Rosy Bindi  
Presidente del PD e vicepresidente della Camera dei Deputati

PD partito dei diritti e dei doveri

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«Nella vita le persone sono per noi più importanti di qualsiasi altra cosa». Così scriveva dal carcere di Tegel il teologo resistente Dietrich Bonhoeffer che si era opposto alla politica totalitaria di Hitler. Il totalitarismo è stato caratterizzato dal disprezzo nei confronti delle persone, considerate meri strumenti per l'affermazione di una causa e discriminate a seconda della loro appartenenza a questa o quella razza.

Nell'opposizione a regimi che avevano abbassato l'uomo al non uomo, convergevano in tutta Europa uomini e donne di diversa ispirazione culturale e di diverso orientamento politico, accomunati da una stessa ripugnanza nei confronti dell'ingiustizia e da una comune volontà di restituire ad ogni persona la propria dignità, quell'essere irriducibile a una cosa, a un mero strumento da poter utilizzare per questo o quel fine.

Non è un caso che da questa esperienza di ribellione nei confronti della disumanizzazione siano nate le Dichiarazioni dei Diritti dell'Uomo e le Costituzioni democratiche, frutto anch'esse della convergenza di correnti di ispirazione diversa. E non è un caso che da questo straordinario patrimonio di lotte per l'umanizzazione del mondo e la democratizzazione della società, sia nato nel nostro Paese il Partito Democratico che vuole, nelle mutate condizioni dell'oggi, mettere al centro della propria azione politica e dei propri ideali di trasformazione della società, il rispetto di ogni essere umano e dei suoi diritti. Anche per il PD le persone devono essere più importanti di qualsiasi altra cosa e per questo deve essere il partito dei diritti di ogni persona.

Una politica “mite”
Proprio l'esperienza dei totalitarismi e, in generale, delle dittature e dei regimi autoritari in ogni parte del mondo, con il loro tragico carico di oppressioni e torture, ha fatto e fa riscoprire la necessità di una politica "mite", di una politica che non solo rifugga da ogni forma di violenza, ma che riconosca il proprio limite radicale: una politica che non può e non vuole disporre della vita e della morte, ma vuole fare invece ogni sforzo per costruire condizioni degne per ogni essere umano, perché nella sua libertà insopprimibile e nella sua responsabilità verso gli altri possa sviluppare la propria personalità. Questa concezione "mite" della politica deriva dal riconoscimento della sua radicale laicità, dal suo non essere un che di sacro o di assoluto, ma una realtà secolare, umana, relativa, al servizio del diritto. E non di un diritto astratto e indifferente, ma del diritto umano, di quel diritto che i concreti esseri umani, in carne ed ossa, sono. Questo riconoscimento della laicità della politica, di questo suo essere strumento umano sottoposto al diritto, è un'eredità del più autentico pensiero religioso - geloso custode della distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio - come di quello secolare alieno da ogni integralismo.

Dal riconoscimento della laicità della politica scaturisce anche una chiara distinzione tra il piano dell'etica e quello diritto. Il piano del diritto contiene in sé anche il possibile ricorso agli strumenti della coercizione e per questo esso non può essere utilizzato nel campo delle convinzioni interiori, che non può essere fatto oggetto di nessuna violenta intromissione. Il piano dei valori morali è il piano della ricerca del senso della propria vita e del bene che la può realizzare ed ha perciò bisogno di nutrirsi di libertà e di apertura, di dialogo e instancabile confronto tra soggetti che si riconoscono reciprocamente la dignità di soggetti morali.

Diritti civili e diritti sociali
In una politica mite la ragione religiosa e la ragione secolare possono ritrovarsi attorno a valori comuni: il rispetto della libertà radicale dell'uomo nella ricerca del suo bene, il riconoscimento dell'uguaglianza di ogni essere umano contro ogni discriminazione, il riconoscimento della natura relazionale della persona e dunque la necessità di rispettare le formazioni sociali a cui liberamente ciascuno dà vita e l'affermazione di un obbligo di solidarietà nei confronti degli altri, in particolare di coloro che da soli non possono vivere.

E le battaglie per la realizzazione di questi valori oggi, nel nostro Paese, certo non mancano, dopo quasi un ventennio in cui la politica dei diritti è stata più volte umiliata. Dalla dignità delle donne a quella di tanti lavoratori, dalla condizione dei malati a quella dei carcerati, dagli stranieri alle minoranze religiose a chi ha cercato di esprimere nel mondo dell'informazione pubblica la propria libertà di pensiero.

La sfida oggi sta nel declinare assieme i valori legati alla dignità della persona e dunque i diritti civili, che esigono rispetto, con i diritti sociali, che esigono solidarietà e giustizia. Qui sta la sfida di una nuova cultura politica democratica che sappia superare le unilateralità del passato che hanno di volta in volta sacrificato i diritti sociali a quelli civili o viceversa. E invece è proprio l'unità della persona, fatta di corpo e anima, fatta di sé e di relazioni, ad esigere una politica unitaria. Una politica che rispetti anzitutto i corpi delle persone e non ne faccia mai merce di scambio o strumento di dominio in una società in cui i poteri della tecnica sulla vita sono spaventosamente aumentati.

Una politica che rispetti la sfera intellettuale e spirituale di ciascuno, il suo diritto a conoscere e dunque a un'informazione libera e plurale, a istruzione e cultura, all'accesso all'arte e alla bellezza, all'espressione libera delle proprie convinzioni filosofiche o religiose. Una politica che rispetti le relazioni sociali di ciascuno a partire dalla famiglia e dal suo ruolo primario nella società, troppo spesso disconosciuto nei fatti e umiliato da coloro che a parole se ne ergevano a supremi difensori. Ma anche attenta alle nuove formazioni sociali in cui oggi si sviluppa la vita delle persone al di fuori del modello tradizionale di famiglia e sappia vedere in esse, laddove c'è rispetto reciproco e assunzione di responsabilità nei confronti dell'altro, un valore di solidarietà per tutti, perché sottrae la vita umana alla solitudine e all'individualismo.

Diritti e doveri
Ma una più attenta stagione dei diritti potrà compiersi solo se sapremo accompagnarla a una nuova stagione dei doveri. Se di fronte alla violazione di un diritto operata nei confronti del più debole, ognuno avvertirà il dovere di reagire e di far sì che gli strumenti del diritto e della politica, della cultura e dell'economia, si adoperino per tutelare la vita offesa e le restituiscano condizioni accettabili. Lo aveva visto con chiarezza Simone Weil: "un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l'obbligo cui esso corrisponde...e l'oggetto dell'obbligo, nel campo delle cose umane, è sempre l'essere umano in quanto tale".

Quest'obbligo non è imposto dall'alto ma è scoperto nella trama della nostra vita come ciò che la rende possibile e la sostiene. È un obbligo che scaturisce dal nostro essere più profondo, dalla coscienza - illuminata da una rivelazione divina o semplicemente naturale - che ciò che noi chiamiamo civiltà, ossia quella società in cui ci sembra degno il vivere, è stata ed è possibile solo se ciascuno sempre di nuovo guadagna per sé e per gli altri il rispetto nei confronti di tutto ciò che è umano e si sente obbligato a custodirlo. In questa radice profondamente umanistica sta per noi la radice della cultura democratica e anche del Partito Democratico che ad essa vuole fare riferimento. Davvero il rispetto dei diritti è il banco di prova dell'incontro tra le diverse correnti del nostro umanesimo.
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