Pier Luigi Bersani  
Trascrizione dell’intervento di Pier Luigi Bersani all’incontro con Monsignor Rino Fisichella, Città del Vaticano, 20 ottobre 2011

Vangelo e laicità

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Rispondo innanzitutto alla domanda – provocazione: forse è vero, come mi dicono, che sono un po’ pelagiano, diciamo semi-pelagiano. Un’eresia perdonabile ai giorni nostri: pelagiano come lo sono tanti nostri buoni parroci, come lo fu il mio parroco, che pensava che la libertà, la responsabilità morale di un uomo fosse qualcosa di importante, che avesse a che fare con la salvezza. Io preferisco questo asse della teologia, che parla anche a chi non crede o a chi non sa di credere: sostanzialmente, fa quel che devi fare, e poi si vede!

Il tema che abbiamo alle mani ha aspetti filosofici, storici e anche politici. Io ovviamente starò a quelli politici, in senso lato, senza scadere nel quotidiano. Ho bisogno però di inquadrare, anche con una piccola invasione di campo nelle altre sfere, questo tema, così che sia più chiaro il mio pensiero; e spero anche di poter dire qual è e quale sarà il nostro pensiero come formazione politica, come Partito democratico. Monsignor Fisichella, nel suo recente libro, rifacendosi a una frase di Goethe, dice che il cristianesimo è la lingua materna dell’Europa. Ne sono convintissimo, non da oggi. Non c’è neanche bisogno di scomodare la teologia, è sufficiente conoscere la vicenda storica europea.
E direi che la prova provata di questo, sta nella lunga avventura della parola “laico”. Una parola pluri-senso, nata nel contesto ecclesiastico. E visto che monsignor Fisichella si occupa, autorevolmente, di formazione e che anche noi vogliamo imbastire un meccanismo complesso di formazione politica, io proporrei che facessimo, ciascuno a casa sua e nelle diverse sfere, un inseguimento della parola “laico” nei venti secoli. Credo che ci direbbe molto dell’Europa, di quello che è avvenuto in Europa tra religione e politica, di quello che deve ancora avvenire tra religione e politica.

È un lungo viaggio, quello dei significati di questa parola, che ha avviato il suo percorso nel contesto ecclesiastico: per Pietro significa il popolo dei battezzati, tutti. Poi da Clemente Romano (ricordo il medaglione bellissimo di papa Benedetto nelle sue udienze su Clemente Romano) nasce l’idea dei laici come il popolo dei battezzati non chierici. Si è andati avanti per secoli in questo modo, fino a stabilire nel Medioevo una gerarchia fra chierici e battezzati. Il Concilio di Trento ha confermato quella gerarchia, il Concilio Vaticano Secondo ha messo la questione in un nuovo equilibrio (non voglio scendere troppo nei particolari). A un certo punto, il termine è esondato e ha invaso la politica, il mondano.
Quando? Probabilmente quando ci fu la lotta tra papato e impero. Per cui la politica si appropriò, diciamo, del laicato schiacciando l’immagine della Chiesa sui chierici. Da lì, vicende che non possiamo dimenticare. La formazione dei grandi Stati nazionali come chiusura pacifica delle guerre di religione; e questa parola “laico” via via nel ‘700 prende una sua autonomia, una sua radicalizzazione. Fino a diventare, nella cultura, l’idea dell’autosufficienza totale della ragione; e nella politica, l’idea che la religione, sostanzialmente, non debba avere campo operativo nella vita pubblica. Quando parliamo di laicità, credo, dobbiamo decidere, a proposito di questa parola pluri-senso che ha vagato e vaga, in quale contesto storico, politico e culturale la mettiamo.

In questo momento noi la stiamo utilizzando nel contesto che è intervenuto all’affermarsi delle democrazie pluraliste, degli stati costituzionali che hanno affermato una laicità dello Stato, dandole il senso di opposizione a uno Stato etico e confessionale; il senso di uno Stato che codifica l’autonomia della sfera temporale dalla sfera spirituale e religiosa. Fa bene la Chiesa a rivendicare l’origine di questa autonomia, come ha fatto Papa Benedetto recentemente: date a Cesare quel che è di Cesare dicono i sinottici, inequivocabili! È vero che la storia ci consegna, nella grande civilizzazione cristiana, un’esondazione del politico sul religioso in oriente, un’esondazione del religioso sul politico in occidente. In ogni caso, alla fine è giusto ribadire la peculiarità della religione cristiana, il suo grande portato culturale rispetto ad altre religioni; l’essere cioè riuscita a fondare e a trasmettere un’idea di distinzione fra le due sfere. Questo deve essere riconosciuto, e ci rimanda a quel linguaggio materno che nessuno può disconoscere!

