Nel marzo del 1999 i vescovi della Chiesa luterana finlandese presero posizione, pubblica e netta, sulle riforme sociali che stavano investendo il loro paese. La Finlandia si andava a fatica riprendendo dalla durissima crisi economica che l’aveva investita dopo la fine della guerra fredda e dello speciale rapporto, pur da neutrale, con l’Unione Sovietica. Dottrine neoliberali sempre più spregiudicate seminavano dubbi crescenti, ma del tutto confutabili, sulla sostenibilità dei modelli nordici. Tuttavia i partiti al potere, per quanto lontani dagli estremi anglosassoni, parevano ai vescovi cedevoli rispetto a quelle dottrine. Per questo con un loro storico documento (in svedese
Att dela sig av det goda: Condividere i beni) indicarono le strette relazioni fra il cristianesimo luterano e l’etica sociale del modello nordico. Essi affermavano che “
La creazione della società nordica, basata sull’assunzione sociale della responsabilità, è una prestazione che non va revocata“.
Secondo i vescovi “Il tradizionale liberalismo economico anglo-americano ha accentuato la libertà
da qualcosa (libertà negativa). Con ciò ha soprattutto guardato alle libertà dai vincoli creati dal sistema politico.” Oltre a notare che invece in Europa si sottolinea “… la libertà
di qualcosa (libertà positiva)“, il documento rimarcava che “la dottrina economica liberale anglosassone” tende a “… tenere sia la morale sia i diritti politici il più possibile lontani dalle decisioni economiche.” Ciò “minimizza la dimensione morale (…) il fine che su tale base unisce gli uomini è allora la lotta per i vantaggi materiali”.
La finalità del Welfare europeo, specialmente nordico, è per i vescovi luterani soprattutto morale, ovvero il miglioramento etico degli individui, che grazie ad un sistema sociale inclusivo potevano:“realizzarsi innanzitutto come decisori autonomi e ragionevoli”. Una visione complessa dell’autonomia morale dei singoli. Fin dalla fine del XIX secolo (
Socialisme og Christendom, saggio del vescovo danese Maartensen, è del 1874) il luteranesimo nordico ha compreso come la forza dell’economia capitalista possa, se non riformata, ridurre a sé ogni volontà. Così, per divenire davvero agenti morali le persone dovevano potere essere indipendenti anche dal bisogno e dal mercato. La “questione sociale”, non a caso, avrebbe occupato i vescovi e teologi più eminenti delle Chiese nordiche fino agli anni 1950 e oltre, rinnovando il nucleo della civiltà luterana. Si fondava così una modernità protestante ben diversa da quella che, con una certa banalità unilaterale, si individua nello “spirito del capitalismo” di Max Weber.
Si imponevano soprattutto due principi: quello di autorità pubblica “morale” (ai tempi di Lutero “il principe devoto”) intrecciato a quello d’inconoscibilità della grazia divina, che già di per sé genera una tendenziale eguaglianza umana. Com’è noto, i luterani sono la confessione che più di altre valorizza il mistero della “grazia divina”. La grazia luterana è così misteriosa e gratuita, così “dall’alto verso il basso”, così immeritata, che impedisce anche ai più pii di potersi mai definire “migliori”. Tale eguaglianza include la Chiesa totalmente, mentre com’è noto le Chiese e sette protestanti anglossasoni si percepiscono spesso “comunità di santi”. All’origine di ciò c’è il modello della città dei santi calvinista (Ginevra), replicata nelle città puritane d’America. Ne deriva anche la trasposizione nel presente della storia del popolo eletto (impensabile per un luterano), popolo spesso identificato (da Cromwell e molti altri) con gli anglosassoni e i loro insediamenti. La Chiesa cattolica, a sua volta, ha sovente abusato di dottrine d’infallibilità.
La Chiesa luterana resta invece, come dicevamo, agente di totale uguaglianza, e si propone essa stessa solo di predicare, di formare il cuore morale dell’autorità governante e dei cittadini. Una volta, con Lutero, ciò significava soprattutto un potere monarchico pienamente sovrano, ovvero capace di autonomia verso le teocrazie (sia papali, sia di derivazione calvinista) e verso la violenza illegittima, per esempio feudale o delinquenziale. Ciò (ancora) perché né una “repubblica dei santi” né un potere ecclesiastico potevano rimediare alle storture del mondo: l’uomo rimaneva sempre “sia giusto sia peccatore”.
