Chi sono i cattolici italiani oggi?Mentre scriviamo queste righe sfilano davanti ai nostri occhi i protagonisti del convegno di Todi non solo nelle vesti di ministri ma anche quali fautori non secondari dello spirito e della natura del governo Monti. Per una volta, sembrano chiedersi, increduli, tanti inesausti laicisti: i cattolici invece di pretendere garanzie per se stessi, secondo lo schema gentiloniano, tanto criticato nell’ultimo decennio, si candidano proprio loro ad essere salvezza per tutti. Non rivendicano tanto protezione e garanzia quanto cercano di darne ad un paese che deve essere rassicurato come già era successo con la ricostruzione del dopoguerra. Ma, si chiedono ancora, cosa vorranno, in cambio, sul terreno dei valori non negoziabili?
Poteri forti e, insieme, vera attenzione ai più svantaggiati, valori non negoziabili ma anche straordinaria capacità di accoglienza, salvaguardia dei propri interessi di parte ma grande disponibilità a coprire il vuoto lasciato da una politica indecente e inesistente:
mai come in questo momento il cattolicesimo italiano si presenta con volti tanto diversi eppure con una altrettanta compattezza interna. Questo conferma, ancora una volta la tenuta morale e materiale della comunità cattolica nazionale, nonostante lo sfibramento della società italiana e la crisi non meno grave che ha colpito la chiesa cattolica stessa.
Oltre alla ragione di fondo di questa tenuta che affonda nelle radici antiche della nostra storia nazionale ci sono fattori e ragioni più stringenti che potremmo prendere in esame a partire dalle parole chiavi dell’ultimo decennio. Per evitare reattività o rimozioni, i nostri due vizi nazionali.
L’Unità d’ItaliaNelle celebrazioni dell’ultimo anno si sono avute le prove generali del rinnovato ruolo di responsabilità nazionale dei cattolici italiani. Giovan Battista Montini nel 1962 giudicava la fine del potere temporale come un grande beneficio per la Chiesa, una vera e propria azione della Provvidenza. Un’affermazione molto importante, secondo la quale l’essersi affrancata dal suo temporalismo aveva rappresentato un grande vantaggio morale e materiale per la chiesa. Una frase che però fino a qualche anno fa pochi potevano affermare senza essere tacciati di nostalgici del concilio. Il fatto allora che quell’affermazione del futuro Paolo VI sia stata citata dallo stesso Benedetto XVI nel suo messaggio del 17 marzo 2011 in occasione dei 150 anni dell’unità politica dell’Italia è quindi da salutare con particolare gioia e soddisfazione. Perché per la Chiesa tutta dunque l’unità d’Italia è patrimonio e realtà fondativa comune. E i cattolici non hanno partecipato alla sua conquista e realizzazione solo nella parte dei perseguitati ma anche in veste di protagonisti.
Resta importante che anche da parte della Chiesa ufficiale si siano prese le distanze da quelle esasperazioni revisionistiche, da quella storiografia che vedeva un'opposizione politica dei cattolici al processo risorgimentale dilatandone il ruolo, scambiando per lo più per un'opposizione consapevole, cattolica convinta, la millenaria passività di masse lontane dalla partecipazione politica. Ora però non si deve cadere nell’errore opposto - secondo una reattività che rivela spesso un affanno strumentale – quello cioè di enfatizzare in modo unilaterale il contributo positivo dei cattolici. Perché una frattura ci fu, fu grave e non va rimossa. Non dimentichiamo che figure come Rosmini, Gioberti, Manzoni, furono osteggiate e scomunicate.
Come è cambiata la laicitàNon vanno persi gli approdi migliori di quel dibattito sulla laicità che è stato una delle novità più interessanti degli ultimi anni.