Ma il punto sta diventando un altro: questo concetto di Stato laico ci consegna un’idea di Stato agnostico, neutrale in termini di valore, o solo tollerante? Se lo concepiamo così, è chiaro che ci sono aporie e contraddizioni enormi. Papa Benedetto al Bundestag lo ha messo in evidenza. Semplificando: sei tollerante anche con gli intolleranti? Ma al di là di questo, credo ci sia un punto di fondo. La convivenza umana, di per sé, presuppone (che ciò sia codificato o meno) una base condivisa, un qualche valore condiviso: se no, non sta in piedi.
Il relativismo assoluto, dal lato dei valori, è la bomba N della convivenza, la rende impossibile. Partiamo da questo dato di fatto: qualsiasi società umana per tenersi assieme, che lo codifichi o che non lo codifichi, deve avere un qualche tessuto, esplicito o implicito, che sia regolativo: se no non c’è nulla, non c’è neanche il nichilismo! E quindi quel tipo di Stato deve darsi un qualche elemento basico valoriale condiviso, per non cadere nelle contraddizioni e nelle aporie della neutralità assoluta. Qui sono arrivati i diritti umani e/o diritti naturali, che molti hanno messo nelle costituzioni e che papa Benedetto rivendica come il portato di una cultura cristiana.

Così cominciamo ad avvicinarci sempre di più al tema: i diritti umani sono una convenzione ovviabile e revocabile tra uomini? Questa concezione è il portato di una cultura naturalistica, scientistica; capisco che un credente, una religione, non possano accettarla. Allora dobbiamo dire che i diritti naturali e umani sono pronunciabili solo se hanno una base teologica? Cioè: il copyright della ragione lo ha la fede? Non può avere fondamento ultimo una ragione che non sia certificata dalla fede, e quindi il diritto naturale ha questa fissità teologica? Anche questa rigidità, lasciatemelo dire, un non credente fa fatica ad accettarla. Fa fatica. Perché vede sostituire il dogma della fede con il dogma della ragione di chi ha la fede!

Io preferisco un’altra idea. L’idea che ci sia una connessione tra questi diritti naturali e umani e il cammino dell’uomo, e l’evoluzione della convivenza. Una connessione tra questi diritti e un uomo che può umanizzarsi, diventare propriamente uomo, oltre la dimensione puramente naturalistica. Mi fermo a questa battuta ma si potrebbe, naturalmente, approfondire. Secondo me una visione di questo genere lascia uno spazio reale, intimo, di dialogo, confronto e collaborazione tra la motivazione che può avere un credente e quella di un non credente. Come dirò, questo presuppone un umanesimo di diversa ispirazione, ma un umanesimo forte: stiamo parlando di uomo che non è solo natura, quando diciamo questo!

Penso che questo nostro presente, in queste stesse settimane, sia segnato da un ripresa appassionata dell’attenzione per il dialogo complesso tra credenti e non credenti in vista del bene comune; attenzione che non si è mai spenta tra chi è interessato a questo dialogo; che però fin qui è stato, almeno in parte, esoterico. Io credo che adesso questo dialogo possa prendere la dignità di un confronto largo, appassionato e, credo anche interessante in prospettiva. Perché questo rinascere di discussioni e di interesse? Credo la risposta sia abbastanza semplice: perché (e qui non faccio questioni politiche) intuiamo tutti che c’è alle viste l’oltrepassamento di una fase che ha inciso non solo sulla vita economica e sociale ma sullo stesso tessuto civico e morale del paese. E quindi si sente in tanti l’esigenza di accumulare risorse morali, civiche, culturali per aiutare il paese a riprendere il cammino. Che poi questa accumulazione abbia o no sbocchi politici, questo è affidato alla libertà. Non è questo in discussione.

