxemburg Income Studies, il coefficiente di Gini s’impenna dal 29% del 1991 al 34% del 1993. Salirà di un punto ulteriore nel decennio successivo. Per capirsi, secondo gli studiosi un peggioramento di 2 punti del coefficiente di Gini significa in pratica che la metà più povera della popolazione cede il 7% del suo reddito alla metà più ricca. In Italia è andata molto peggio, almeno un quinto del reddito già modesto dei lavoratori è andato perso. Le persone adibite a svolgere lavori manuali non sono certo diminuite di numero, ma in compenso hanno subito un esproprio di ricchezza la cui entità ha oltrepassato le conquiste sindacali dei decenni precedenti. Così le famiglie degli operai sono regredite fino a star peggio –in proporzione- di mezzo secolo prima. Solo parzialmente compensate dall’ingresso nel mercato del lavoro di una più cospicua componente femminile.
Del tutto assente, peraltro, è risultata in Italia la correzione redistributiva che altrove lo Stato opera almeno parzialmente, tramite il prelievo fiscale e le politiche di Welfare. La ricerca di Giuseppe Ciccarone, Maurizio Franzini e Enrico Saltari
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L’Italia possibile. Equità e crescita, Brioschi, 2010) dimostra come le nostre istituzioni pubbliche lascino intatta l’iniquità così come la trovano. A suggellare il nuovo rapporto di forza tra imprenditori e salariati giunse nel 1993 un “patto tra produttori” che abbassava drasticamente il costo del lavoro in cambio della promessa di nuovi investimenti. Ma l’effetto fu solo quello di incoraggiare la nascita di numerose micro-imprese fondate sullo sfruttamento intensivo della manodopera. Al sacrificio concesso dai sindacati non corrisposero i nuovi investimenti promessi.
Talmente drastica è la decurtazione subita dai lavoratori, da costringerci a rimettere in discussione le teorie tradizionali sui cicli del conflitto sociale. Perché non si sono ribellati? Perché hanno considerato accettabili le disuguaglianze crescenti a loro danno, per di più enfatizzate dalla nuova cultura spettacolare di un potere che ha utilizzato il lusso e l’ostentazione come strumenti di consenso? Confido che gli interrogativi suscitati dalla lunga stagione di pace sociale trovino parziale risposta nelle testimonianze di vita narrate in questo reportage: già nel corso degli anni ottanta si verificava, infatti, il ridimensionamento del salario a componente parziale del reddito con cui tirano avanti le famiglie operaie. La busta paga si rivelava insufficiente alla loro sussistenza. E’ aumentato, viceversa, il ruolo di sostegno esercitato all’interno del nucleo familiare dai titolari di reddito pensionistico, sommato alle entrate occasionali derivanti dal lavoro nero. Solo questo insieme di ammortizzatori spontanei ha scongiurato un crollo verticale del potere d’acquisto e della capacità di consumo complessiva. Il popolo delle formiche si è industriato nell’arte di arrangiarsi, ridimensionando le sue aspettative salariali. Venuta meno la speranza di ottenere miglioramenti per via sindacale e politica, il valore della tranquillità ha prevalso sulla propensione al conflitto.
Ma, prima di affrontare gli effetti culturali della disgregazione, credo sia necessario opporre alcuni semplici dati di fatto alla mitologia della metamorfosi di sistema che si è imposta come lascito culturale dopo la sconfitta sindacale del 1980 alla Fiat. E’ certamente vero che ebbe inizio in quegli anni una profonda riconversione dell’economia italiana. Il decentramento produttivo ha ridimensionato la centralità della grande fabbrica, moltiplicato le attività esterne a essa, favorito nuovi rapporti di lavoro autonomi e temporanei. Ma neppure la proliferazione di nuove aziende di piccole dimensioni, con il loro contorno di prestazioni autonome e imprese individuali –insomma, neppure la scoperta del capitalismo molecolare- autorizza una lettura “democratica” di un tale spostamento di quote della ricchezza nazionale a favore dei profitti. Anche gli apologeti del popolo delle partite Iva dovranno ammettere, per lo meno, che i benefici del nuovo tessuto produttivo hanno tagliato fuori una massa crescente di persone. Il reddito da capitale avrà pure subito una frammentazione, ma ad avvantaggiarsene sono rimasti in pochi. Mentre risuonava su e giù per la penisola il ritornello autoconsolatorio –“piccolo è bello”- la massa degli esclusi si ampliava sensibilmente.
