Roberto Gualtieri  
Insegna Storia contemporanea all'Università "La Sapienza" di Roma ed è deputato europeo del Partito Democratico

Nodi irrisolti della governance economica dell’UE

La tempesta speculativa che si è abbattuta sull’Italia ha fatto giustamente mettere in evidenza l’incongruenza e l’inadeguatezza della politica economica del governo, e tuttavia sarebbe semplicistico e riduttivo attribuire l’improvviso aumento degli spread sui titoli di stato e l’andamento negativo della borsa unicamente (e persino principalmente) alla surreale vicenda della manovra. Certo, l’esecutivo ha dato prova di un particolare dilettantismo. Prima l’assunzione unilaterale di un impegno superiore a quello richiesto dall’Ue e scarsamente realistico, e cioè il raggiungimento in soli tre anni dell’Obiettivo di medio termine dello 0,5% di deficit (il cosiddetto pareggio strutturale di bilancio, comprensivo cioè della spesa per interessi), che ha indotto il Consiglio, nella sua opinione sul programma di stabilità dell’Italia 2011-2014 approvata lo scorso 20 giugno, ad osservare che “lo sforzo fiscale medio annuale pianificato nel periodo 2010-2012 è superiore allo 0,5% del Pil raccomandato dal Consiglio, e il ritmo di aggiustamento indicato dopo il 2012 è molto al di sopra delle indicazioni contenute nel Patto di stabilità di crescita”.

Poi l’opinabile quantificazione di tale sforzo a 40 miliardi, visto che, come ha dimostrato l’VIII rapporto Nens, il raggiungimento del pareggio richiederebbe in realtà una manovra superiore ai 50 miliardi. Quindi l’incredibile scoperta che la manovra ammontava in realtà a soli 25 miliardi e il pasticciato rimedio di una singolare delega fiscale e sull’assistenza (valutata prima 15 e poi 20 miliardi) che se effettivamente attuata avrebbe come conseguenze da un lato un forte aumento della pressione fiscale concentrato prevalentemente sui redditi medio-bassi e dall’altro il sostanziale azzeramento di una delle dimensioni più socialmente delicate del già zoppicante welfare italiano. Il tutto con una calendarizzazione degli sforzi che scarica gran parte degli oneri al 2014 e senza alcun intervento di natura strutturale capace di incidere effettivamente sugli sprechi e di favorire la crescita.

E tuttavia, se questi fattori, uniti alla fragilità ed alle contraddizioni della maggioranza, hanno sicuramente contribuito al nervosismo dei mercati, per comprendere l’improvvisa vulnerabilità dell’Italia manifestatasi negli ultimi giorni occorre collocare i problemi del nostro paese nel più generale quadro europeo. Esaminando le cause strutturali di quella che è in realtà una crisi sistemica dell’eurozona e non la semplice somma dei problemi di alcuni paesi poco “virtuosi”, superabile con una rigida austerità delle loro politiche fiscali.

I nodi di fondo sono sostanzialmente tre. Il primo riguarda gli squilibri macroeconomici interni all’area dell’euro. Con l’unione monetaria infatti i paesi periferici dell’area si sono ritrovati con dei tassi di interesse reali più bassi di quelli dei paesi centrali. Ciò ha determinato un flusso di capitali dai secondi ai primi che, invece di aumentarne il potenziale produttivo, ha generato un indiscriminato aumento dei debiti pubblici e privati verso l'estero che è andato a finanziare le esportazioni (soprattutto tedesche), accentuando il gap di competitività a vantaggio dei paesi forti. In sostanza, lo squilibrio determinato da un’unione monetaria priva di una politica economica comune ha accresciuto le asimmetrie tra i paesi dell’eurozona favorendo un deficit strutturale della bilancia commerciale dei paesi più fragili. Secondo molti autorevoli osservatori è tale deficit che costituisce il vero fattore scatenante della crisi dei debiti sovrani dei cosiddetti Pigs (ben più del livello del debito pubblico), fungendo da principale parametro per i mercati nel calcolo di un fattore di rischio che fa scontare al valore dei titoli di stato la possibilità di un’uscita del paese che li emette dall’unione monetaria come conseguenza della necessità di riequilibrare, attraverso la svalutazione, la propria bilancia commerciale.

