Giorgio Tonini  
È senatore PD

I rischi del bipolarismo etico

tonini_tamtam4.jpg
Diffusa è nel dibattito pubblico la tesi secondo la quale i cattolici italiani sarebbero stati "costretti" ad adattarsi al bipolarismo come ad una camicia di forza. Mentre essi sarebbero naturalmente proporzionalisti, costitutivamente legati ad un modello politico-istituzionale fondato sulla mediazione centrista.
Non mancano, naturalmente, indizi corposi a sostegno di questa tesi, ma non poche né di scarso rilievo sono le prove in senso contrario. E non solo perché il passaggio al maggioritario, con i referendum vincenti del 1991 e del 1993, porta la firma di un cattolico, di un democratico cristiano, per quanto "anomalo", come Mariotto Segni. E nemmeno soltanto perché quella storica iniziativa fu incubata a lungo in due segmenti pregiati dell'associazionismo cattolico, come la FUCI e le ACLI. Ma, assai più profondamente, perché il bipolarismo politico italiano, nato nel 1994, con le prime elezioni col sistema maggioritario della storia della Repubblica, era stato concepito ben diciotto anni prima, nel febbraio del 1976, al XIII Congresso nazionale della Democrazia cristiana.

Al Palasport dell’Eur, a Roma, si confrontarono, per la prima volta con l’elezione diretta da parte dei delegati e alla presenza di una vasta platea di militanti-tifosi, due candidati alla segreteria, Zaccagnini e Forlani, portatori di due diverse linee politiche e anche di due diverse mediazioni politico-culturali della comune identità democratico-cristiana, e dietro ai quali si erano formate due coalizioni vaste e in una certa misura anche eterogenee.
Fino ad allora, nella Dc, le diverse componenti si erano pesate nei congressi eleggendo un Consiglio nazionale in modo rigidamente proporzionale e, in quella sede, un segretario primus inter pares, più garante dell’equilibrio, sempre provvisorio, tra i capicorrente, che vero leader del partito. Il "manuale Cencelli" presiedeva poi, con la sua cinica saggezza, alla spartizione discendente del potere: nel partito, al governo e nel "sottogoverno".
E tuttavia, tra il ’74 e il ’75, appesantita da trent’anni di governo senza ricambio, logorata anche moralmente dal succedersi di scandali, in crisi coi suoi alleati tradizionali, laici e socialisti, la Dc aveva conosciuto una grave crisi di consenso, che rischiava di farle perdere il suo primato elettorale, a favore del Partito comunista. Bisognava dunque cambiare. E la Dc cambiò.

Nel luglio del 1975, sotto la sapiente regia di Moro, il Consiglio nazionale elesse segretario del partito “l’onesto Zaccagnini” e poi decise di andare ad un Congresso di tipo nuovo, all’insegna della partecipazione degli iscritti e del loro potere di decidere, non più una delega in bianco ad un capocorrente, ma una piattaforma congressuale collegata ad una coalizione e ad un candidato segretario. Zaccagnini vinse. E per la prima volta, la Dc ebbe un segretario voluto dal suo popolo e non più frutto delle alchimie di palazzo.
Il modello del '76 non fu più abbandonato e la Dc diventò così la madre del bipolarismo politico italiano: furono le divisioni al suo interno (e nella più vasta area cattolica italiana) via via sempre più forti, tra la componente democratica e quella moderata, a disegnare la principale linea di frattura del nuovo bipolarismo.

E tuttavia, questo processo è avvenuto in larga misura in modo spontaneo, non guidato e tanto meno pensato: né in ambito politico, né in ambito ecclesiale. Sul piano politico la lunga segreteria di De Mita, negli anni Ottanta, pensò e teorizzò la democrazia dell'alternanza e il bipolarismo, ma non riuscì ad immaginarla al di fuori e oltre l'unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana. Sul piano ecclesiale, la gerarchia cattolica si divise, in quegli stessi anni, tra la componente "montiniana", legata al Concilio ma anche all'unità politica dei cattolici, e quella "wojtyliana" che, su impulso del nuovo pontificato, teorizzò e praticò il modello dei cattolici come "forza sociale", autonoma dai partiti e capace di rapportarsi in modo diretto con la politica e con le istituzioni. Solo piccoli circoli intellettuali, attorno a personalità autorevoli ma in definitiva isolate come Pietro Scoppola, si posero il problema di pensare la questione cattolica nella democrazia bipolare, post-democristiana.

