La vittima più illustre delle elezioni amministrative e dei referendum è stato il partito carismatico. Nel PdL e nella Lega si è aperto, dopo la sconfitta, il tema della successione che non esisteva sino a quindici giorni prima. La sconfitta, quindi, è stata vissuta, forse anche inconsapevolmente, come sconfitta dei capi ed è per questo che si discute della loro sostituzione. Nel PdL la nomina di un segretario del partito che intenderebbe gestire con autonomia le funzioni che gli sono state affidate e la insistita proposta di quest’ultimo di ricorrere alle primarie segnano una radicale inversione di marcia rispetto al recente passato.
Nella Lega la inedita disobbedienza di circa metà degli elettori al consiglio di disertare i referendum, lo scontro interno per l’elezione del capogruppo alla Camera, il palese conflitto tra la parte del partito più vicina al Ministro dell’Interno e il cosiddetto cerchio magico, più vicino a Umberto Bossi, danno vita a turbolenze impensabili sino a un recente passato. Per entrambi i partiti è chiaro il porto dal quale si stanno allontanando, ma non è chiaro l’approdo cui arriveranno, forse neanche agli attuali dirigenti. È comunque un percorso che va seguito con interesse e rispetto perché riguarda forze politiche che hanno ricoperto e ricoprono responsabilità di governo e che rappresentano circa il 40% degli elettori.
Anche il PD ha in corso una riflessione sui propri caratteri che sarà operativa e sfocerà quindi in decisioni e cambiamenti. Ci spinge una motivazione, per fortuna diversa. Siamo un partito che ha solo tre anni di vita e sentiamo l’esigenza di darci in modo ponderato un assetto affidabile. Inoltre, non bisogna fare l’errore del PDS e dei Popolari durante Tangentopoli, quando i due partiti pensarono che la crisi del sistema politico riguardasse solo gli altri e vennero severamente puniti dagli elettori.
Se i tre maggiori partiti italiani, per ragioni diverse, stanno riflettendo su sé stessi è probabile che oggi vi sia un bisogno generale di un nuovo modello di partito, che, partendo da un’analisi realista della situazione, possa guidare l’azione politica in modo credibile e mobilitante. L’antico assetto dei partiti politici finisce più di trent’anni con l’assassinio di Aldo Moro. Lo statista cattolico cercava di ridare un ruolo ai tradizionali grandi partiti italiani dopo la crisi delle esperienze politiche precedenti.
Il suo omicidio pose fine a quel tentativo e chiuse la stagione del cosiddetto arco costituzionale. Seguì un decennio convulso in parte dominato dalla figura di Bettino Craxi, in parte sconvolto dalla fine del bipolarismo internazionale dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quel crollo fece precipitare in una crisi di legittimazione tutto il sistema politico italiano. I partiti che avevano governato sino a quel momento perdevano la grande funzione storica di argine al comunismo, visto che il comunismo era finito. Il PCI era costretto ad affrontare un processo di rigenerazione profonda e dagli esiti incerti.
La politica, insomma, non aveva in quella fase più nulla da dire agli italiani. Furono l’economia e il mercato a presentare una proposta che il Paese accolse con favore. La candidatura di Silvio Berlusconi nel 1994 costituì il primo caso nella storia italiana ed europea di una personalità del mondo economico, priva di qualsiasi precedente esperienza politica, che costruiva un partito e diventava presidente del consiglio. Quella personalità ha cambiato il sistema politico, le regole, i comportamenti, persino la lingua e i metodi della comunicazione politica.
Bene o male la vicenda italiana degli ultimi diciassette anni è stata fortemente condizionata da quel modello. Oggi la sua crisi diventa ragione ulteriore per ripensare a fondo e con rapidità i modelli di partito e i caratteri del sistema politico. Le incertezze su partiti politici destinati comunque ad essere il baricentro del governo del paese possono infatti diventare un handicap per il paese stesso. Una gran parte delle decisioni che riguardano i cittadini dei paesi europei sono prese in sedi sovranazionali dove i singoli paesi sono solo formalmente uguali e contano invece la solidità dei bilanci, la crescita economica e, soprattutto, la credibilità dei leaders e dei singoli sistemi politici.
È difficile che appaia credibile, e quindi capace di difendere vittoriosamente le ragioni del proprio Paese, chi sia privo di credibilità e debba fare i conti con un sistema politico traballante. Occorrono perciò nuovi modelli di partito politico capaci di contrapporsi ai modelli di partito carismatico e di “partito personale”, entrambi privi di stabilità strutturale. Un obiettivo polemico di quest’opera dovrebbe rivolgersi contro quella che Cesare Pinelli chiama “partitocrazia senza partiti”, vale a dire contro le forme di occupazione del potere e di spoils system da parte di apparati e comitati di affari politico-elettorali che hanno perduto legittimazione e capacità di indirizzo politico.
