Paolo Corsini  
È deputato PD

Peculiarità della tradizione cattolico democratica

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Un dato di fatto sembra ormai acquisito, al punto da apparire quasi incontrovertibile, quanto alle scelte politiche dei cattolici italiani in occasione delle consultazioni elettorali, per lo meno a partire dall’ultimo decennio. Come è confermato da ripetuti sondaggi, da analisi sociologiche, nonché da verifiche condotte in occasioni le più disparate, al di là delle mutazioni intervenute nella geografia dell’Italia cattolica, per riprendere il titolo di un recente, interessante lavoro dovuto a Roberto Cartocci, tali scelte vanno ricondotte a prevalenti motivazioni pratiche, contingenti, più che non a ragioni etico-valoriali, a convincimenti non negoziabili in rapporto a principi che attengono a questioni moralmente sensibili”.

E del resto solo marginalmente influente risulta il peso della gerarchia ecclesiastica rispetto alle propensioni di voto, a prescindere dagli stessi orientamenti non sempre uniformi, quanto alle sfumature che li caratterizzano, dell’episcopato e delle stesse autorità vaticane. Insomma, per tradurre in soldoni: il voto dei cattolici tende sempre più a coincidere, sin quasi alla sovrapposizione, con il voto degli italiani. E tuttavia la “questione cattolica”, per usare una dizione classica nel lessico del discorso pubblico, soprattutto a Sinistra, torna prepotentemente alla ribalta, oggi a maggior ragione dopo l’incontro di Todi, là dove al centro della riflessione campeggia il problema, carico di interrogativi, che investe presenza, ruolo dei cattolici nel nostro Paese, sia come insediamento sociale, sia come animazione culturale, sia come snodo ampiamente irrisolto dalle attuali forme di rappresentanza politica.

In sostanza il tema che, sulla scorta di Walter Tocci, potremmo definire dei “cattolici senza politica” in una situazione in cui, dopo la consumazione della vicenda democristiana, la politica parrebbe senza i cattolici o per lo meno farli sentire come confinati in un’insignificante irrilevanza. Ma ancor più. Accanto a questo, e quasi a contrappeso, una riconquistata iniziativa della Chiesa nella società italiana, un fenomeno che si misura da un lato con quel post-secolarismo che rimanda ad un ritorno del “sacro”, ad una rinnovata domanda di senso cui la sfera religiosa contribuisce ad offrire risposte, se non compiuto esaudimento, dall’altro con un processo di progrediente “scristianizzazione” che investe l’intero Occidente, producendo una percezione di minorità cui si accompagna, particolarmente in Italia, la ricerca di appaganti, quanto spesso velleitarie rassicurazioni.

A problematizzare il panorama del vissuto quotidiano contribuiscono altresì la diffusione di un multiculturalismo etnico che implica necessariamente pluralismo confessionale e relativa insorgenza di inediti problemi nel confronto tra le religioni, il peso non eludibile delle convinzioni di fede nello spazio pubblico, nonché, nel quadro di afasia e inespressività politica della cultura laica, sia a livello parlamentare che nella più ampia agorà pubblica, il montare di un’ “onda neo-guelfa” riconducibile a quel sentire, propalato da furiosi “laici bigotti” e ossequiosi “atei devoti”, secondo il quale il Papa e la Chiesa cattolica dovrebbero ergersi a paladini e custodi dell’unità morale della Nazione.

Agisce inoltre la crisi, apparentemente senza rimedio - una sorta di deriva inarrestabile - che da tempo investe tanto la politica quanto lo Stato, entrambi alla ricerca affannosa di una legittimazione, dopo la fine delle ideologie classiche, e bisognosi di interiorizzare valori forti, principi etici e antropologici riconoscibili, in grado di ispirare pratiche, di animare comportamenti, di attribuire fondamenti in qualche modo vincolanti alle regole del diritto e della convivenza, di rinvenire uno justum condiviso in un orizzonte sempre più mondanizzato, contraddistinto dalla potenza della tecnica, nonché dall’imperium dell’economia e della finanza. In effetti, come ha sottolineato il filosofo Jurgen Habermas, al fondo dell’istanza religiosa “sembra rimanere qualcosa che altrove è andato perduto e non può essere ripristinato da nessun sapere professionale o specialistico: la possibilità di percepire ed esprimere la vita deviata, le patologie sociali, i fallimenti dei progetti individuali, la deformazione di contesti vitali degradati”.

