Il documento intitolato
L’emergenza antropologica: per una nuova alleanza, elaborato alla vigilia del Convegno di Todi da Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti e da chi scrive, si concludeva invitando il Pd a «promuovere un confronto pubblico con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose operanti in Italia oltre che sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, su quelli che attengono in maniera più stringente ai rischi attuali della nazione italiana: la tenuta della sua unità, la “sostanza etica” del regime democratico». Inoltre dicevamo che tanto sul tema dell’unità della nazione, quanto su quello della “sostanza etica” della democrazia, «la storia dell’Italia unita dimostra che la funzione nazionale assolta o mancata dal cattolicesimo politico è stata determinante e lo sarà in futuro». Da questa angolazione il primo tema che viene a mente è la legge elettorale.
Sulla necessità d’una nuova legge elettorale vi è un consenso piuttosto ampio fra le forza politiche e nel Paese, mentre permangono differenze profonde sui sistemi elettorali da preferire. Il Pd ha fatto della riforma della legge elettorale una priorità, indicandola come un obiettivo fondamentale della «ricostruzione» del Paese; è quindi auspicabile che si impegni per suscitare un ampio dibattito nell’opinione pubblica.
Penso si debba provare innanzi tutto a correggere il modo in cui finora si è discusso di riforme elettorali, arricchendo le giustificazioni che si sono date alle leggi elettorali varate dal 1993 in avanti. Direi che le riforme elettorali fatte finora siano state giustificate principalmente da due esigenze: quella di agevolare e rendere più veloce la decisione politica spostandone il baricentro dalle assemblee elettive agli esecutivi; quella di favorire l’alternanza con incentivi elettorali che prefiguravano il raggruppamento bipolare della rappresentanza politica. Tralascio, per brevità, ogni distinzione fra Mattarellum e Porcellum, o fra le leggi elettorali nazionale, comunale, provinciale e regionale. Mi limito ai criteri che le accomunano sia perché è sui criteri che portano a preferire un sistema elettorale piuttosto che un altro che vorrei attirare l’attenzione, sia perché la “personalizzazione” della politica e la deriva plebiscitaria della Seconda Repubblica sono state originate da quei criteri prima ancora che dai meccanismi elettorali posti in essere.
Efficacia e velocità della decisione sono sicuramente requisiti fondamentali del funzionamento della democrazia; ma se ci si limita ad essi non può sorprendere che le leggi elettorali che ne sono scaturite abbiano generato risultati opposti a quelli sperati. Penso che velocità ed efficacia della decisione debbano risultare da una maggiore aderenza delle leggi elettorali alla composizione reale del “popolo sovrano”, che non è fatto tanto di singoli elettori, quanto di organizzazioni di interesse, di rapporti di forza fra aggregati sociali e territoriali, di vita morale che informa le relazioni fra i “generi” e fra le generazioni, di grandi correnti ideali che le scandiscono e le connettono.
La democrazia moderna nasce dalla necessità di sintetizzare in una rappresentazione ideale la crescente complessità delle nazioni e di trasformarla in rappresentanza politica per dare un fondamento comunicativo alle relazioni fra governanti e governati, dirigenti e diretti, mettendo al centro della decisione politica l’”interesse nazionale”, il “bene comune”, la “conservazione della vita”. Per questa ragione le democrazie europee si sono caratterizzate sempre più come democrazie di partiti, in quanto nelle società complesse i partiti sono «la trama privata dello Stato», i soggetti che mettono in comunicazione società politica e società civile; sono gli elaboratori dell’”indirizzo politico” alla cui determinazione i cittadini - recita la Costituzione italiana - possono concorrere; sono, in definitiva, «la democrazia che si organizza».
I criteri per preferire un sistema elettorale o un altro devono quindi corrispondere alla necessità di favorire la democrazia dei partiti, da cui la “democrazia dei cittadini” non può prescindere. Velocità ed efficacia della decisione possono essere garantite solo dall’aderenza del sistema dei partiti alle dinamiche che percorrono la vita del popolo-nazione. Invece il sistema dei partiti che caratterizza la Seconda Repubblica, pur tenendo conto delle innovazioni significative intervenute nel corso del tempo, esibisce una sostanziale distanza dalla società e una drammatica incapacità di garantire stabilità politica ed effettivo governo. Le sue patologie sono dovute principalmente alla sequela di leggi elettorali, ispirate da una generale sfiducia nei partiti e tali da ostacolare la formazione di un nuovo sistema politico.
