In Italia la crisi del sistema politico della cosiddetta ‘prima repubblica’ si è intrecciata in maniera abbastanza peculiare con la nuova chiave di lettura del rapporto tra politica, mercato ed economia, imposta in tutto l’Occidente dall’egemonia neo-liberale a partire dagli anni ottanta. Ne è derivata una fase abbastanza lunga, ormai circa un ventennio, in cui è parso che la funzione dei soggetti collettivi di partecipazione e di organizzazione degli interessi fosse il retaggio di un passato, quello della società industriale novecentesca, destinato ormai a estinguersi, e che si fosse felicemente proiettati verso una sorta di democrazia diretta del cittadino-consumatore, fondata sul rapporto immediato tra leader e individuo-elettore e sul progressivo superamento di tutti i corpi intermedi della società.
Nel nostro Paese si è manifestata così con particolare evidenza una sorta di segreta affinità elettiva tra svolta neo-conservatrice sul terreno politico-sociale e affermarsi di una visione ‘direttista’ sul piano politico-istituzionale. Entrambi gli indirizzi hanno mirato a liquidare ogni struttura intermedia di rappresentanza, sulla base dell’assunto ideologico che la presunta razionalità intrinseca del mercato economico ed elettorale avrebbe assicurato la piena sovranità del singolo consumatore-elettore. Secondo questa rappresentazione ideale (per lungo tempo spacciata come l’unico senso comune ammissibile), il ruolo dei corpi intermedi tra cittadini e istituzioni è stata concepito come un ostacolo al dispiegarsi di una pretesa armonica razionalità del mercato e della possibilità di una distribuzione ottimale delle preferenze individuali, sia sul terreno economico che su quello elettorale, al riparo da interferenze e condizionamenti.
Dopo lo spartiacque culturale della crisi economica globale e dopo l’ormai evidente fallimento in Italia delle promesse di decisione ed efficienza di questo modello di democrazia senza mediazione, il carattere illusorio e mistificante di questa rappresentazione ideologica non può più essere occultato. La conseguenza è che tornare a ragionare, certo in una chiave rinnovata, sul ruolo dei partiti non appare oggi più come un attardamento nostalgico nel Novecento, ma come un passaggio obbligato per progettare il futuro della nostra democrazia dopo il ventennio berlusconiano, che va interpretato come la forma del tutto peculiare che il ciclo dell’egemonia neo-liberale e neo-conservatrice in Occidente ha assunto nel nostro Paese.
Se guardiamo indietro, ai primi decenni della nostra vicenda repubblicana, i grandi partiti hanno svolto una imponente funzione non solo di integrazione delle masse popolari nelle vita delle istituzioni democratiche, ma anche di costruzione della coscienza e dell’identità nazionale. Una funzione storicamente decisiva, se si pensa all’eredità che l’Italia liberale post-unitaria e il fascismo avevano lasciato nel rapporto tra cittadini e Stato. Non è esagerato affermare che i partiti di massa siano stati uno degli elementi cruciali in quel processo di nation building che la democrazia repubblicana ha dovuto affrontare nel secondo dopoguerra. Negli ultimi decenni, questo dato è stato sottovalutato o perfino negato da una pubblicistica di ispirazione ‘anti-partitocratica’, che, muovendo dalla degenerazioni del sistema partitico nella seconda fase della ‘prima repubblica’, ha finito con l’affermare un paradigma interpretativo opposto e fuorviante, per il quale la forza dei partiti sarebbe stata in Italia il principale ostacolo alla costruzione di una identità nazionale e civica condivisa e di una statualità più robusta. Basta peraltro osservare l’esito dell’ultimo ventennio, segnato dal drastico indebolimento del radicamento e della capacità di mobilitazione dei partiti, per rendersi conto della debolezza di questa chiave interpretativa.
È vero però che la crisi del sistema partitico italiano ha una genealogia più lunga e complessa di quella che di solito viene rappresentata con lo schema del passaggio alla cosiddetta ‘seconda repubblica’. Già alla fine degli anni sessanta iniziano a manifestarsi i segni di una difficoltà delle formazioni politiche uscite dall’esperienza della guerra e della Resistenza ad assorbire le spinte individualizzanti e libertarie che si coagulano attorno al movimento del Sessantotto. Dopo il fallimento del compromesso storico, l’ultimo grande tentativo strategico di adeguare la democrazia italiana a uno scenario in rapida trasformazione sia sul piano interno che internazionale, i partiti perdono progressivamente la capacità di dare risposta a istanze di partecipazione, dinamismo e libertà che si sviluppano nella società. Sorge così il tema di una società civile che, diversamente dal modo in cui essa è stata concepita nella tradizione del pensiero politico moderno, viene rappresentata come distinta e contrapposta rispetto alla società politica. Questa istanza di riconoscimento politico diretto della società civile, non mediato dai partiti, si è saldata con i temi della governabilità e della decisione, in contrapposizione esplicita agli elementi della rappresentanza e alla mediazione.
