Che per Berlusconi, nei rapporti con le gerarchie e con il mondo cattolico, il tempo fosse scaduto, è apparso chiaro con “l’auspicio di un sempre più intenso rinnovamento etico per il bene dell’Italia”, espresso da Benedetto XVI, in partenza per Berlino da Ciampino, il 22 settembre scorso, nel suo messaggio di saluto al Presidente della Repubblica. Il pubblico ringraziamento di Napolitano – “Dal Papa speciale attenzione per l’Italia” – anticipava di qualche giorno la traduzione in chiaro nella prolusione del Cardinal Bagnasco, il 26 settembre, all’apertura dell’assemblea dei vescovi italiani, di quali erano ormai le preoccupazioni della Chiesa per il Paese: “un paese disamorato, privo di slanci in attesa dell’ineluttabile”, e una crisi morale, che non era “un’invenzione mediatica”, costituivano ormai “un appello per tutti”; un’aria del Paese “ammorbata”, urgentemente da cambiare, con il decisivo concorso di “un rinnovamento del soggetto cristiano”.
Chiudendo, così, insieme un ragionamento e un’intera fase del posizionamento politico della Chiesa italiana, Bagnasco metteva il dito nella piaga della peculiarità della crisi italiana, intrecciata a una crisi morale preoccupante almeno quanto la crisi economica, perché mentre la crisi economica è una difficoltà condivisa sul piano internazionale, la crisi morale del Paese, nella virulenza con cui si manifesta, e coinvolge le istituzioni, appare essere uno specifico nazionale; un fardello in più sulle spalle degli italiani, che pesa sulla reputazione all’estero del Paese, ma ancor più sulla sua capacità di reazione alle pressanti difficoltà in cui si trascina.
I tentativi del centrodestra di derubricare l’intervento di Bagnasco a invito ecumenico alla politica italiana a razzolar meglio sono apparsi persino privi di convinzione, stante l’evidenza
ad hominem della presa di posizione della CEI. Si era consumato il tempo di potersi appoggiare ad approcci elusivi delle gerarchie quanto alla “vita privata” del
premier, uscita da tempo dalle mura di Arcore, ed emersa a “scandalo pubblico”, non più sanabile agli occhi dell’opinione pubblica e dei fedeli con l’argomento che per un cattolico in politica è pregnante, a misurarne l’impegno e la fedeltà ai valori, più che la coerenza personale il sostegno politico ai principi “non negoziabili”, come a più riprese anche qualche autorevole vescovo aveva argomentato.
L’intervento di Bagnasco, invero, appare come conclusivo di un riallineamento politico della Chiesa italiana in atto da tempo. Certo sollecitato dalla pressione degli scandali e del disagio dei fedeli, ma anche frutto della maturazione di una visione più generale, e più strategica: la presa d’atto di una crisi importante del tessuto valoriale del Paese, e dei rischi di coesione sociale e nazionale a cui questa crisi – di cui il berlusconismo è parte importante, ma pur sempre solo parte, insieme attore ed espressione – espone l’Italia; insieme al convincimento che l’“usato garantito” dell’impegno cattolico in politica non appare evidentemente più sufficiente a un episcopato che pure ha a lungo guardato con favore ai governi di Berlusconi come presidio di una società da tener ancorata ai propri valori culturali e religiosi.
Questa maturazione era già tutta, quanto meno implicita, nel severo richiamo di Bagnasco già nel gennaio 2011 ad Ancona, al Consiglio Permanente della CEI: “Chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda all’articolo 54”. Già allora Bagnasco posizionava con forza la Chiesa italiana nel perimetro dei valori di moralità “civile” sottesi alla carta costituzionale del paese in cui vive e opera, chiedendo adesione a quei valori a chi si impegna in politica, e con maggior forza a chi in questo impegno si richiama ai valori cattolici.