Tornare a riflettere, nel tempo della modernità e sul terreno della democrazia – nella stagione ormai compiuta di quella “cristianità” definita da un osservatore e studioso attento qual è stato Pietro Scoppola come “perduta” - sul significato della presenza cattolica quale è venuta storicamente sviluppandosi, nonché sulle sue possibili declinazioni, non costituisce, dunque, un esercizio ozioso, puramente accademico, bensì un contributo utile alla crescita civile del Paese, alla sua fuoriuscita dal tunnel del berlusconismo e, nel contempo, all’affermazione del Partito democratico che dell’ispirazione personalistico comunitaria ha fatto uno - non certamente l’unico - dei suoi tratti identitari, dei suoi fattori costitutivi.

Mettiamo, pertanto, conto di rivisitare, pur in breve sintesi, il proprium caratterizzante di quella esperienza cattolico-democratica che nel Pd ha ritenuto di attribuire durata e forza di convinzione, un possibile futuro, ad una tradizione culturale, ad una storia politica che un ruolo spesso determinante hanno giocato nella vicenda italiana, non solo repubblicana. Come ha correttamente evidenziato Guido Formigoni nel tentativo di fornire una sorta di weberiano idealtypus del cattolicesimo democratico, due sono le “fratture fondamentali” – l’una culturale, l’altra funzionale, secondo l’ormai classica tassonomia elaborata da Stein Rokkan - attorno alle quali si organizza la dislocazione delle componenti cattoliche nell’età contemporanea: laicità della politica da un lato, progresso sociale in termini di giustizia e uguaglianza, dall’altro. Come a dire il rapporto con la democrazia dei moderni con la quale misurandosi il cattolicesimo democratico definisce, dopo il cammino post unitario e prefascista, la propria identità attraverso il modello sturziano.

In esso trovano congiunzione il conciliatorismo liberale dei “transigenti” e l’impegno sociale dei cattolici “intransigenti” espressione del Paese reale. Segni distintivi di questo modello, nel quadro di un richiamo ricorrente a valori morali che riguardano l’uomo, la sua dignità - sia come singolo che nelle comunità intermedie -, il suo valore preminente nella vita sociale, sono una visione non ideologica della politica, dunque consapevole del proprio intrinseco limite, una sottolineatura insistita del primato della coscienza, una concezione positiva ed organica della libertà, l’affermazione del pluralismo e della partecipazione, l’attenzione alla dialettica sociale accompagnate alla consapevolezza della necessità di tradurre questi postulati, queste esigenze in un progetto legato a condizioni concrete da rendere praticamente agibili.

E perciò un’idea non astratta né integralistica della proposta, del progetto politico. Insomma presenza insediata ed organizzata, idealmente motivata e non solo espressione di un sistema legittimo di interessi, ma pure mediazione, confronto, dialogo ricerca di sempre nuovi equilibri, di approdi gradualmente guadagnati con attitudine riformista lungo un itinerario di valorizzazione delle istanze e delle attese popolari.

Non solo quindi il superamento definitivo del modello “costantiniano” del cattolicesimo politico e di ogni suggestione nostalgica per una società teocratica, superamento accompagnato, anzi ispirato da una forte, incomprimibile esigenza di libertà religiosa – libertà non solo per la Chiesa, ma anche nella Chiesa – in nome di una prospettiva di purificazione, quasi un processo di auto liberazione sorretto da pressanti richieste di autonomia secondo gli approdi più avanzati del cattolicesimo liberale, ma pure l’impegno a misurarsi, ben oltre la rappresentanza di posizioni elitarie e individualiste, con la dimensione di massa, partecipativa della democrazia. Senza subire passivamente i rischi di involuzione populista propri di una democrazia – oggi si direbbe - “recitativa”.

