Benedetto XVI è persino martellante: il punto è non ciò che i cattolici debbono aspettarsi dalla politica, ma ciò che i cattolici debbono alla politica. Gli interessi ecclesiastici sono pienamenti legittimi, e vitali in democrazia. Hanno una dignità pienamente pubblica: e proprio in questo si coglie uno dei grandi motivi di valore della Costituzione italiana, che adotta e sancisce il principio della libertà religiosa (art. 8) e non quello di laicità.
Ma la tutela degli interessi ecclesiastici e la garanzia della libertà religiosa non esauriscono il contributo della politica al bene comune. E questo i cattolici non sono autorizzati a dimenticarlo. Dunque la domanda di partenza può essere solo: quali istanze politiche emergono dallo stato il cui versa il bene come in cui versa la nostra comunità nazionale? Perché confrontarsi con quelle domande è qualcosa per i cattolici è una responsabilità stringente.
Con riferimento alla gravissima situazione economica, ma il discorso potrebbe valere con riferimento ad altri non meno cruciali ambiti, il paese avanza in tutti i modi una grande domanda di riforme, ma queste riforme non trovano adeguate risposte. Questa domanda non incontra proposte riformiste accompagnate da quel corredo di consenso che in democrazia è un vincolo ineludibile e qualificante. C’è una domanda di riforme ed un difetto di riformismi. Dalle forze politiche democraticamente elette fino alla settimana scorsa non sono arrivate le riforme di cui il paese fa domanda (“né da Arcore, né da Vasto” per dir così). Ora, avere anteposto la formazione del governo alla ricerca del consenso, anche prescindendo dai non pochi costi politici che questo comporta, non muta di molto la situazione. In genere la somma non dipende dall’ordine dei fattori. In queste condizioni le possibilità sono due: mettere i governi ancor più al riparo dal voto o dar vita a quell'offerta politica riformista capace di sufficiente consenso democratico che oggi manca.
Questo stesso problema può essere spacchettato in tre questioni altrettanto cruciali.
1. Non c'è da scandalizzarsi se in regime di democrazia il sistema politico appare ipersensibile alle perturbazioni del suo ambiente politico. Nel 1921/1922 poteva trattarsi delle esitazioni delle gerarchie ecclesiastiche o dei ceti imprenditoriali di fronte alle nascenti minacce autoritarie, oggi può trattarsi di tendenze degenerate interne alla “eurocrazia” o delle dinamiche dei mercati. Non si tratta di accidenti, ma esattamente di alcune delle istanze cui la democrazia deve saper rispondere, e che riesce a mettere sotto controllo solo fornendo una risposta positiva.
2. Per note ragioni storiche in Italia i riformatori liberali sono una minoranza rispetto agli azionisti laicisti e statalisti. Per ragioni analoghe la sinistra riformista è minoritaria rispetto a quella massimalista. Neppure insieme queste due famiglie riformiste riescono ad superare quantitativamente modeste nicchie politiche.
3. Siamo evidentemente esposti al rischio di una controriforma istituzionale intenzionata ad azzerare quel poco o pochissimo che negli ultimi venti anni ci eravamo conquistati in termini di maggioritario e di bipolarismo, di federalismo, di rafforzamento dell'esecutivo (per usare i tre riferimenti precisi emersi delle Settimane Sociali di Reggio Calabria e anche da una lucida sintesi fornita alcuni mesi orsono dal Cardinale Ruini al termine dell’ultimo Forum del Progetto Culturale della CEI). Le regole non sono neutre, e bisogna dirselo con schiettezza. Le regole appena citate avvantaggiano i riformisti liberandoli dalla minaccia di estreme demagogiche, quando non antisistema, ma anche da ogni alibi di moderatismo.
Queste sono alcune, solo alcune, delle istanze che il bene comune pone alla politica e che la politica impone ai cattolici, ed ovviamente non solo a loro. Credo non ci siano dubbi che, nel migliore dei casi – quello che sinceramente ci si dovrebbe augurare – l'esecutivo Monti può far fronte solo ad una piccola parte della domanda di riformismo che emerge dal paese. È solo dicendoci con schiettezza questa verità che si comprende, per quanto strano possa suonare, che il nodo sono i cattolici. E che il nodo è ancora ben lungi dall’essere sciolto. Solo se una quota consistente dei cattolici italiani (tutti è politicamente impensabile ed ecclesiasticamente inesigibile) sostiene una strategia politica riformista adeguata alle sfide del presente momento politico questa diviene maggioranza e l’ago della bilancia si sposta in questa direzione.
Nel 1921/22 un tentativo del genere fallì: Luigi Sturzo provò fino all’ultimo, fino a poche settimane prima della “marcia su Roma”, nonostante i diktat di Pio XI, ma Turati non ebbe la forza di rompere con Labriola. Nel 1946/47 un tentativo del genere ebbe successo: De Gasperi e la sua Dc frenò le nostalgie ecclesiastiche, compattò tutti i riformisti e fece grandi riforme. È vero, la storia non si ripete, ma sarebbe grave che non facesse pensare. Scriveva T.W. Adorno nella
Dialettica negativa: non studiare la storia è la migliore delle condizioni per ripeterne gli errori e gli orrori.