Per ciò che riguarda, ad esempio, il mestiere che faccio io, che sono il segretario di un partito fatto di credenti e non credenti, io devo, semplicemente farmi questa domanda: come un partito popolare e progressista, fatto di credenti e non, può essere ospitale, abitabile per questi fermenti? Come può essere utile il mio partito, in un confronto anche con chi non intende abitarlo, ma ha questo tipo di interesse e di volontà di protagonismo che io reputo positivi perché rivolti al Paese? Questa è fondamentalmente la domanda che tocca a me. I pilastri fondamentali per me sono fissati. Primo: rispetto e attenzione per il diritto/dovere della Chiesa italiana di intervenire nell’agorà con il suo magistero, nella sua propria sfera. Secondo: autonomia intrinseca della missione, del senso e del valore della politica.

Naturalmente a proposito di questo secondo punto si afferma, e mi riferisco all’intervento del cardinale Bagnasco a Todi, che questo metodo prezioso di autonomia della politica non basta e che non possono essere sottaciuti alcuni contenuti dirimenti che devono caratterizzare la presenza del cattolico in politica. C’è anche una classificazione dei grandi temi di vocazione, se così si può dire, dei cattolici in politica. Si rimanda alle due grandi sfere, quella sociale e quella valoriale e antropologica. Io, se guardo le condizioni del paese, francamente oserei aggiungere un'altra sfera: quella democratica.

La democrazia è un tema sul quale la cultura cattolica per centocinquant’anni è stata importante e decisiva nell’accompagnare il paese verso meccanismi di responsabilizzazione e di partecipazione collettiva, con una grande cultura istituzionale che troviamo profondamente radicata nella nostra Costituzione. Io sostengo che in questa fase nuova noi abbiamo un problema che va oltre il tema di un governo o un altro. Dovremo prendere un abbrivio e scegliere: o continuiamo a immaginare una democrazia semplificata, ripiegata su meccanismi di personalizzazione, esposta a meccanismi populistici, che svilisce il processo collettivo di responsabilità, i diritti e i doveri; oppure puntiamo su una riforma della democrazia rappresentativa: istituzioni, politica, società civile, sussidiarietà, partiti. Pensiamoci. Ne stiamo parlando, nel mio partito, e devo dire che il contributo della cultura cattolica in casa nostra è molto importante! Spero che ci sia grande attenzione su questo. Spero che la Chiesa italiana, che pure spesso ne fa cenno, si appassioni di più a questo argomento, perché in Italia abbiamo preso una strada che ha svilito la responsabilizzazione e la partecipazione. Dobbiamo non sottovalutare questo punto!

Poi c’è il grande tema sociale, naturalmente. Sento e leggo parole autorevoli sul concetto di giustizia, di uguale dignità, di solidarietà, di unità del paese, di centralità del lavoro, di attenzione ai deboli. E su questo, devo dire, in un partito come il mio i cuori battono all’unisono tra credenti e non credenti! Dopo di che, siamo davanti alle sfide di oggi, alle nuove frontiere, che derivano dall’avanzamento della scienza e della tecnica, da un’economia globalizzata, dai nuovi problemi di convivenza. C’è, certamente, un confronto da fare su un tema che definiamo antropologico.

Io confermo, e sottolineo, un concetto che non dico da oggi: anche la politica, nella sua autonomia, per le sue scelte, ha bisogno necessariamente di darsi una bussola sui temi dell’uomo. Non è solo una sollecitazione che, giustamente, ci viene dalla Chiesa. La politica sarà di fronte a scelte che non potrà fare senza darsi un criterio, un ragionamento sul tema della condizione umana e dell’uomo. Non vogliamo certo sottrarci a questo tema, anche perché quello che dico corrisponde all’idea di una politica che non potrà più essere solo comunicazione, dovrà essere pensiero, cultura. Il cardinale Bagnasco sottolinea che a volte su questi temi si dice: non parliamone perché sono divisivi! E aggiunge: non è possibile ragionare così! Io condivido: parliamone. Non è divisivo parlarne!