La presa di distanza da un’idea della laicità, intesa come laicitè alla francese, ha significato prendere congedo da una certa idea di illuminismo e di modernità. Così come è un dato incontrovertibile il significato e il valore pubblico della religione. Tutto questo ci porta a ”preferire” regimi di
religious freedom che non quelli di
laicitè, anche se nella nostra storia europea è difficile rifarsi al modello anglosassone. La nostra via nazionale alla laicità passa attraverso la storia e la politica: la laicità è una conquista e non solo un compromesso subito.
L’idea di laicità nasce da
come la cattolicità reagì allo choc provocato dalla rivoluzione francese, riproponendo un nostalgico “modello di cristianità”. E i cattolici si divisero e riunirono per superare così le due modalità storicamente conosciute fino a quel momento, quella che li vedeva “parte egemonica” nell’antico regime e quella, specularmente opposta, che li ghettizzava in una minoranza in seguito alla secolarizzazione. Essi cominciano a ri-considerare il loro agire nella storia, alla pari tutti gli uomini, come la più autentica testimonianza evangelica che possano dare. Dopo il
Kulturkampf bismarckiano e la questione romana italiana, è la
politica l’occasione più propizia anche per testimoniare il Vangelo e non solo per salvaguardare i propri interessi di parte. Ad esempio, attraverso programmi politici ( pensiamo al
Zentrum in Germania e al Partito popolare in Italia) del tutto laici e aconfessionali, ispirati ad un’idea di “servizio”, “come se Dio non ci fosse”. Il fatto che in seguito, “questo servizio” sia scaduto in pura acquisizione di potere è un'altra questione.
La laicità allora diventa una sorta di “valore in sé”, non un aggettivo funzionale a qualcosa: non si tratta infatti solo e tanto di adottare un comportamento laico, operare una scelta laica, quanto piuttosto di una vera e propria postura spirituale del cristiano verso la storia degli uomini, la loro convivenza civile e dunque la politica come governo di essa. Ed è con quel respiro che la laicità in senso alto si sposava con la politica ( e la democrazia), fino ad identificarvisi. Venendo meno la politica, anche la laicità cambia di segno.
I valori non negoziabili e le donne Pochi sanno cosa siano davvero, tirati da tutte le parti, i così malamente definiti valori non negoziabili, sono oggetto della massima strumentalità da tutte le parti. Eppure su questi si giocheranno le prossime alleanze, quelle intra e post governo Monti.
Sempre più in numerosi, tra i quali, autorevolmente, il cardinal Scola preferiscono chiamarli valori irrinunciabili. Bersani ha aperto, al riguardo, un terreno di confronto molto interessante: ha finalmente ammesso che non tutto è negoziabile, un ragionamento di altissimo buon senso il suo ma che era diventato improponibile nella sinistra degli anni scorsi. La questione vera, infatti, non stava e non starà tanto nell’imporre o rifiutare la legittimità che alcuni fondamentali valori, capisaldi di un umanesimo comune, siano irrinunciabili ma il loro uso strumentale ai fini tattico-politici. Bisogna che essi finiscano non solo per essere usati strumentalmente per ottenere la benevolenza delle gerarchie ma anche che siano rifiutati per blandire le spinte più radicali della società secolarizzata.
Lo sforzo comune deve essere in una doppia direzione: riconoscere, in spirito di amicizia, i principi fondativi comuni e applicarsi con grande inventiva sul piano del compromesso concreto. Un modello sempre valido è quello della legge 184 sulle interruzioni di gravidanza.
E allora come oggi è fondamentale la presenza delle donne. La totale, incredibile, assenza di qualsiasi figura femminile nel marasma del dibattito attuale è, tra le tante, la prova di come poco si vada a fondo e nel merito.
Per concludere:
i valori irrinunciabili non devono essere messi da parte perché divisivi, ma perché troppo politicizzati sia dai laici che dai cattolici. Per i credenti andrebbero ancorati veramente alle fede, per i laici ad un umanesimo profondo, non per compiacere accordi ma per ripensare la crisi irreversibile dell'individualismo. E qui il pensiero delle donne tutte, laiche e cattoliche insieme, è davvero decisivo.