Dunque
è con questa esigentissima unità di misura, quella della domanda di riformismo che emerge da Paese, che deve essere valutato il presente del cattolicesimo politico italiano. Il problema non è quanto sia grande la voglia od il bisogno – legittimi – dei cattolici di proiettarsi in politica, il problema non è quello di dare eventualmente risposta al loro narcisismo politico. Il problema è se le riforme di cui il Paese ha bisogno possono essere portate a termine altrimenti che con un coerente ed energico contributo di cattolicesimo politico. E dato che la risposta è negativa, il problema è se i cattolici sono e saranno all’altezza di questa particolare responsabilità per il bene comune.
Questa è l’unità di misura per valutare Todi. Non altra.
Pensare che il governo Monti sia espressione del seminario di Todi fa sorridere. Al contrario, demonizzare Todi è un errore, che anzi tradisce l'intuizione di una qualche sua potenzialità avuta chi si è poi affrettato ad esorcizzarlo. Il punto è misurare realisticamente lo scarto tra la domanda di riformismo che sale dal Paese e quanto da Todi è emerso in termini di offerta politica. E quanto è emerso da Todi in termini di offerta politica riformista è assai poco.
Come possiamo dire adeguatamente il
gap, il grande scarto, che separa la domanda di riformismo che impelle e l'offerta politica di cui oggi il cattolicissimo politico – da Todi o da altrove – si mostra capace? Quello che si manifesta è un
deficit di cultura politica, un
deficit di proposte politiche cantierabili, di organizzazione politica, di filosofia istituzionale bipolarista, da esecutivo forte, federalista. Il problema non è la CEI e la sua linea. Parlare di cultura politica, infatti, non è prendere una strada diversa da quella che comincia con il richiamo ai valori.
Al contrario, è prendere quella stessa strada e percorrerla fino in fondo, perché una cultura politica è l'unico luogo in cui la fedeltà ai valori diviene politicamente reale. Il dramma, o la durezza del compito ancora quasi del tutto da svolgere, consiste esattamente nel fatto che, per usare le parole di Benedetto XVI, nessuna cultura politica e neppure semplicemente legislativa può essere semplicemente dedotta dalla Rivelazione; ovvero, per dirla con le parole di Luigi Sturzo, che per rispetto della irriducibilità della fede e della Chiesa ad un'opzione politica l'agire politico dei cattolici non può che essere aconfessionale. Non indifferente al Vangelo o esente dal discernimento ecclesiale (come certo modo forse infantile di intendersi “cattolici adulti”), ma responsabilmente coraggioso e umilmente responsabile. Occorre avere il coraggio di fare scelte politiche, il coraggio di assumerne il carattere contingente ed insuperabilemente “imperfetto” (Agostino, Rosmini) di queste scelte, e poi il coraggio e la forza dell’umiltà con cui se ne deve sempre rispondere nella comunità ecclesiale.
Che a Todi non si siano fatti i conti con il nodo della cultura politica lo mostra nel modo più eclatante l'enfasi posta sull'unità politica dei cattolici, sulla pretesa fallace di farne la premessa di rinnovamento. L’enfasi sull'unità manifesta la non consapevolezza che la elaborazione di una reale cultura politica, mentre non sottrae al discernimento dei pastori, impedisce di poter esigere da questi un mandato esclusivo. Ogni coerente azione politica di credenti deve serenamente mettere nel conto la possibilità di incontrare come competitori altri credenti e come alleati altri non credenti. Questa non consapevolezza, se non qualche velo di ipocrisia, ha portato poi a parlare di “ritorno” dei cattolici sulla scena politica.
Ma non hanno forse fatto politica, e di che tinta, i cattolici in questi ultimi 20 anni, come elettori e come attori, nelle istituzioni e fuori? Mentre non è credibile parlare di ritorno, ciò che urge, e che solo può essere premessa di rinnovamento, è fare revisione critica di queste ultimi 20 anni o forse meglio, di questi ultimi 40 anni, da quando cioè il passaggio alla “terza fase” della repubblica si manifestò come davvero improcrastinabile (e cominciò ad essere seriamente ostacolato). Prendere la via della elaborazione di una cultura politica, Sturzo lo testimoniò e ne pagò un prezzo altissimo, mentre oggi grazie a Dio la Chiesa lo insegna, vuol dire prepararsi ad addii tristi ed ad incontri imprevisti.
Se il cattolicesimo italiano o una parte di esso non si avvierà per questa strada non approderà ad alcuna effettualità politica. Resta allo stadio del mero appello o della piagnucolosa lamentela, entrambi lontanissimi da ogni istanza di coerenza cristiana e pericolosamente prossimi al rischio dell’opportunismo o di sterili soluzioni individuali. Con ciò non si delegittima né si critica alcuna avventura individuale nel Parlamento o altrove. Si ricorda semplicemente che, soprattutto nelle democrazie, l'agire politico è agire collettivo, a maggior ragione poi se mosso da esigenti disegni riformisti. Tuttavia, quanto non può essere obbligato dall'autorità ecclesiastica, l'unità politica dei cattolici, può essere ricercato ed approssimato dalla proposta politica, in modo trasparente e schietto.
La lezione degasperiana, magistralmente illustrata da Pietro Scoppola, ci testimonia che fu possibile fare di larga parte cattolici italiani componente essenziale di una alleanza riformista e vincente.In modi del tutto diversi, perché oggi siamo in una democrazia più matura, è ragionevole ed utile al bene comune tentare qualcosa di analogo. Purtroppo, al momento non ci sono indizi per sostenere che un esito come quello sia certo, ma non ci sono neppure ragioni per affermare che sia impossibile.