Alla fine, la linea la dettò il cardinale Camillo Ruini, a lungo presidente dei vescovi italiani e plenipotenziario per l'Italia di Giovanni Paolo II. Dopo aver difeso, finché era stato possibile, l'unità politica dei cattolici nella Dc (sia pure una Dc che immaginava come polo moderato della politica italiana), Ruini elaborò e praticò una via originale al bipolarismo, fondata sul modello wojtyliano della "forza sociale", organizzata attorno alla difesa identitaria dei cosiddetti valori o princìpi "non negoziabili".

La strategia di Ruini ha colto qualche successo: basti pensare, in particolare, alla vittoriosa azione di boicottaggio del referendum sulla fecondazione assistita. Ma è risultata in definitiva subalterna alla visione radicalizzata del bipolarismo proposta e imposta da Berlusconi. Un bipolarismo hyperpartisan, che ha rischiato più volte di degenerare in "bipolarismo etico", sul modello neo-conservatore di George W. Bush negli Stati Uniti, o (sul versante opposto, ma non meno divisivo) di Luis Zapatero in Spagna. Il riferimento ai "principi non negoziabili" non è scomparso dal quadro teorico e pratico del rapporto tra mondo cattolico e bipolarismo politico, ma anche a causa dell'esplodere dell'emergenza finanziaria, economica e sociale, che sta interrogando in modo via via più intenso sia il magistero che l'azione pastorale della Chiesa, appare privo della centralità del recente passato.

Al convegno delle associazioni cattoliche sul futuro politico dell'Italia (Todi, 17 ottobre 2011), il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, ha riproposto i "principi non negoziabili", come criterio di orientamento nelle opzioni politiche dei credenti. Dopo una lunga trattazione dei problemi economici e sociali del paese, svolta alla luce dei principi di libertà, solidarietà e sussidiarietà, propri dell'insegnamento sociale della Chiesa, Bagnasco ha osservato: "Ma la giusta preoccupazione verso questi temi non deve far perdere di vista la posta in gioco che è forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra sfida: una specie di metamorfosi antropologica. Sono in gioco, infatti, le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino.

Proprio perché sono 'sorgenti' dell’uomo, questi principi sono chiamati 'non negoziabili'". Il cardinale Bagnasco ha così ripreso e rilanciato l'impostazione "dualistica" del documento della Sacra Congregazione della Dottrina della Chiesa, l'ex Santo Uffizio, allora presieduto dal cardinale Ratzinger: "Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica" (24 novembre 2002). In quel documento, la Congregazione vaticana affermava che vi sono questioni politiche nelle quali sono in gioco "principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno": è il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia, di diritti dell'embrione, di promozione della famiglia "fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio": "ad essa - precisa il documento - non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale".

L'elenco dei "principi non negoziabili" prosegue col richiamo della libertà educativa e della tutela dell'infanzia da violenze e prostituzione. Più sfumato si fa il riferimento a "un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale", mentre quando affronta "il grande tema della pace", il documento prende le distanze dalla tentazione dell'"irenismo" e dal rischio di dimenticare "la complessità delle ragioni in questione". Questa "asimmmetria" magisteriale, tra questioni "negoziabili", per così dire consapevoli della complessità della traduzione storico-politica dei principi evangelici, e questioni "non negoziabili", apparentemente da affermarsi in presa diretta tra etica (o addirittura religione) e politica, può risultare utile a proporre o promuovere una opzione di schieramento (nei fatti, in tutto l'Occidente, verso il centrodestra), ma risulta assai più difficile, sia da vivere concretamente nell'agire politico, sia da fondare teoricamente. Difficile infatti capire quali effetti pratici concreti si proponga, sul piano politico-legislativo, l'elenco di principi non negoziabili riproposto dal cardinale Bagnasco. Escludendo la revisione della legge 194 (intenzione negata a suo tempo dallo stesso cardinale Ruini) o quella sul divorzio, resta in campo la faticosissima (e allo stato ricchissima di potenziali effetti indesiderati dal punto di vista cattolico) elaborazione (negoziazione...) della legge sul fine-vita, o il fuoco di sbarramento contro ogni forma di riconoscimento dei diritti delle famiglie di fatto (ma comunque non delle persone che ne fanno parte...). Un po' poco per configurare un vincolo di schieramento dei cattolici.

Ma è sullo stesso versante teorico, teologico-filosofico, che il concetto di "principi non negoziabili" appare di difficile fondazione. Non a caso, nel suo ammirato intervento al Reichstag (Berlino, 22 settembre 2011), lo stesso Ratzinger che aveva firmato la Nota del 2002, divenuto nel frattempo Benedetto XVI, ha osservato come "Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile".

