Dopo l’incontro di Todi (17 ottobre) promosso dal Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro- di cui fanno parte anche le ACLI- credo di poter affermare che alcuni importanti segnali stiano a dimostrare che si è aperta una “breccia” (non ancora una strada) che potrebbe rilanciare le speranze in quel riformismo cattolico che negli ultimi decenni sembrava essersi spento. Bisogna però avere il coraggio di parlare chiaro. Oggi infatti il laicato cattolico non è più identificabile con un solo partito politico ma si presenta come un insieme di associazioni e di movimenti che guardano con simpatia a schieramenti politici diversi. Vi è, d’ altra parte, una evidente differenza tra il piano del civile e il piano dei partiti politici, ma questo non deve portare a credere che il civile non faccia politica. D’altronde nessuno di coloro che stanno in politica ha la delega per rappresentare i movimenti del civile, sicché il pluralismo dei cattolici in politica appare un fatto irriducibile. Da quando poi Benedetto XVI a Cagliari (7 settembre 2008) ha espresso per la prima volta l’esigenza di una “
nuova generazione” di laici cattolici impegnati a servizio del Paese, è cresciuta la consapevolezza della necessità di una rinnovata presenza cattolica nella società.
Ora l’incontro di Todi ha segnato un evento importante e ha contribuito ad accelerare la fine del governo Berlusconi. È stato inoltre opportunamente osservato che Todi ha fatto uscire il laicato cattolico dal silenzio, ridandogli voce e restituendo ad esso un ruolo e una presenza. Era dagli anni ‘70 che non si teneva, per iniziativa dei laici, un incontro di questa portata: 16 tra associazioni nazionali del lavoro e dell’impresa, movimenti religiosi, reti ecclesiali, 8 fondazioni culturali o di origine bancaria, 40 esponenti di rilievo del mondo accademico. È stata abbandonata l’ipotesi di un nuovo partito cattolico a favore della costruzione di un “nuovo soggetto” chiamato a prendere posizione sui temi che riguardano il bene comune del nostro Paese (dalla pace all’immigrazione, dall’ambiente ai principi non negoziabili) non separando mai etica sociale ed etica della vita.
Tale rinnovata visione dell’etica pubblica si fonda sul confronto dei cattolici con tutti in questo immenso “cortile dei gentili” che è la società multiculturale di oggi, ed esige però che si prendano le distanze dal relativismo dei valori e dall’individualismo radicale.
Un’autentica prospettiva del riformismo cattolico deve saper coniugare la propria identità con una laicità plurale e intelligente che faccia leva sulla logica dell’ascolto e dell’inclusione per condividere un comune ethos civile tra diversi.
Nella prospettiva di questo riformismo possiamo poi leggere anche l’importante “lettera aperta” che quattro illustri intellettuali di sinistra (Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti, Giuseppe Vacca) hanno inviato a Pier Luigi Bersani e che il quotidiano cattolico “Avvenire” ha pubblicato (16 ottobre 2011) con notevole risalto. In questa lettera intitolata significativamente “L’emergenza antropologica: per una nuova alleanza”, si ritengono “degne di attenzione e meritevoli di speranza” le novità che nel nostro Paese si annunciano in campo religioso e civile. E si afferma inoltre che “il terreno comune è la definizione della nuova laicità” che nelle parole del Segretario del Pd muoverebbe dal riconoscimento della rilevanza pubblica delle fedi religiose.
A tal fine - aggiunge la lettera – si ritiene che il Pd debba promuovere un confronto pubblico con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose operanti in Italia oltre che sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, su quelli che attengono in maniera più stringente ai rischi attuali della nazione italiana: la tenuta della sua unità, la “sostanza etica” del regime democratico”. Insomma, un riformismo a tutto campo dovrebbe riguardare non solo la politica, l’economia e il diritto, ma anche l’etica sociale, la bioetica e il modello di sviluppo del nostro Paese. Per questo, non vi è compatibilità tra riformismo cattolico – centrato sul Bene comune – e ideologia dell’individualismo radicale.
Siamo ad un possibile spartiacque.
In questo momento, di fronte ad una crisi che non è solo economica, ma anche etica e spirituale, le due tentazioni più pericolose sono la difesa dello status quo – la logica della difesa dell’esistente –
e la logica della perenne e ormai sclerotica contrapposizione (laici e cattolici, sinistra e destra, radicali e moderati).
Come cristiani, eredi della grande tradizione del cattolicesimo democratico e sociale, possiamo invece mettere oggi in campo un nuovo riformismo, radicato nella vita spirituale autentica e animato da una visione di speranza, alimentato nei contenuti e nelle prospettive da quel patrimonio immenso rappresentato dalla Dottrina sociale cristiana. Che è poi il cammino che pare delinearci Papa Benedetto XVI con le due sue encicliche, la Spe Salvi e la Caritas in Veritate.
Sul piano concreto, provo solo ad accennare a tre piste, sulle quali da tempo ci stiamo muovendo, ma che devono oggi conoscere un nostro rinnovato protagonismo, come organizzazioni della società civile ma anche come cattolici impegnati in politica in entrambi gli schieramenti.
C’è innanzitutto il tema di un nuovo modello di welfare, capace di coniugare l’universalismo dei diritti alla responsabilizzazione delle persone e delle comunità. Se senz’altro dobbiamo opporci alla logica dissennata dei tagli lineari, dobbiamo insieme avere il coraggio di cambiare e innovare il sistema complessivo del welfare, oggi costruito interamente su pensioni ed elargizioni monetarie di tipo risarcitorio.
Un secondo ambito che deve vederci impegnati è quello della partecipazione sociale, economica e politica. Il sistema della “casta” non è la causa della crisi della politica e delle istituzioni, ma ne è piuttosto il sintomo più evidente, il fallimento di un modello di partecipazione basato sulla delega, troppo spesso in bianco.
Come cattolici possiamo e dobbiamo impegnarci a trovare nuovi strumenti partecipativi che connotino la nostra democrazia in senso deliberativo. Una partecipazione che non si limita ai tradizionali strumenti democratici e sempre più deve spingersi nell’ambito dell’economia e del lavoro. Proprio il lavoro, infine, può essere il terzo ambito in cui sperimentare un nuovo riformismo cattolico. Siamo di fronte a delle sfide epocali, a delle trasformazioni che hanno “scomposto” il mondo del lavoro. Ma anche qui non possiamo giocare la carta della difesa dell’esistente o della mera contrapposizione. Come cristiani, impegnati nella società, nella politica e nell’economia, possiamo lavorare per “ricomporre” il mondo del lavoro rendendolo più inclusivo, dignitoso, ricco di valori umani e in ultima istanza spirituali.