Con l’invito, sotto questo segno, a lasciarsi alle spalle logiche di confronto istituzionale puramente divisive, Bagnasco riprendeva il tema del X Forum del Progetto Culturale CEI sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia tenuto a Roma il 2-4 dicembre del 2010: “l’unità del Paese si fa intorno al retto vivere”. Tesi che già faceva eco alla notazione accorata di Benedetto XVI, in udienza generale il precedente 3 novembre, che non c’era “solo spazzatura in diverse strade del mondo ma nelle coscienze” ed è da lì che bisognava toglierla, perché ci fosse una politica degna del suo ufficio di presidio del bene comune. E su cui Bagnasco aveva già parlato ad un incontro con parlamentari cattolici (“senza una vita retta non c’è politica efficace”), mentre nello stesso torno di tempo il Cardinal Ruini invitava i cattolici a essere uniti in politica “non da un partito, ma da stili di vita moralmente ineccepibili”.
Esemplificativa, nei giorni della prima comparsa del caso Ruby, una posizione di Monsignor Mogavero, responsabile giuridico della CEI: questa volta il contenzioso non si sarebbe chiuso con un finanziamento riparatore alle scuole cattoliche. Esemplificativa di una convinzione, alla fine fattasi strada anche nelle gerarchie sempre più sollecitate dal malessere del “popolo dei fedeli”, che – al di là dell’occhio “terreno”, talora un po’ troppo, agli equilibri politici contingenti – in politica non ci può essere una tutela dei “valori cattolici” che non abbia a suo sostegno, in chi se ne fa interprete, le “virtù” che ai cattolici sono richieste: l’irreprensibilità di una vita, pubblica e privata, che non dia scandalo.
Senza di che il cattolicesimo si riduce a “cattolicesimo culturale”, ma niente che scaldi i cuori e testimoni di una fede che a quei valori dia sostanza e credibilità, e in definitiva speranza di successo in un mondo dove i valori sono sempre più in competizione di credibilità, e talora in aperto conflitto; brutta copia di quel cristianesimo borghese, conformista e simoniaco, su cui già nell’800 Kieekegaard richiamava l’attenzione per provare a diradare le nebbie morali in Danimarca.
Le carte del nuovo caso Ruby, il giro delle “olgettine”, la corte dei miracoli di Arcore mostravano abbondantemente che noi – moralmente, e a prescindere dai dati giudiziari – si stava un po’ peggio della Danimarca di Kieerkegaard. L’attacco ad Ancona di Bagnasco a “ideali bacati”, “a una rappresentazione fasulla dell’esistenza, a un successo basato su artificiosità, scalata furba e mercimonio di sé” si spiegano anche così, con la consapevolezza sempre più avvertita che il berlusconismo dei
gossip e dei casi giudiziari era insieme sintomo e parte attiva di un disagio più generale dei costumi del Paese, di fronte a cui era sempre più difficile attendere a prendere posizione chiara. A prescindere dalle stesse preoccupazioni per la crisi di equilibri politici su cui le gerarchie avevano a lungo investito, era sempre più evidente che accorate analisi – pur serie, quando sincere – sul nichilismo valoriale di cui si farebbe portatore questo o quel provvedimento legislativo su inizio o fine vita, ormai rischiavano di essere un modo di gettare il pallone alla “viva il parroco” nella decisiva partita dei valori e per i valori che si gioca oggi in Italia.
Insomma
dietro la crisi morale del berlusconismo, la preoccupazione di lungo periodo che pare maturata nella Chiesa italiana è il paganesimo imperante che trasuda da tutti i pori della società italiana, e che ha a lungo trovato, e trova, il suo “consenso”. Oggi certo in crisi, ma più per la crisi economica, per il “turbamento del portafoglio” – il
refrain di Berlusconi che non avrebbe mai messo le mani “nelle tasche degli italiani” era assolutamente pertinente quanto alla consapevolezza di quale avrebbe potuto essere il suo tallone d’Achille nella sua rappresentazione dell’Italia – che per una “crisi delle coscienze”. E’ inutile negarlo. E a lungo il premier, difendendo il suo “stile di vita”, insieme si è affidato a questa sintonia e ha provato, come un incantatore di serpenti, a moltiplicarla. Ma l’incanto pare scemare. E ad ogni modo, ai cattolici, d’ogni fede ed osservanza, pone un problema.