Da qui anche la necessità di fare i conti con la forma partito – un partito “aconfessionale”-, di dare attuazione a modalità organizzate di autonoma presenza politica, di promuovere legamento comunitario e coesione sociale attorno a progetti capaci di esprimere, intercettandola, la vita civile, di far lievitare la democrazia come “tesi” e non solo come “ipotesi” di tutela, di garanzia degli interessi cattolici, come actio benefica verso le classi lavoratrici e i ceti popolari. Ben al di là, dunque, di ogni conservatorismo e di ogni subalternità al liberalismo costituzionale come si era verificato nel primo ‘900 allorquando l’intransigentismo antimoderno dei vertici ecclesiastici e dello stesso papato, nella sua variante clerico-moderata, aveva intravisto nella pratica gentiloniana dello scambio elettorale la possibilità di erigere un argine a possibili pulsioni anticlericali ed a temute degenerazioni “rivoluzionarie”.

Ebbene nell’intersezione tra laicità e solidarismo le due categorie tra loro interagiscono in quanto laicità, sul versante istituzionale, significa uno Stato pluralista e democratico e solidarietà implica riconoscimento, valorizzazione dei diritti che attengono alla persona in quanto tale a prescindere dalle sue appartenenze, dai suoi riferimenti, ideali, valoriali, religiosi, come del resto emerge dagli articoli 2 e 3 della Carta costituzionale alla cui elaborazione - la vicenda è nota - la cultura cattolico democratica ha offerto un contributo per più versi essenziale e decisivo.

Da questa intersezione discendono storicamente i tratti distintivi di un filone politico culturale la cui valenza non va commisurata solo in relazione ad alcuni snodi decisivi della vicenda nazionale – l’opposizione antifascista, la stagione resistenziale e quella costituente, l’età della ricostruzione, l’epoca contrassegnata dalle ondate stragistiche e terroristiche degli “anni di piombo”, l’esperienza della solidarietà nazionale e la sua progressiva crisi, l’incipit della seconda Repubblica e l’infinita transizione che ne è scaturita, ma pure, sebbene nelle forme nuove della “democrazia dei cristiani” teorizzata da Pietro Scoppola, in rapporto alle scadenze della vita politica contemporanea ed alle sue prospettive future. Tratti distintivi, veri e propri stigmi- diremmo- che, a maggior ragione dopo Todi, possono essere evocati quasi a definire un registro sul quale appuntare linee di orientamento per la comunità dei cattolici italiani in vista del contributo che essa può offrire alla ricostruzione del Paese, alla sua rivitalizzazione politica, sociale, civile persino antropologica, dopo il tempo della decostruzione, in vista di una auspicabile, ed ormai generalmente invocata, fuoriuscita da un’intera stagione storica.

A carico della quale vanno addebitati stucchevoli infingimenti ed infinite dissimulazioni che hanno visto persino agire indebite appropriazioni, sino all’iscrizione d’ufficio nel pantheon della Destra di figure di primissimo piano del cattolicesimo democratico a partire dallo stesso Luigi Sturzo. In realtà proprio Sturzo nel noto discorso tenuto a Caltagirone del 1905 sui problemi della vita nazionale prefigurò l’idea di un partito d’ispirazione cristiana a netta impronta democratica e riformista, aggettivando in modo inequivocabile il nome cattolico in senso “popolare” e rovesciando la vecchia impostazione “intransigente” evocativa di un’identità destoricizzata, tout court semplicemente “cattolica”.

Accanto al superamento della volontà di dare rappresentanza ad un cattolicesimo senza aggettivi va annoverata l’elaborazione di un rapporto critico con la modernità, non per rifiutarla, ma al fine di valorizzarne positivamente le acquisizioni, di riconoscerne i fermenti evangelici, di promuoverne le conquiste, assecondando la crescita umana delle realtà terrene depurate dal rischio di una’impropria, eterogenesi dei fini e tenendo ben ferme riserve e barriere nei confronti di ogni sacralizzazione della politica e dello Stato. Alimentando altresì forme di opposizione – non solo in termini di resistenza testimoniale - nei confronti di esperienze di impronta neo pagana e idolatrica, sia che l’idolo fosse di volta in volta la nazione, la classe, lo Stato. Ed oggi potremmo aggiungere, a buon proposito, “l’idolatria delle libertà” come ipertrofia della deresponsabilizzazione individuale e societaria.