Ma non bisogna sottovalutare quanto possano essere divisive le soluzioni, in un paese già lacerato e diviso. Perché il bipolarismo etico, oltre ad essere una iattura, finirebbe per essere una caricatura dei temi etici! Una caricatura! La politica quando si mette malamente, è capace di svilire le cose più nobili e di ridurre a mercato politico le cose più rilevanti. Non possiamo accettare l’idea che le soluzioni ai problemi debbano essere in premessa divisive! Ne sono molto convinto!

Per fare in modo che le soluzioni non siano divisive, da quali premesse partiamo? Servono alcuni riconoscimenti reciproci, se no è inutile discutere! I non credenti devono riconoscere che l’ineliminabile pretesa di verità che una religione ha non è in contraddizione con la discussione e il confronto, sempre che si accetti (come la religione accetta!) il presentarsi della verità come fenomeno carsico, per cui anche chi ha trovato deve continuare a cercare. Non “può”: ma “deve” continuare a cercare! Dall’altro lato, cerchiamo di afferrare quest’altra parola pluri-senso che è relativismo: anche lei ha fatto un lungo viaggio di un paio di secoli e anche lei ha assunto molti significati, ma non è affatto sovrapponibile tout court al concetto di nichilismo.

Io mi sono permesso di scrivere nel mio libro: chi più di un credente può sapere cos’è relativo? “In questo mondo ma non di questo mondo”: anche il cardinal Bagnasco ha citato recentemente questa frase. Direi che è una definizione del relativo e della tensione che può esserci nel relativo, una tensione che può stare tranquillamente anche nella sfera della laicità. Perché il relativo può anche essere una via di ricerca: riconosciamo questa possibilità. Se questi due corni del dilemma si risolvono concettualmente, noi apriamo la strada al tema da affrontare; se non c’è questo riconoscimento reciproco, diventa molto difficile discutere.

Qui voglio dire qualcosa di diretto e preciso a proposito della negoziabilità, dei valori non negoziabili. Io affermo che la politica non può far negozio, né della fede, né dei valori, né della gerarchia dei valori: non tocca alla politica questo. Ma, e spero saremo d’accordo su questo, la politica per suo intimo compito e per sua missione peculiare ha il dovere di negoziare la convivenza o, se si vuole, il bene comune. Perché, al netto del limite di coscienza, che non deve essere mai valicabile e deve essere riconosciuto al politico - far politica non è obbligatorio, è una peculiare missione - la politica non può esimersi da un compito suo proprio, e cioè cercare di raffigurare i propri valori in una mediazione di convivenza. Questo è ineliminabile nella missione della politica. E questo comporta delle responsabilità, a volte molto difficili, molto complesse per un politico laico e per un politico cattolico. Forse per un cattolico in particolare.

Non mi sottraggo, poi, al tema dei contenuti di questa mediazione: io e il mio partito proponiamo avvenga una negoziazione che ho definito di umanesimo forte. Intendiamoci su questo: che un uomo non sia solo natura e non sia solo, come dice il cardinal Bagnasco, un grumo di materia perso nello spazio è un concetto abbordabile anche nella cultura laica. Non chiamo, a controprova di questo, teorie filosofiche su cui sono stati scritti numerosi volumi. No: io chiamo alla prova provata di tanti non credenti che nei secoli e nella storia hanno dato la vita (e più della vita!), in nome della libertà e della dignità di un uomo che non è un rampicante, non è una scimmia e non è un cristallo! Su quale sia il fondamento di questo, ognuno può dare la risposta che vuole, ma prendiamone atto! Mi permetto di dire: attenzione, c’è una laicità adulta e orgogliosa!

Una laicità consapevole del ruolo della religione, consapevole del ruolo del cristianesimo, ma orgogliosa. Che non accetterebbe di essere inchiodata e descritta come inconsapevole della dignità dell’uomo. Questo è un punto delicatissimo. Dopo di che, da lì in giù, io dico: facciamo l’agenda. Perché siamo di fronte, a proposito della dignità dell’uomo, a rischi di mercificazione, di subordinazione alla stessa tecnica che abbiamo creato. Sappiamo che la tecnica è positiva, aiuta l’uomo, ma non può segnargli il cammino, dargli la strada; e non lo può neanche il mercato, lo sappiamo. Sappiamo che questa doppia illusione porta a modelli individualistici estremizzati, che non hanno senso.