In positivo, il nuovo modello di partito dovrebbe offrire ai suoi iscritti e simpatizzanti forme concrete e innovative di integrazione e di partecipazione. Il successo delle diverse primarie, il numero di elettori che hanno votato ai referendum, le forme innovative di partecipazione alle campagne elettorali, i nuovi movimenti come il “se non ora quando” segnalano la presenza fra i cittadini potenzialmente attivi di una estesa domanda di partecipazione e di decisione.
La nuova funzione integrativa del partito politico sembra dover prevedere soprattutto modalità di partecipazione in senso deliberativo alle scelte di politica pubblica che il partito concorre a determinare. In particolare un partito come il nostro, che si qualifica come democratico sin dalla propria ragione sociale, deve differenziarsi per le forme con le quali i suoi iscritti e i suoi elettori partecipano alla elaborazione e discussione delle sue posizioni politiche, attuando attraverso questo forma il principio costituzionale del “metodo democratico”.
In questo modo si evitano i due rischi che abbiamo davanti: la giuridificazione esasperata della nostra vita interna e la consegna della partecipazione alle sole “primarie” . L’ispirazione di fondo del nostro dibattito non può che venire dallo spirito della Costituzione, dai suoi valori e dai suoi principi. L’articolo 49 della Legge fondamentale garantisce a tutti i cittadini il diritto di “associarsi liberamente in partiti” per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. È stato recentemente messo in luce da Massimo Luciani il carattere impegnativo di questa finalità specie se comparata con il compito che la Costituzione assegna al Presidente del Consiglio dei Ministri: “dirigere la politica generale del governo”.
Proprio da questa finalità emerge la differenza tra il partito politico ed ogni altro tipo di associazione. Le finalità del partito politico vanno al di là degli interessi dei singoli; il partito disegnato nella Costituzione serve più al Paese che al partito stesso, più a coloro che ne sono fuori che a coloro che ne sono iscritti.
Se il partito politico di cui parla la Costituzione deve concorrere a determinare la politica nazionale, ne deriva schematicamente che:
a) deve avere una visione nazionale e quindi deve pensare a sé stesso come dotato di un ruolo nazionale;
b) quel “concorrere” significa tra l’altro che nessun partito e nessuna istituzione detiene tutte le soluzioni, ambizioni che invece erano tipiche dei partiti–verità;
c) deve contribuire a svolgere una funzione di formazione civile e repubblicana intorno ai concetti di interesse nazionale, di democrazia e intorno ai valori della Costituzione;
d) a differenza del partito ideologico non sovrappone una propria verità a quelle degli altri, ma sviluppa secondo il proprio specifico punto di vista i valori costituzionali, alla luce dei principi di democrazia (“spirito democratico della Repubblica”), laicità, riconoscimento del diritto al dissenso interno, separazione dei poteri, funzioni pubbliche esercitate con disciplina e onore;
e) un partito di questo tipo deve essere organizzato su basi democratiche e cioè con una chiara determinazione delle responsabilità, individuazione dei livelli di governo interno, controllabilità delle decisioni assunte, selezione dei candidati, verificabilità dei risultati ottenuti.
Il metodo democratico comporta anche la distinzione tra diritti degli iscritti e diritti degli elettori. In particolare, per la elezione delle cariche interne dovrebbero esercitare i diritti di elettorato attivo e passivo soltanto gli iscritti, altrimenti gli eletti alla guida del partito sarebbero scelti anche dagli elettori e da chi si proclama tale e quindi sarebbero privi di responsabilità politica nei confronti dello stesso corpo del partito.
Nella società italiana la crisi ha creato una fascia sociale interclassista di “soggetti deboli”, composta dai giovani, dai precari, le famiglie monoreddito, anche quelle che anni fa erano ceto medio. Improvvisamente milioni di persone, soprattutto i giovani e le loro famiglie, sono diventate portatrici di un’angoscia sociale aggravata dall’incertezza dell’avvenire e dal timore di un declassamento sociale.
Il progetto politico di un partito democratico dev’essere capace di fare propria la “battaglia del merito per l’uguaglianza” proprio per queste persone e rendere più agevole per loro la possibilità di costruirsi un futuro indipendente. La globalizzazione e lo sfaldamento delle tradizionali classi sociali hanno svuotato l’efficacia interpretativa dell’antico modello dello scontro tra classi sociali; lo scontro di oggi è tra il lavoro produttivo (dipendente, autonomo, indipendente) e la speculazione finanziaria (non il sistema finanziario, ma l’uso predatorio del sistema finanziario). Un partito democratico deve definirsi in relazione a questo conflitto: difendere il lavoro, di ogni tipo, e combattere l’uso predatorio delle risorse finanziarie.