Nella nostra modernità questa sovranità “morale” non poteva che divenire politica sociale, perché il capitalismo potenziava alcuni tratti di individualismo. Così, infatti, si pronunciano i vescovi finlandesi: “gli esseri umani, o la loro maggioranza pensano soprattutto al proprio vantaggio. È allora il dovere della società – dello Stato o dei Comuni – porre un limite all’egoismo e curarsi di coloro che finiscono ai margini. Il Creatore usa insomma la disciplina dell’autorità affinché i beni vengano distribuiti ai molti. Ciò perché altrimenti a causa dell’egoismo degli esseri umani i beni tendono ad accumularsi presso i pochi”.
Secondo il cristianesimo luterano, poi, la predicazione, il plasmare i cuori di chi non può mai dirsi “salvato” è uno strumento centrale di quest’uso pubblico della religione. Il motivo è che per essere convinti dei propri limiti gli uomini devono appunto essere morali. Occorre sempre tentare lo sforzo morale per comprenderne il limite (e quindi comprendere l’indispensabilità immeritata della grazia, o, nella sfera secolare, dell’azione pubblica democratica). Si tratta del concetto, complesso e ricco, di “contritio peccati” (già elaborato da Melantone). La
contritio peccati è la continua pratica umana dell’essere “
justus” (dimensione morale) per scoprire di essere “
simul peccator” (al contempo peccatore). Ciò assolve nella cultura nordica una triplice funzione: sul piano strettamente religioso rende più pronti alla grazia divina come unica e gratuita salvezza. Sul piano civile rende consci del fatto che l’assunzione di responsabilità, sociale per esempio, non può che essere collettiva, e quindi politica.
Non si può, infatti, come nel puritanesimo anglosassone, fare affidamento su una santificazione individuale capace di coinvolgere la società. Sul piano valoriale, poi, porta ad abbinare forte moralità e forte laicismo: la dottrina della grazia ci rende fortemente uguali agli altri nella nostra insufficienza rispetto alla salvezza (o, più laicamente, alla virtù). Il sentimento di uguaglianza senz’altro ne giova, e quello di tollerante società aperta (solo in parte contraddetta dagli etno-populismi degli ultimi anni) anche di più. All’opposto, non a caso, il protestantesimo nordamericano tende all’individualismo pubblico (o al comunitarismo “puritano”) e al semi-fondamentalismo religioso privato (assai debole fra i nordici).
Le Chiese luterane nordiche concepiscono lo Stato, la politica democratica, come fattore indispensabile dell’autonomia individuale, realizzando con particolare coerenza (sebbene tutt’altro che alla perfezione)
la modernità come democrazia sociale europea. Viceversa la “dottrina economica liberale anglosassone”, come la chiamano i vescovi finlandesi, è frutto di una modernità fissatasi sul vecchio dualismo “liberalismo-monarchia”, anziché su quello drammaticamente attuale: “capitalismo-socialità”. Per i vescovi finlandesi la radice del modello socio-politico nordico è che con la Riforma luterana: “si cominciò a vedere che Dio stesso distribuiva i doni del creato all’umanità. Si pensò che la responsabilità sociale cristiana dovesse seguire lo stesso principio: distribuire i beni dall’alto verso il basso”. Ciò è stato a volte denunciato come paternalismo. La realtà nordica smentisce completamente queste interpretazioni: sono inconciliabili col paternalismo i diritti sociali di cittadinanza (universalismo), l’auto-organizzazione operaia più massiccia in assoluto (sistema Ghent) e i più alti tassi di occupazione e di mobilità sociale del mondo.
Si tratta non di paternalismo ma all’opposto di tendenziale eguaglianza. Ovvero, ci dicono i vescovi, la Riforma luterana è: “Comprendere, come società, che nessuno doveva necessariamente essere povero, e nessuno emarginato…”. Ciò, tantopiù, in una società capitalista, che produce molto più del necessario a questo fine. E che se non riformata impedisce la vera libertà individuale, ovvero una collettività esistenzialmente equilibrata e moralmente sensibile.