Quindi, cerchiamo di fare un’agenda dei temi antropologici. Sapendo anche, e riconoscendo, che abbiamo un problema di classificazione tra temi etici e temi dei diritti civili. Pensiamoci: è una frontiera mobile, non è data una volta per sempre. Una ventina di anni fa lo stupro era un reato contro la morale: chi oserebbe dire, oggi, una cosa del genere? Lo stupro è un reato contro il diritto all’intangibilità della persona. La storia ci consegna una dinamica per cui valori che venivano affidati all’etica pubblica via via sono stati consegnati alla responsabilità personale. C’è una dinamica in questo, bisogna riconoscerla!

Quindi, classifichiamo. E una volta classificato, facciamo l’agenda con un’ispirazione: un’agenda italiana. Non può esserci una soluzione un po’ italiana? Siamo il luogo che ospita il capo della cristianità; abbiamo una storia alle spalle in cui - influenzandosi con queste radici cristiane - è sorto un umanesimo laico che non sottovaluta questi temi. Ma perché dobbiamo litigare sempre su prodotti di importazione? A furia di dire cosa non è negoziabile, non stiamo negoziando quello che è negoziabile! Che è doveroso negoziare! Altrimenti arrivano altre ricette, da tutto il mondo. Da paesi, per esempio, che non conoscono un Dio personale e per cui non esiste una religione esigente su questi temi di frontiera. Arrivano ricette, progressi scientifici, modelli di vita. E noi non possiamo rimanere lì paralizzati, ostativi, e non immaginare che possa esserci qualche soluzione nostra! Facciamo l’agenda.

Per farmi capire scelgo un punto, per me negativo, delicato. Sono rimasto molto male, intimamente, sulla questione del fine vita. Ma dico: in tutte le famiglie italiane, anche per il portato del cristianesimo, c’è sempre stato un concetto forte di umanità su questo. Vogliamo tagliare fuori i mondi vitali dalla soluzione? Perché dobbiamo essere per forza divisivi su questi argomenti? Non possiamo trovare una risposta assieme? Italiana, umana? È questo che bisogna cercare. Abbiamo l’esperienza, la sensibilità. Perché dobbiamo andare a dividerci cinquanta e cinquanta in parlamento su una questione del genere? Per me, francamente, è inconcepibile. E può essere l’abbrivo di altre scelte… E’ inconcepibile. Qui mi permetto una citazione evangelica: quando sarai vecchio ti cingeranno i fianchi e ti porteranno dove non vuoi andare. Lasciate che non ci legga il destino di Pietro verso il primato; lasciate che ci legga il rischio drammatico della dignità perduta dell’uomo. Scriviamo questa pagina del Vangelo sulla norma. Bisogna che questo problema lo affrontiamo in un dialogo senza pregiudizi. Qui nessuno vuole l’eutanasia! Stiamo discutendo di altro!

Concludendo: io sono segretario di un Partito, non l’ultimo (qualcuno dice anche il primo in questo momento!) che è fatto di credenti e non credenti. Pensate un po’ che ovvietà: tutti i partiti sono fatti di credenti e non credenti! La differenza? Che noi ci appassioniamo. E ci appassioniamo perché pensiamo che i valori non vanno annacquati: ognuno porta il suo vino schietto e si cerca una buona soluzione, e si discute finché la si trova. La politica serve ad organizzare una convivenza che via via aiuti l’uomo a diventare più umano. Siamo nella storia: la storia ci consegna questa possibilità, non questa certezza. Un’altra parola che vorrei che esondasse nel mondano e nel politico è “peccato originale”. Noi dobbiamo imparare il limite della politica, impararlo intimamente, conoscere il limite di quello che può fare l’uomo.

Tuttavia la storia ci consegna la possibilità di rendere più umano l’uomo organizzando bene una convivenza. Noi questa fiducia dobbiamo averla, dobbiamo lavorarci, mi auguro in un clima che ci aiuti il più possibile a uscire dai pregiudizi. Poi, in politica, ognuno fa quel che vuole. Ma c’è qualcosa di più importante della politica di ciascuno: tenere insieme un paese, un paese che passa e passerà un momento molto molto complicato, nel suo tessuto connettivo. Questa per me è la preoccupazione più grande: recuperare risorse civiche ed etiche e metterle a sostegno di una politica che sappia guidare il cambiamento.
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