Questo problema è a sua volta collegato al secondo elemento di fragilità strutturale dell’Unione europea, che espressamente vieta (con l’articolo 125 del Tfue) all’Ue e agli Stati membri di rispondere e farsi carico dei debiti di un paese dell’Unione o di un governo regionale o locale. Anche in questo caso, nonostante i titoli di debito pubblico dell’eurozona siano tutti denominati in euro, i Trattati vietano i trasferimenti interni in base al principio, scarsamente compatibile con la logica di un’unione economica e monetaria, che ognun fa per sé. Infine, il terzo nodo irrisolto alla base della fragilità dell’eurozona riguarda il rapporto con i mercati finanziari. Come ha osservato Guido Tabellini sul “Sole 24 Ore”, in questi anni si è affermata in Europa “l’idea sbagliata […] che, per indurre i paesi dell’area dell’euro a tenere i conti in ordine, sia utile anche ricorrere alla disciplina imposta dai mercati”, utilizzandola come un surrogato di una vera politica fiscale europea e di un'effettiva regolamentazione e controllo a livello dell’Ue del sistema finanziario (a cominciare dalle banche).

E così proprio mentre si attribuiva un ruolo improprio ai mercati finanziari, non si interveniva per riformarne le regole, accettando subalternamente un assetto incentrato sulle grandi banche di affari americane, sul primato ed il monopolio delle agenzie di rating (anch’esse statunitensi), sul crescente peso del mercato dei derivati e in generale su un modello consapevolmente fondato sul duplice primato degli investimenti speculativi a breve rispetto a quelli a lungo termine e dell’intreccio, produttivo e valutario, tra Stati Uniti e Cina rispetto agli interessi dell’Europa.

Con l’esplosione della crisi greca nel maggio del 2010 l’Ue ha per la prima volta affrontato tutti e tre i nodi sopra esaminati. Sul fronte della governance economica è stato avviato un procedimento legislativo, non ancora concluso, che punta a introdurre dei meccanismi più stringenti e dei parametri più rigidi di sorveglianza, prevenzione e correzione degli squilibri fiscali e macroeconomici. Sul fronte del debito è stato enunciato il principio politico della difesa dei paesi dell’euro, sostanziandolo prima con la creazione di due “fondi salva-stati” (uno comunitario, l’Efsm, ed uno, più grande, intergovernativo: l’Efsf) sulla base dell’articolo 122.2 Tfue (che consente di fornire assistenza finanziaria a uno stato “seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di […] circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo”), e poi avviando una riforma dell’articolo 136 Tfue per fornire una più solida base giuridica all’istituzione di un meccanismo di stabilità permanente (Esm). Parallelamente, la Bce ha avviato la pratica del sostegno ai titoli dei paesi sotto attacco speculativo. Infine, sono state costituite tre autorità europee sulle banche, le assicurazioni ed i mercati e sono stati avviati degli “stress test” per le banche europee.

Si tratta di innovazioni importanti, e tuttavia insufficienti. Non solo per i tempi troppo lunghi della loro attivazione (contrariamente a quanto molti in Italia sembrano ritenere, il “pacchetto governance” non è ancora stato approvato; il sostegno alla Grecia e la creazione dell’Efsm e dell’Efsf hanno dovuto aspettare lo svolgimento delle elezioni regionali in Nord Reno Westfalia; l’Esm sarà operativo solo nel 2013 dopo un’elaborata procedura di ratifica della riforma del trattato; gli stress test sono appena iniziati). In realtà, le riforme avviate dall’Ue sono al tempo stesso troppo poco incisive sul piano del trasferimento di sovranità a livello europeo e troppo condizionate da un orientamento politico-culturale di tipo neoliberale del tutto inadeguato ad affrontare le contraddizioni strutturali sopra esaminate. Per quanto riguarda il primo aspetto, se sul versante della governance economica il Consiglio si oppone alla richiesta del Parlamento di una maggiore automaticità delle sanzioni e di un ruolo più forte della Commissione, su quello del meccanismo di stabilità non solo ha attribuito all’Esm un carattere intergovernativo, ma ha respinto la possibilità dell’acquisto di titoli di stato dei paesi in difficoltà sul mercato secondario, che avrebbe aperto la strada alla trasformazione dell’Esm in una vera e propria agenzia del debito europea e alla sostituzione di una quota dei debiti sovrani con un debito comune europeo finanziato dall’emissione di eurobond (un veto, quello ad operazioni sul mercato secondario che ha innescato un conflitto sotterraneo con la Bce, la quale di fronte alla mancata volontà dei governi ha di fatto sospeso i suoi interventi sul mercato secondario).

Per di più, le resistenze tedesche, che hanno impedito l’accordo sul varo della nuova tranche di prestiti dell’Efsf alla Grecia oltre alla irrisolta querelle sulle modalità della partecipazione dei privati, hanno chiaramente trasmesso ai mercati segnali contraddittori rispetto al ribadito impegno politico alla difesa dell’euro, che hanno sicuramente avuto un ruolo non secondario nell’innescare l’ultima ondata speculativa (a sua volta alimentata dalla speculazione sui debiti nazionali nel mercato dei derivati attraverso i credit default swap). Infine, sul fronte del mercato finanziario è stato finora eluso il problema di un controllo delle agenzie di rating (o dell’istituzione di una agenzia europea), nonostante i loro legami tutt’altro che trasparenti con gli operatori del mercato dei derivati, e si è finora evitato di mettere seriamente mano ai problemi delle banche.