Potrà sembrare che queste considerazioni ci abbiano allontanato dal tema da cui siamo partiti, ma non è così. La democrazia dei partiti è figlia delle grandi correnti ideali che scandiscono la vita delle nazioni. Attenendomi a una riflessione dedicata solo alla funzione nazionale del cattolicesimo politico, osservo che nella Seconda Repubblica esso è stato sostanzialmente sterilizzato. Il “bipolarismo” della Seconda Repubblica si è fondato su una delegittimazione reciproca non più motivata dalla tensione fra antifascismo e anticomunismo (costellazioni politiche internamente differenziate, entrambe ricche di valori culturali e morali), ma da una “demonizzazione” dell’avversario alimentata principalmente da leggi elettorali che, subordinando la coerenza culturale e programmatica degli schieramenti alla necessità “aritmetica” di vincere le elezioni, ignorano il problema di dare al Paese un governo stabile ed effettivamente capace di declinare l’interesse nazionale.
All’origine di questa patologia c’è stata un’idea di “democrazia governante” che, fondandosi sulla neutralizzazione delle culture politiche, avvilisce la “sostanza etica” di cui il sistema politico dovrebbe nutrirsi e disgrega la coscienza morale, civile e religiosa della nazione, ostacolando la comunicazione fra le forze politiche di cui qualunque sistema democratico non può fare a meno. Perciò penso che una riforma della legge elettorale dovrebbe mirare tanto a favorire la costruzione d’una nuova democrazia dei partiti, quanto a valorizzare le culture politiche che la possano alimentare. I partiti politici sono costituiti, ciascuno a suo modo, da visioni complessive della vita del Paese e si distinguono per il modo di concepire l’indispensabile combinazione fra i fattori interni e i fattori internazionali della vita nazionale. Le leggi elettorali devono favorirne l’interazione, non l’aprioristica contrapposizione. Negli ultimi tempi la Chiesa cattolica è tornata ad esercitare una funzione nazionale vigile e persuasiva. Anche per questo penso che sia un interlocutore fondamentale del discorso pubblico da cui potranno scaturire orientamenti politici più aderenti alle grandi “questioni” della vita italiana anche in tema di legge elettorale.
Ovviamente il discorso non riguarda esclusivamente la Chiesa cattolica,
ma non si può ignorare che il cattolicesimo sociale e politico è la maggiore cultura del Paese e il suo variegato pluralismo è forse la principale garanzia di laicità. A condizione, naturalmente, che non si raggeli in contrapposizioni etiche inconciliabili. Ma questa eventualità può essere favorita o scongiurata dai criteri di raggruppamento delle forze sul terreno politico: il terreno in cui operano i partiti, la cui regola è la legge elettorale. L’esperienza storica del secolo passato insegna che sistemi elettorali maggioritari hanno favorito il disimpegno della Chiesa dalle responsabilità nazionali, il suo arretramento verso relazioni opportunistiche col potere politico, e soprattutto hanno ridotto all’irrilevanza o alla subalternità il cattolicesimo politico.
Tanto l’esperienza del fascismo, quanto quella della Seconda Repubblica dimostrano che il discorso non riguarda solo il ruolo dei cattolici nella politica italiana, ma le sorti della democrazia nel suo complesso. I due periodi storici non sono comparabili, ma non c’è dubbio che la caratterizzazione della Seconda Repubblica risulti quella d’una democrazia plebiscitaria, in cui le culture politiche sono state e sono ancora impregnate – in modi diversi e in diverse misure – di sterile individualismo e di populismo amorale.
Non ho un modello di legge elettorale da proporre. Vorrei dire solo che un discorso pubblico nuovo sulla riforma delle leggi elettorali dovrebbe svincolarsi dal funzionalismo politologico che ha caratterizzato le stagioni precedenti e partire da una lettura dei problemi fondamentali della vita italiana che si rispecchiano nelle sue correnti ideali.