Ancora: un’opzione forte di ampliamento delle assise sociali su cui regge l’ordinamento statuale. Valga l’esemplare immagine, cui ricorre Aldo Moro alla Costituente, della “piramide rovesciata” con cui il giovane esponente democristiano intende descrivere il profilo di una Carta fondamentale la quale non si limita a riconoscere i diritti della persona che precedono lo Stato, i valori di una comunità che non si illanguidiscono in un magma sociale indistinto, ma che garantisce e promuove una “socialità progressiva”, in grado di superare vischiosità e ristrettezze dello Stato liberale, i suoi congeniti limiti quanto alla promozione della cittadinanza, alla redistribuzione del reddito, al contrasto alle ineguaglianze sociali, in nome dell’equità, del riscatto, dell’emancipazione delle masse popolari.

Infine, e questo vale a maggior ragione nel tempo del populismo identitario, rivendicazionista, dell’antipolitica protestataria, la restituzione alla politica delle sue legittime ambizioni di governo, della sua dignità come soggetto di indirizzo e di progetto di contro ad un puro rispecchiamento della società, alla riduzione dei partiti a semplice, meccanica “nomenclatura delle classi”, in vista di un ruolo, di un protagonismo del laicato cattolico. Un ruolo, una vocazione liberatoria per la stessa Chiesa, e abilitata, in ragione della sua maturità, alla necessaria, indispensabile mediazione tra fede e storia, tra ispirazione cristiana e appuntamenti scritti nell’agenda dell’agone politico. Una traiettoria, quella del cattolicesimo democratico, per taluni versi e fatte le debite proporzioni, che storicamente si presenta altresì trasversale, nel senso che, seppure in forma minoritaria, essa è riconoscibile anche in esperienze esterne al “partito cattolico” della Democrazia cristiana, soprattutto allorquando, dalla fine degli anni Sessanta, messi in discussione il principio e la pratica dell’unità politica dei cattolici, i tratti caratterizzanti di una cultura sono riconoscibili anche in esperienze operanti all’interno della Sinistra, nella stessa testimonianza di personalità della cultura, della vita civile, della comunità ecclesiale.

Qui la cultura cattolico-democratica ha trovato indubbie e molteplici sintonie e con la “svolta conciliare” e con l’adozione della “scelta religiosa” da parte di significativi settori della Chiesa post conciliare, finendo invece col vivere indubbie difficoltà nella stagione successiva, potremo dire ruiniana, improntata – la definizione assai calzante e convincente è ancora di Guido Formigoni – alla “scelta istituzionale-sociale” ad opera della Conferenza Episcopale Italiana. Al di là del progressivo restringersi degli spazi di iniziativa, del venir meno di precedenti supporti, del rinsecchimento e inaridimento dell’elaborazione culturale e politica, soprattutto all’indomani della scomparsa – è storia del nostro tempo, anche assai recente – di alcuni padri nobili, da Giuseppe Alberigo a Beniamino Andreatta, da Achille Ardigò a Gabriele De Rosa, a Giuseppe Dossetti, da Leopoldo Elia a Ermanno Gorrieri, a Giuseppe Lazzati, da Mino Martinazzoli a Pietro Scoppola, che pur con connotazioni ed in sedi diverse, ma con un magistero complementare, hanno alimentato di idee e offerto linfa vitale al rinnovamento di una tradizione.

Sotto questo profilo il convegno di Todi, oltre a palesare un’insofferenza e documentare un’esigenza, offre indubbiamente spunti e suggestioni sui quali ci sarà da riflettere, soprattutto nella prospettiva di un rilancio dell’elaborazione e della progettualità politico-culturale. Ma su questo, vale a dire sotto l’angolo di visuale dell’ indispensabile apporto del cattolicesimo democratico alla ricostruzione dell’Italia, a prescindere da perentorie, quanto sbrigative, sanzioni tese ad accreditare un ormai avvenuto deperimento, sanzioni provenienti tanto dalla Destra quanto da taluni settori del Centro-sinistra – compreso il Partito democratico – sarà il caso di ritornare.
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