Alla base di queste evidenti inadempienze vi sono resistenze di natura squisitamente politica, che esprimono un’ostinata difesa della propria sovranità da parte dei principali paesi dell’Unione, a cominciare dalla Germania e dalla Francia (per non parlare del Regno Unito, che comunque non fa parte dell’eurozona anche se appare determinato ad ostacolare con ogni mezzo un suo effettivo rafforzamento). Sono resistenze comprensibili, visti gli evidenti problemi e incognite di un effettivo passaggio del nocciolo della sovranità ad un organismo come l’Ue, i cui assetti istituzionali sono ancora regolati da un Trattato assai perfettibile come quello di Lisbona e il cui processo di piena legittimazione democratica agli occhi di un vero “demos” europeo è tutt’altro che compiuto. E tuttavia risulta evidente che l’equilibrio attuale è troppo fragile e che senza dei significativi passi avanti verso l’Europa politica le contraddizioni e le debolezze dell’eurozona non potranno essere risolte.

Di fronte al precipitare dell’ondata speculativa sui mercati e ai timori di una sua estensione anche all’Italia, il 21 luglio un vertice straordinario dei capi di stato e di governo dell’eurozona ha finalmente varato la nuova tranche di aiuti alla Grecia e ha concordato un significativo ampliamento dei compiti dei meccanismi di stabilità (l’Efsf e, successivamente, l’Esm), oltre a prevedere un parziale e ad hoc “default selettivo” attraverso una limitata partecipazione dei creditori privati alla ristrutturazione del debito di Atene (in realtà finanziata anche’essa in gran parte con risorse dei contribuenti attraverso prestiti dell’Efsf alle banche greche per 35 miliardi). Contraddicendo i termini del trattato istitutivo dell’Esm (che era stato solennemente firmato pochi giorni prima dopo mesi di negoziati), i leader dell’eurozona hanno infatti deciso di consentire ai due fondi salva-stati di acquistare titoli dei paesi in difficoltà anche sul mercato secondario e di operare in modo “precauzionale” sui mercati (cioè per prevenire nuove crisi).

Si tratta di due innovazioni di estrema importanza, che potenzialmente potrebbero trasformare l’Esm in una vera agenzia europea del debito finanziata con l’emissione di eurobond, anche se dal comunicato conclusivo del vertice del 21 non appare chiaro se e in che misura il capitale dei due fondi verrà incrementato per consentir loro di far fronte a tali nuovi compiti. Sull’orlo del baratro dunque l’Unione europea ha avuto un sussulto di autoconservazione ed ha compiuto un passo avanti che potrebbe avere implicazioni di portata storica: un passo che potrà però dare i suoi frutti solo se verrà concepito non come un espediente per calmare i mercati ma come una tappa verso una effettiva gestione comune del proprio debito e come un ponte verso una piena “comunitarizzazione” di procedure ed organismi che non potranno mantenere a lungo un carattere intergovernativo.

Ma i problemi dell’economia europea non dipendono solo da un deficit di “comunitarizzazione” delle politiche dell’Ue, bensì sono strettamente legati al loro attuale indirizzo conservatore. La teoria secondo cui politiche fiscali fortemente restrittive avrebbero effetti espansivi in quanto “libererebbero risorse” per l’economia privata sta infatti avendo il duplice effetto di attivare una pericolosa spirale di recessione e aumento del debito e di aumentare, invece di ridurre, i divari di competitività tra i paesi forti e quelli periferici. Inoltre, dovrebbe essere evidente che le politiche di austerità, accentuando la difficoltà delle imprese appesantiscono anche la situazione delle banche creditrici, rendendole a loro volta, come è probabilmente accaduto in Italia, più caute nella sottoscrizione dei titoli di stato ed innescando la reazione dei mercati nei confronti dell’andamento delle aste. Senza robusti investimenti per lo sviluppo a livello dell’Ue, senza un’effettiva correzione degli squilibri macroeconomici che non si limiti a sanzionare i paesi in deficit commerciale, senza una riforma dei mercati finanziari che favorisca gli investimenti a lungo termine, senza un rafforzamento degli interventi a sostegno della coesione territoriale e di quella sociale l’Europa non potrà superare la crisi e affrontare la competizione globale. Serve insomma più Europa, e al tempo stesso un’Europa diversa, ed è questo il terreno su cui occorre rifondare l’unità politica e sociale delle forze progressiste continentali e definire il profilo del Pd. Superando definitivamente, sul piano culturale ancora prima che su quello politico, ogni subalternità per un indirizzo, al tempo stesso neoliberale e anacronisticamente nazionalistico, che si è rivelato del tutto inadeguato di fronte alle sfide del nuovo secolo.