Il periodo storico in cui esplodono le disuguaglianze –ormai lo sappiamo- non corrisponde a un incremento bensì all’incepparsi della crescita economica italiana. Nonostante lo strapotere conseguito dalle gerarchie aziendali, il tasso di crescita della produttività del lavoro per dipendente colloca il nostro paese all’ultimo posto in classifica, dietro a tutte le principali economie industrializzate. L’ineguaglianza non ha favorito lo sviluppo ma ha contribuito a mortificarlo. Si è verificato l’esatto contrario di quanto avveniva nel ventennio precedente, quando, a partire dal boom economico, l’Italia consolidò la sua struttura produttiva e favorì l’accesso al benessere delle classi subalterne lasciando immutato –si badi bene- il rapporto fra la quota di ricchezza destinata ai profitti e quella destinata al lavoro.
Ancora nel 1983 la quota di Pil destinata ai profitti era assestata sul 23,12%. Meno di un quarto del reddito complessivo, proprio come si era registrato lungo tutti gli anni sessanta e settanta. Subito dopo ebbe inizio lo smottamento. Nel 2001 la quota riservata ai profitti toccò il culmine del 32,7%, per attestarsi infine nel 2005 al 31%. E’ un’Italia profondamente cambiata quella che entra nel nuovo millennio incrementando da un quarto a un terzo la quota di Pil acquisita dai possessori di capitale.
Ecco il risultato del processo avviatosi nell’autunno 1980 con i trentacinque giorni di occupazione dello stabilimento di Mirafiori e con la replica padronale della marcia dei quarantamila, promossa dai quadri Fiat nel centro di Torino: se nel 1983 ai salariati toccava il 76% della ricchezza nazionale, nel 2001 avrebbero dovuto accontentarsi del 68%. Una quota ulteriormente diminuita nel decennio in corso, consegnando all’Italia il titolo poco lusinghiero di avamposto dell’ingiustizia sociale.
Un altro luogo comune da sfatare è quello che fa coincidere il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori italiani con la concorrenza internazionale di manodopera a basso costo. Basta uno sguardo alle date: la perdita di valore delle buste paga in Italia anticipa di parecchi anni le delocalizzazioni industriali effettuate per risparmiare sulla forza lavoro, e a maggior ragione le compensazioni salariali più di recente ottenute dagli operai dei paesi emergenti. Il brusco cambiamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro all’interno del nostro paese ha preceduto, non seguito la globalizzazione.
Per quanto sia vero che in tutto l’Occidente il lavoro ha perso quota, la brutalità con cui ciò è avvenuto in Italia non ha eguali, né ci ha arrecato vantaggi competitivi.
Dappertutto i salari sono aumentati meno della produttività dei lavoratori. Dappertutto l’innovazione tecnologica ha reso più frequenti i licenziamenti e accresciuto il potere delle aziende. Vale in tutto l’Occidente anche la circostanza storica per cui gli operai non si erano mai trovati a guadagnare così poco rispetto alla ricchezza nazionale. Ma altrove, se non altro, va riconosciuto che le economie locali hanno usufruito di incrementi di crescita grazie alle riconversioni produttive. Mentre in Italia ai lavoratori è toccata una fetta molto più piccola di una torta a sua volta peggiorata in qualità e quantità.
