Avrebbe dovuto essere chiaro di suo ma, alla vigilia del convegno di Todi, il segretario generale della Cei ha autorevolmente sgombrato il campo da ogni possibile equivoco: la Chiesa non insedia né dimissiona governi e neppure organizza o promuove partiti. Basterebbe conoscere l'abc della teologia e del magistero, il principio di una limpida distinzione tra Chiesa e comunità politica, e, ancor prima, l'evangelico "date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio".
Ma tant'è: sul punto sono spesso fiorite confusione e strumentalizzazioni. Così pure, mi pare si sia chiarito che nessuno coltiva il proposito di dare vita a una sorta di nuova Dc, un partito politico che faccia perno sulla (relativa) unità politico-partitica dei cattolici italiani. Un partito, la Dc, che ha conosciuto alti e bassi, sotto il profilo della qualità della sua ispirazione cristiana. Un partito cui tuttavia, largamente, si riconoscono oggettivi meriti storici: la scelta di campo per l'occidente democratico e per l'Europa unita, la ricostruzione, la Costituzione, la diffusione del benessere, la difesa e lo sviluppo della democrazia.
Ma è opinione comune che da gran tempo si siano esaurite le condizioni storico-politiche che hanno propiziato tale grande e singolarissima esperienza: segnatamente la guerra fredda, un ethos sociale cristiano, una democrazia priva di alternative democraticamente affidabili.
L'approdo al pluralismo politico-partitico dei cattolici è un fatto (di cui, almeno dalla metà degli anni novanta, la Chiesa italiana ha preso autorevolmente atto) e, se ben inteso e praticato,
un valore. Sotto tre profili. Quello della Chiesa stessa, messa così al riparo dal sospetto di configurarsi quale parte tra le parti politiche e della quale, di riflesso, risultano esaltate la libertà e l'universalità della missione sua propria, quella dell'evangelizzazione. Il profilo che attiene a un più libero dispiegamento della democrazia italiana quale democrazia competitiva e dell'alternanza, basata su partiti e schieramenti immuni da pregiudiziali laiciste, anche grazie al contributo dei cattolici in essi impegnati "dall'interno, a modo di fermento". Quello infine della responsabilizzazione dei laici cattolici stimolati a non contentarsi di etichette nominativamente cristiane o di astratte proclamazioni di valore, ma protesi a farsi valere sul terreno proprio della politica attraverso un loro contributo di pensiero e di azione originale e creativo.
Penso non rendano un buon servizio né alla Chiesa né alla politica quanti sostengono la tesi, a mio avviso priva di fondamento storico e teologico, secondo la quale i cattolici in quanto cattolici dovrebbero posizionarsi in una sola, precisa parte dello schieramento politico. Di più: penso che tale idea potrebbe concorrere a produrre una impropria opposizione politica tra cattolici e non cattolici (anziché una fisiologica dialettica tra orientamenti politico-programmatici tra loro laicamente in competizione) foriera di acute lacerazioni ed evocatrice di un anacronistico conflitto tra "laici" e cattolici, tra coscienza religiosa e coscienza civile. Un bipolarismo ideologico-etico-religioso tanto più regressivo ed insidioso in un’epoca attraversata dal virus dei conflitti di civiltà.
Ciò detto,
è di sicuro auspicabile un nuovo protagonismo in senso lato politico dei cattolici italiani: intanto sul piano di una formazione cristiana più mirata all'esercizio delle responsabilità politiche. Poi su quello, tradizionale ma sempre nuovo, dell'azione sociale di stampo solidaristico in una stagione segnata da disuguaglianze, disagio, povertà crescenti. Ancora nell'affinamento del pensiero e del discernimento etico-politico. Se lo si fosse coltivato ed esercitato adeguatamente nel recente passato anche dai cristiani a tutti i livelli forse il paese non avrebbe conosciuto il degrado morale e civile di cui siamo attoniti spettatori. Talvolta addirittura cedendo alle lusinghe di uomini e forze politiche che verso i cristiani e verso la Chiesa si mostrano compiacenti, salvo poi praticare politiche e comportamenti decisamente lontani dai dettami dell'etica cristiana. Spesso in buona fede: cioè coltivando l’ingenua illusione di cristianizzare gli uomini e la società (o quantomeno di invertire il trend della scristianizzazione) facendo leva sugli strumenti della politica e della legge anziché sulla “via lunga” della formazione cristiana mirata su coscienze e comunità. Come se certe concessioni e ammiccamenti potessero surrogare la buona politica e i buoni politici.
Quelli che, al modo di De Gasperi e La Pira, ci sono stati maestri almeno sotto quattro profili preziosi e attualissimi: una politica inscritta dentro una visione alta e larga, ove il superiore interesse generale, dell'Italia e dell'Europa, faceva premio sugli interessi personali o di gruppo; l'attitudine magnanima a una cordiale collaborazione con gli uomini di buona volontà dentro le istituzioni intese, al modo dei costituenti, quale "casa comune"; l'attenzione privilegiata alla povera gente, conforme al Vangelo e alla consapevolezza che i forti si difendono da sé e dunque non hanno bisogno della politica, non così i deboli; l'umile ma ferma determinazione ad assumere in proprio le responsabilità laicali e politiche che non ci è dato di delegare ai pastori. Dunque cristiani umilmente fieri della propria identità e, insieme, immuni da laicismo o clericalismo.
Se così inteso, un movimento di idee, cultuale e sociale, rispettoso delle legittime e molteplici differenze politiche, può rappresentare una spinta decisiva nella direzione del rinnovamento etico auspicato dal Papa in un suo recente messaggio al presidente Napolitano.
Non amo partecipare alla gara tra chi tira i moniti dei pastori dalla propria parte. So che devo ascoltarli e raccoglierli interrogando prima di tutto me stesso e l'esperienza politica nella quale, con convinzione, sono impegnato. Esattamente perché la parola della Chiesa si indirizza a tutti e a ciascuno. Per quel che mi compete - penso alla mia militanza nel PD e nel campo del centrosinistra, che sento come la mia naturale casa politica - non mi sfuggono le sfide e le responsabilità che ne conseguono.
A solo titolo di esempio: l'impegno ad assicurare una base umanistico-personalista alla nostra azione politica; una visione e una pratica della laicità inclusiva, positiva e dell'incontro (l'opposto di un laicismo corrosivo ed escludente); la cura per la distinzione di compiti e responsabilità tra istituzioni civili e istituzioni religiose; l'effettivo pluralismo interno a formazioni politiche post-ideologiche; talune priorità programmatiche a cominciare da un sostegno non declamatorio alla famiglia e ai soggetti deboli. Una griglia di criteri utili a un onesto discernimento circa la effettiva corrispondenza tra ispirazione cristiana e azione politica. Un discernimento che non va mai dismesso pur nell'umile consapevolezza di una distanza tra ideale e reale che non potrà mai essere compiutamente colmata (il principio di non appagamento evocato da Moro).
E mettendo nel conto che vi sono modi e percorsi soggettivi diversi per provare a testimoniare una coerenza. Portandosi reciproco rispetto. Come recita l'antico motto caro a Papa Giovanni: "in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas".