Pesa molto il vuoto lasciato da Pietro Scoppola. Come in pochi altri era chiaro in lui che il Partito democratico doveva nascere come risposta al fallimento della cosidetta “transizione” italiana, e ciò in base a un meditato ragionamento storico-politico. L’idea che per far nascere in Italia una Seconda Repubblica occorreva ben più che una qualche riforma degli assetti istituzionali e dei meccanismi politici e istituzionali. Bisognava portare a compimento – sono le sue parole - il processo fondativo della democrazia italiana, quel vasto processo storico che solo in parte era avvenuto con la Resistenza e il patto costituzionale.
Si trattava quindi, necessariamente, di chiamare ad essere protagonisti i soggetti popolari radicati nella storia del Paese in stretta collaborazione con altri filoni del riformismo italiano. E aggiungeva: “Abbiamo un po’ tutti commesso l’errore di immaginare la transizione italiana a un livello esclusivamente politologico; di non vederne le condizioni più profonde culturali ed etiche. Come se il passaggio al maggioritario e al bipolarismo garantisse di per sé il compimento di quello che ho chiamato il processo fondativo della democrazia italiana”.
Parole profetiche, che se fossero state ascoltate ci avrebbero risparmiato molte inutili dispute su chi comanda e molte illusioni sulle scorciatoie politologiche ed elettoralistiche.
Mi sembra, però, che adesso sia pure con grandi difficoltà è nella direzione indicata da Scoppola che stiamo camminando. Vedo lo sforzo di costruire
il Partito democratico non come un nuovo partito, ma come un partito diverso. Il punto è questo. Perché diverso? Perché si pone problemi e affronta sfide molto diverse da quelle su cui si sono modellate e si sono combattute tra loro le grandi forze politiche del passato. Perché il problema, come diceva Scoppola, non è solo mescolare le culture, ma rielaborarle, e metterle alla prova a fronte delle nuove sfide del mondo. Concepire quindi un soggetto unitario del riformismo come il luogo dove le ragioni del laicismo possano convivere con quelle aspirazioni etiche e religiose che rappresentano la ragione fondamentale per spendere in politica il nome di credente.
Si tratta di una impresa difficile ma cruciale. Tuttora lontana dal suo compimento ma ormai senza ritorno. Non comprendo quindi coloro che provengono dal mondo cattolico ed esprimono “disagio” a proposito del modo di essere del PD e delle condizioni per partecipare alla vita di esso. E allora io che di questi amici e compagni ho una stima speciale vorrei porre a essi, come a me stesso, alcune domande essenziali. È l’organizzazione del Partito che non funziona bene? È la sua dirigenza attuale che dà poco spazio alla pluralità delle persone e delle idee? Se di questo si tratta io non avrei molto da dire anche perché frequento poco i luoghi di questo partito dove si decide.
Il “disagio” di cui si parla però esiste ed esso mi induce a tornare a Scoppola per riflettere sul tipo di partito che stiamo costruendo. Parto quindi dal quesito fondamentale su cui venire in chiaro. Il P.D. è solo il luogo dove convivono più o meno “a loro agio” idee e spezzoni politici diversi, che in modo più o meno amichevole si confrontano tra loro? Oppure il PD è – o comincia a essere - molto di più, cioè il luogo dove il mondo progressista cattolico e la tradizione del socialismo democratico (insieme ad altre idealità, dai “liberal” agli ecologisti) possono elaborare una comune visione del mondo nuovo che sta nascendo e della nuova umanità che ci interpella: e quindi le ragioni nuove, profonde e del loro stare insieme?
È su questo che vorrei sentire le opinioni. E comincio dalla mia. Io parto da Gramsci. Dalla sua domanda se il vecchio laicismo fosse ancora in grado di soddisfare i bisogni intellettuali del popolo. Ne deduceva la necessità di creare un nuovo umanesimo adatto ai bisogni del mondo moderno in contrapposizione alla visione dominante: astratta, meschina, troppo individualista ed egoista. Ne è passato di tempo da allora e sarebbe l’ora che i “nipotini di Gramsci” si interrogassero se stanno oppure no assolvendo al compito loro che, dopotutto, è quello di non sottostare più a vecchi miti classisti ed economicistici, ma liberandosi, al tempo stesso, da quella sorta di “pensiero unico” che ha dominato l’ultimo mezzo secolo. Parlo di quella potente ideologia che ha scambiato per riformismo questa sorta di super-capitalismo finanziario che non solo distrugge il legame sociale e proclama l’individuo come unico oggetto storico ma fa del gioco del denaro il decisore pressoché assoluto del destino di ogni essere vivente, ricco o povero, bianco o nero.
Mi sembra quindi necessario, prima di tutto, ridefinire il terreno storico-politico di un incontro profondo, quel nuovo terreno, dopo il secolo socialdemocratico, dove sta il cuore dei conflitti, delle contraddizioni, dei rischi e dei dilemmi reali su cui le forze del progresso e quelle della conservazione si affrontano e concretamente si nominano (al di là delle parole). Per venire a noi non mi nascondo affatto che la situazione italiana è dominata da una crisi profonda della compagine nazionale con il rischio che essa abbia uno sviluppo catastrofico. E ciò anche per il suo rapporto di causa-effetto rispetto alla crisi che investe l’Europa, il suo ruolo nel mondo e quindi il destino degli europei. Una prima conseguenza politica è sotto i nostri occhi: il blocco berlusconiano-Lega si sta disgregando e i moderati tendono a prendere le distanze dai reazionari. Ciò è molto positivo.
Ed è naturale che con la svolta del governo Monti si affaccino nuove prospettive. Né c’è da stupirsi se, tra queste, già si intravede il classico dilemma delle vecchie classi dirigenti italiane: puntare su una ricostruzione profonda del paese e quindi consentire che si formi un nuovo “blocco storico” riformista, oppure tentare l’ennesima “rivoluzione passiva” e quindi puntare su un nuovo “centro” che dovrebbe mettere ai margini la sinistra. In che direzione spingono le gerarchie cattoliche? L’esito molto dipenderà dal modo di essere del PD e del ruolo decisivo che il cattolicesimo democratico può assumere in esso.
Ritorna così il problema del PD “partito diverso”. Un partito che guarda all’Italia ma non si riduce al piccolo gioco di Montecitorio ma pensa il riformismo pensando l’Italia in Europa e nel mondo. Decisive non sono le formule ma i contenuti. Alla fin fine le scelte dipendono da qui. E io mi chiedo se si è ragionato abbastanza intorno alla fondamentale novità che caratterizza il nostro tempo rispetto a tutta la storia passata. La novità non sta solo nella potenza sconvolgente di una rivoluzione scientifica e tecnologica che ha rivoluzionato i processi produttivi. L’avvento di questa si intreccia con l’emergere di una condizione nuova di interdipendenza che collega tutto il pianeta in un reticolo sempre più stretto di “feed back” e di interconnessioni. E insieme a questo e a fronte di questo, nel fatto che si manifesta una drammatica incapacità della politica a governare quella “unità del mondo” che è sempre più nella realtà delle cose.
Le illusioni “mercatiste” non funzionano. Il compito dei riformisti dopo il Novecento è quello di estendere il campo della libertà umana, intesa come padronanza di sè e delle proprie capacità, come espressione, quindi, di quell’immenso potenziale di capacità, bisogni, idee, diritti, sogni che sta nel mondo: nel vecchio come nel nuovo mondo. Perciò dare tutto il potere al denaro e al gioco finanziario è un tragico errore.
La verità è che siamo entrati in un’epoca che segna la fine non solo del “secolo socialdemocratico” ma dell’uomo “giuridico” a cui le leggi del suo paese concedono diritti, identità, protezione. E se di questo si tratta, cioè della fine dell’uomo protetto dai confini del suo Stato e delle leggi del suo territorio, allora diventa non una utopia ma una necessità assillante la fondazione di una nuova democrazia post-nazionale e quindi l’affermazione di nuovi diritti. Del resto, non è questo (l’affermazione dei diritti dell’uomo uguale a ogni altro uomo) ciò che fecero duemila anni i discepoli di Cristo? Perciò parliamo di nuovo umanesimo.
La crisi è epocale. Ma io vedo in essa le grandi ragioni del dialogo e dell’incontro. La necessità di fondare una nuova alleanza. La base di questa non è il vecchio liberismo ma una democrazia meno astratta, ingiusta, formale priva di valori etici in un mondo come questo. Un mondo in cui, data la potenza della scienza e dei mezzi distruttivi disponibili, si rivelano sempre più necessarie forme nuove di convivenza, di socialità, di integrazione politica e culturale a livello mondiale. Giacché in questa terra che, osservata dai satelliti ci appare così piccola e fragile, esiste una specie, la nostra, che è diventata tanto numerosa e tanto potente da costituire una minaccia per la sopravvivenza della vita sul pianeta.
Sta qui, io credo, la base storico-politica per un grande partito riformista.