Il lungo ciclo d’impoverimento del lavoro operaio, naturalmente, ha subito un’accelerazione poderosa, non ancora calcolabile, a seguito della grande depressione mondiale avviatasi nel 2008. Con il predominio della speculazione finanziaria che ha sottratto risorse agli investimenti produttivi. Ma tutto ciò non ha determinato una ripresa dei conflitti sociali. Se gli effetti drammatici della recessione sul mondo del lavoro suscitano solo una protesta flebile, talvolta disperata, se la sinistra è ammutolita, del tutto priva di argomenti, mentre insorgono spinte di protezionismo parasindacale e recriminazioni populiste contro la finanza internazionale, lo si deve ancora alla frattura consumata a partire dal 1980 e ratificata dal “patto tra produttori” del 1993.
In Italia il paradigma ideologico della classe operaia come classe generale che liberando sé stessa avrebbe liberato l’umanità intera, è stato dapprima piegato dal Partito Comunista alle esigenze della
realpolitik –la classe operaia che si carica sulle spalle gli interessi della nazione- per poi essere semplicemente rimosso. Si noti la differenza: in Germania e nel Regno Unito la revisione del marxismo era stata compiuta da decenni, già prima che il neo-liberismo s’imponesse come pensiero unico grazie all’influenza di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, ma preservando nella mentalità e nei modelli organizzativi della sinistra un’attenzione al mondo del lavoro che in Italia, viceversa, è venuta bruscamente meno.
La generazione di giovani dirigenti del Partito comunista italiano che ereditarono la leadership di Enrico Berlinguer, e che vent’anni dopo contribuirono alla fondazione del Partito democratico, non ha più intrattenuto alcuna consuetudine con il mondo del lavoro dipendente. Costretta a fare i conti con la dominante cultura neo-liberale, ha ricercato legittimazione in un establishment nazionale di cui ha tollerato, in cambio, i vizi, sposandone talvolta i comportamenti. Figli di una concezione aristocratica della politica di matrice togliattiana deprivata della sua carica ideologica, i nuovi dirigenti della sinistra italiana hanno perpetuato di quella tradizione solo la diffidenza (talora cinica) nei confronti dei movimenti spontanei della società, tanto più quando ne intuivano la debolezza. Disconosciuta inevitabilmente la centralità degli operai come Classe per sé, gli è venuto naturale ignorare gli operai come persone sempre meno interessanti, anche perché perdenti. L’emancipazione dei lavoratori, disgiunta da un progetto di potere fondato sulla loro insostituibilità, non costituiva più una motivazione sufficiente all’impegno sociale comunitario.
Un paradosso marchia così la biografia di questi dirigenti della sinistra. Rescisso il legame esistenziale con gli operai, essi sono approdati finalmente –sia pure per brevi periodi- al governo del paese. Guarda caso, proprio nell’epoca in cui si è verificato, senza che essi riuscissero a porvi freno, il dirottamento della ricchezza nazionale dai salari ai profitti. Probabilmente lo ignoravano. Forse qualcuno di loro riteneva che lo sviluppo della nazione implicasse quel sacrificio da sottacere.
Nel riesame autocritico dell’esperienza di governo della sinistra italiana –troppo impacciata per frenare lo scivolamento a destra degli equilibri politici e la degenerazione reazionaria del senso comune- non è mai stato concesso spazio a un bilancio veritiero sulle condizioni di vita delle classi subalterne.
Come negarlo? Per anni le fondazioni culturali di matrice post-comunista o socialdemocratica hanno promosso convegni con i banchieri e i principali esponenti del malconcio capitalismo italiano, ma non si ricorda un momento di riflessione significativo dedicato alle difficoltà di rapporto con le organizzazioni sindacali né tanto meno al peggioramento della vita operaia.
La responsabilità di questa inadempienza storica è certamente collettiva. Negli anni ottanta si interrompe il circuito delle carriere politiche dal sindacalismo ai vertici del partito. Viene meno anche la consuetudine di eleggere in Parlamento quadri operai rappresentativi dei principali stabilimenti industriali. Il racconto della vita dei lavoratori, nella pubblicistica di sinistra, diviene episodico, distratto, pietistico.
Brani tratti dall’introduzione alla nuova edizione del libro “Operai” di Gad Lerner, edizioni Feltrinelli