Il modello di una democrazia decidente, bipolare e maggioritaria è apparso, a destra come a sinistra, come la via d’uscita obbligata rispetto alle degenerazione in senso consociativo del sistema dei partiti. L’esito involutivo che ci consegna la parabola dell’ultimo ventennio è però quella di una rinuncia alla rappresentanza che non ha prodotto governabilità e di uno scivolamento verso l’investitura plebiscitaria del capo che non ha assicurato alcuna forza di decisione.
Si tratta allora di ragionare su come superare questa scissione tra governabilità e rappresentanza, che alla fine non ha garantito né l’una né l’altra. Il ripensamento di un modello parlamentare, con gli aggiornamenti e le correzioni che le trasformazioni degli ultimi decenni rendono necessari, appare come la via più adeguata alle peculiarità del nostro Paese per riformare il sistema democratico, restituendogli vitalità e capacità integrativa. Il modello neo-parlamentare implica la salvaguardia della funzione di garanzia di alcuni istituzioni fondamentali (in primo luogo, il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale), di cui proprio le degenerazioni del bipolarismo nostrano, in un contesto di perdurante debolezza della statualità italiana, hanno portano alla luce l’importanza cruciale.
D’altra parte, il radicamento del bipolarismo multipartitico italiano non va cercato nell’artificialità forzata di un meccanismo elettorale o istituzionale ma in una conformazione di lungo periodo della geografia elettorale italiana, che da un certo punto di vista ha attraversato lo stessa cesura del ’92-93. Si tratta di un bipolarismo che prima di quel passaggio non poteva produrre alternanza per ragioni internazionali, pur in presenza di una funzione unificante saldamente assicurata dalla Costituzione.
Il problema di fronte a cui siamo non è perciò quello di ingessare attraverso congegni elettorali un bipolarismo che , come spesso sottolinea Bersani, nella società italiana esiste ‘in natura’, ma quello di dare ad esso una forma politica e istituzionale che consenta di superare la curvatura plebiscitaria, l’indebolirsi di un idem sentire costituzionale e la sostanziale paralisi decisionale che ha progressivamente segnato l’esperienza degli ultimi anni.
L’inaridimento dei tradizionali canali della rappresentanza e l’avanzare di fenomeni di personalizzazione e verticalizzazione della leadership non sono certo fenomeni solo italiani. È indubbio, però, che rispetto agli altri paesi occidentali questi fenomeni siano venuti assumendo nel nostro Paese un’intensità e una configurazione del tutto peculiari, tali da mettere in discussione le stessa fondamenta dell’edificio costituzionale. Dopo le illusioni e i fallimenti della democrazia senza mediazione, il compito (in Italia ancora più urgente che altrove) è quello di ripensare la funzione dei partiti come snodo cruciale, anche se non più esclusivo, del rapporto fra cittadini, interessi economici e istituzioni politiche. Partiti che (data l’evidente impossibilità del ritorno al partito-apparato di massa del secondo dopoguerra) abbiano ed esercitino la consapevolezza del limite della proprio ruolo, sia rispetto agli altri soggetti della società sia rispetto alle istituzioni, ma che siano all’altezza della funzione specialistica che essi devono svolgere affinché anche le altre forme di protagonismo politico diretto della società possano avere un’interlocuzione e uno sbocco efficaci. Formazione e selezione della classe dirigente, coordinamento e verifica dell’azione degli eletti nelle istituzioni elettive, capacità di confronto e mediazione con gli interessi materiali e ideali che si vogliono rappresentare, costruzione di un autonomo punto di vista culturale e politico sulla realtà, in grado di reggere all’urto di campagne mediatiche, di interessi di corto respiro e di ondate emotive: la lunga e irrisolta transizione italiana ci dice che, al di là di ogni possibile ingegneria istituzionale o elettorale, se il sistema democratico non si regge su soggetti politici in grado di assicurare queste ‘prestazioni essenziali’, ciò che si indebolisce fino a un punto critico non è solo la vitalità della rappresentanza, ma anzitutto la forza della decisione politica.