Dopo la “cricca” e i suoi pochissimo “gentiluomini” del Papa, dopo ripetuti scandali derubricati a vita privata e a indebita intromissione del “moralismo” nella vita pubblica, quanto ancora è tollerabile, nel mondo cattolico innanzi tutto, un’aria morale da cupio dissolvi, dove ormai si fa fatica ad avere fiducia in alcunché? L’impossibilità di secondare un’alleanza tra il Trono e la l’Altare, quando la Cappella Privata nella reggia del Principe pare consista in un
privé da “tronisti” allestito con i consigli di uno specialista, apre un’opportunità,
ex malo bonum: la virtù della prudenza nell’assegnazione ufficiale o ufficiosa della patente di “cattolico”, o nella compiacenza all’autoassegnazione della patente di cattolico in politica, ormai è un tema che chi fa riferimento a quei valori non può eludere.
Forse è giunto il momento che i cattolici, come le donne, non siano più a disposizione, “a prescindere”, di chiunque che non abbia rispetto per i loro valori nella concretezza delle virtù che implicano. Nella crisi nichilistica del presente non possiamo permettercelo. Non se lo può permettere l’etica pubblica di questo Paese. Non si può assentire all’idea, almeno i cattolici, che sulla “vita privata” non c’è sindacato morale, e questo tanto più quando aspetti della vita privata rivestano rilevanza pubblica. Il cristianesimo è nato come sindacato sulla vita privata - anche quella privatissima, del mondo delle intenzioni e non solo degli atti - degli uomini al cospetto di Dio, che certo non è esercizio di reprimenda penale, ma di incoraggiamento alla virtù perché si faccia lievito del “pubblico”. E ad ogni modo anche del sindacato su Cesare il Cristianesimo si è fatto carico: il Battista ci ha lasciato la testa. I comportamenti pubblici non sono zona franca dal sindacato morale, e non basta invocare il consenso come “giudizio di dio” sostitutivo. In Italia per troppo tempo è andato in onda non il dialogo tragico tra i fratelli Karamazov con a tema: “se dio non c’è tutto è permesso”, ma una debolezza umana che si è fatta insostenibilità pubblica.
Uscire da questa debolezza con il contributo di tutti, e certamente dei cattolici, è decisivo per rispondere sul serio all’appello di Bagnasco al Forum del progetto culturale della Cei sulla necessità di dover generare, al controverso giro di boa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, “un nuovo innamoramento dell’essere italiani”. La Chiesa su questo ha molto da dire e molto da fare, senza timidezze, con fiducia. Paradossalmente proprio appoggiandosi al suo fondativo carattere “antimoderno”. Proprio questo fondativo carattere “antimoderno” della Chiesa (dell’annuncio che la istituisce), letto rectius più di quanto di solito si faccia, le dà il dovere del contemporaneo. Incardinato nella Trascendenza il cristianesimo per definizione non può ridursi all’Oggi in cui vive opera e testimonia, al
modus hodiernus ( il “moderno”) di ogni volta che vive e in cui vive. Ma proprio questa riserva di trascendenza, questo suo non malinteso carattere antimoderno, le dà una libertà dall’immediatezza del presente che deve sapere mettere a frutto.
Nella piccola e talora meschina “immanenza” dell’Italia di oggi, certo c’è bisogno di cattolici nuovi in politica, ma anche i cattolici hanno bisogno di una Chiesa nuova la cui riserva di trascendenza fecondi fuori da facili compromessi un approccio non regressivo al contemporaneo, un coraggio e una fiducia del contemporaneo, che è sempre stato suo e senza il quale, in un luogo del mondo, due millenni fa, nulla di ciò di cui parla sarebbe cominciato.