Insomma, sia sul piano pratico che su quello teorico non parrebbe non solo auspicabile, ma neppure realistico, fondare l'apporto dei cattolici italiani alla rifondazione del bipolarismo, dopo la fine del berlusconismo, su un rilancio della cultura dei "principi non negoziabili".
Anche su questo terreno, al bipolarismo estremizzato, fondato su opposte semplificazioni identitarie, meglio, molto meglio, sia sul piano teorico che su quello pratico, la ricerca di trasparenti e responsabili mediazioni, di convergenze consapevoli della complessità, dell'accettazione e anzi della valorizzazione, anche su questi temi, in particolare sul versante della loro mediazione politico-legislativa, di un sano e fecondo pluralismo.Nella transizione verso un nuovo bipolarismo, che aiuti l'Italia a lasciarsi definitivamente alle spalle la lunga e sterile stagione della guerra civile fredda imposta al paese dal berlusconismo (e dall'antiberlusconismo) torna di grande attualità la riflessione di un maestro della statura di Pietro Scoppola.


In una delle sue ultime fatiche intellettuali (il libro-intervista a Beppe Tognon sulla Democrazia dei cristiani), Scoppola delinea i tratti di quello che oggi chiameremmo "nuovo bipolarismo": "Il centro rimane come sostanza di una politica con cui si governa una società complessa; rimane come lo spazio di quella proposta che la sinistra e la destra presentano agli elettori per convincerne ed attirarne la maggioranza che consente di governare. Soprattutto il centro rimane come auspicabile qualità di una politica intessuta di razionalità e di pazienza, ma il centro si conquista come vetta del sistema, schierandosi come parte nel confronto elettorale".

Per Pietro Scoppola, la funzione dei cattolici nel bipolarismo politico non è quella di alimentare un bipolarismo etico (laici contro cattolici, divisi dalla presunta centralità dei principi "non negoziabili"), né quella di riproporre un centro equidistante, luogo della unica mediazione possibile, ma invece quello di protagonisti della competizione al centro, tra concorrenti (e, su grandi questioni di interesse nazionale, come sui valori di fondo della convivenza civile, anche auspicabilmente convergenti) proposte di governo del paese.

A questo fine, risultano inutili, e anzi dannose, due opposte semplificazioni, tanto comuni, anzi prevalenti, nel rapporto tra cattolici e politica, nella lunga stagione del berlusconismo.

Da un lato, a destra, la sottovalutazione del materialismo pratico, del secolarismo consumista. Un errore antico, che affonda le sue radici già negli anni Cinquanta. Nel suo prezioso volumetto La "nuova cristianità" perduta (1985), Scoppola annota: "Mentre i cattolici si scontravano sulle piazze con la presenza comunista, considerata il pericolo maggiore per la fede degli italiani, o contestavano nello Stato i residui spazi del laicismo risorgimentale, il nemico vero è venuto alle spalle, silenzioso e a lungo inavvertito, nelle forme della società consumistica, destinata a corrodere in profondità, senza scontri clamorosi, ma per questo con maggiore efficacia, la fede del popolo italiano". Difficilmente i cattolici nel centrodestra potranno dar vita ad un polo autenticamente "moderato" se non scioglieranno questa contraddizione, che nel berlusconismo è arrivata alle sue estreme conseguenze.

Dall'altro lato, a sinistra, il rischio è quello di un cortocircuito tra profetismo religioso ed estremismo politico. Anche in questo caso, le radici sono molto profonde: Scoppola le rintraccia negli anni Sessanta, "quando le tensioni suscitate dal Concilio s'intrecciano con quelle della contestazione e delle lotte sindacali...Il ricupero della dimensione escatologica del messaggio cristiano, che è uno degli apporti della riflessione conciliare sulla Chiesa, assume nel clima del '68 forme di profetismo mondano, di terzomondismo emotivo, di spinta a sinistra incontrollata".

Il Partito democratico, in particolare, deve guardarsi da questo rischio. Il PD non è nato per far incontrare confusi progressismi, ma per dar vita ad un nuovo riformismo che si ponga all'altezza delle sfide gigantesche che questa fase storica propone. L'apporto dei cattolici democratici a questa impresa collettiva sarà tanto più fecondo, quanto più sarà memore di due tratti identitari della sua "spiritualità", prima ancora che cultura, politica: la consapevolezza, liberale, antideologica, del limite radicale della politica; e il principio, anch'esso antidogmatico, del "non appagamento".
focus
in questo numero