1. Net élites e conflitti d’interesseNel mondo globale uscito dallo sgretolamento della “cortina di ferro”, è noto che si è sviluppato un turbo capitalismo a trazione tecnologica e, soprattutto, finanziaria che ha proposto una nuova cultura di mercato fondata su un low concept di capitalismo relazionale, nel cui ambito sono divenuti endemici i conflitti d’interesse (Carboni 2009). Hanno prevalso le
net élite manageriali, finanziarie e mediali. In campo economico, come sostiene Fulvio Coltorti (Mediobanca), “l’informazione finanziaria assicura una trasparenza impensabile cento anni fa: bilanci, azionariato, patti e sindacati, fruibilità sulla rete, ma (in realtà) trionfano i conflitti d’interesse”.
Revisori, agenzie di rating e analisti sono pagati, rispettivamente, dalle imprese di cui certificano il bilancio, da quelle di cui valutano i titoli, dalle banche che traggono profitti dalla negoziazione dei titoli studiati. Le banche, inoltre, s’impegnano a predire il futuro delle società che quotano e sponsorizzano: per non parlare dell’incredibile intreccio tra gli organi di
governance di banche e società finanziarie e industriali.
Questi conflitti d’interesse finanziario delle net elites hanno prodotto la grande crisi economica e la depressione sociale attuale (a esempio, Ipsos 2011, sull’erosione risparmi delle famiglie italiane).
Anche in Italia si erano manifestati questi intrecci perversi: nel 1992, i debiti Ferruzzi erano stati arbitrariamente ridotti del 60%; nel 1994, i crediti rateali inesigibili della Fabbri erano stati certificati da Arthur Andersen; nel 2002, i crediti fasulli verso gli azionisti Cirio erano stati ammessi da Deloitte & Touche; nel 2003, dei 14 miliardi di debiti della Parmalat se ne vedevano meno di 2, con l’acquiescenza dei revisori, della S&P e degli analisti (che consigliavano in maggioranza
buy). In sostanza, come sostiene Coltorti, mentre negli anni ’50 e ’60 si occultavano le riserve confondendole nei debiti ed esponendo patrimoni sottovalutati, negli ultimi vent’anni si è preso a occultare i debiti compensandoli con attivi impropri (debito “netto”), mentre il patrimonio è costituito in buona misura di intangibles.
Nel mondo occidentale finanziarizzato, i conflitti d’interesse hanno travalicato l’ambito economico, fagocitando l’informazione mediale e, soprattutto, la politica, dando campo a una net élite composta in prevalenza da persuasori illusionisti. La stessa politica, professionalizzata e personalizzata, si è rapidamente finanziarizzata soprattutto (ma non solo) per l’impennata dei costi di campagne elettorali impostate da creativi con alte parcelle e da un’esosa pubblicità. L’Italia, attraversata dalla crisi politica nel corso di tutta la seconda Repubblica, è divenuta un paese-laboratorio di un conflitto d’interesse che ha riguardato il leader più ricco e la Presidenza del Consiglio.
Tuttavia, nonostante l’incredibile potere concentrato e una maggioranza parlamentare senza precedenti, le decisioni strategiche per il paese sono continuate a mancare e il governo Berlusconi è stato travolto dalla burrasca dei mercati finanziari. Si è chiusa perciò la seconda repubblica e, come accadde con i tecnici del governo Ciampi, il Governo Monti sarà un prezioso cuscinetto tra la seconda e la terza Repubblica.
Le regole ordinarie del gioco politico-democratico sono nell’emergenza saltate, rivelando oltre un rischio sistemico-finanziario, un deficit democratico, un malessere delle istituzioni democratiche che viene sì da lontano e che il berlusconismo ha ampliato e accelerato. Nella sospensione del postberlusconismo, dobbiamo riconoscere nella diffusione dei conflitti d’interesse la settima promessa mancata dalla democrazia politica moderna, oltre le sei di Norberto Bobbio (1995): la policrazia, la rivincita dei grandi interessi, la persistenza delle oligarchie, il controllo del potere, il potere invisibile, l’educazione del cittadino. In questo contesto d’indebolimento della democrazia politica rappresentativa, si è reso inevitabile un passo indietro della politica e l’affidamento della guida del paese a un governo tecnico, l’apertura di una parentesi di tecnocrazia che è antitetica alla democrazia politica.
È dunque lecito chiedersi cosa sia questo malessere della democrazia politica, come possa essere analizzato e misurato, se non sia dovuto a una trasformazione della democrazia stessa e se quest’ultima nel nostro paese non corra perciò seri rischi di ridimensionamento o addirittura d’evaporazione.
2. Il malessere democratico
Riferendoci all’Italia, il malessere democratico è un progressivo declino della politica, iniziato alla fine degli anni Settanta, con la progressiva caduta dell’uomo e della vita pubblica italiani. In campo politico, il malessere democratico può essere indicato dal brusco declino della militanza (iscritti) ai partiti, dal preoccupante decremento dei tassi di fiducia verso le istituzioni, dal tendenziale aumento dei tassi di non voto alle elezioni. Tutti processi rilevabili (Eurostat), avviati trenta anni fa. In campo economico, il malessere democratico si evince dal relativo peso della cultura d’impresa e del mondo del lavoro a paragone di un potere finanziario-bancario, animatore dei conflitti d’interesse. Soprattutto a livello sociale, il disagio democratico si avverte per via della bassa capacità di performance dei nostri servizi e della pubblica amministrazione, in debito di credibilità presso la popolazione. Si pensi alle leggendarie lungaggini giudiziarie, all’obsolescenza infrastrutturale, ai tagli operati nei settori educativi e dell’istruzione superiore. L’effetto prodotto è una bassa qualità della nostra democrazia che rischia di declinare non per una conflittualità dovuta a intolleranza quanto per il cinismo autoreferenziale di chi è al timone. Ma anche per l’indifferenza e un individualismo amorale che anima chi è sottocoperta.
Tipologie di malessereLa democrazia, in tutto l’Occidente, si trova di fronte a una discontinuità, è costretta a misurarsi nella sua tradizionale dimensione nazionale con un mondo globale che in molti casi non la riconosce. Una forte discontinuità sociale si è prodotta negli ultimi 30 anni, con l’avvento di un nuova società dei desideri e accessoria al mercato: le preferenze del sociale, perciò dei singoli gruppi e individui, sono sempre più incorporate all’economia a trazione finanziaria e bancaria. Ormai, con il protrarsi della crisi abbiamo capito che il grande detonatore è scoppiato tra banche e stati, che a un fallimento dei mercati fa da
pendant una carenza di adeguate risposte strategiche sul piano politico. Nel frattempo abbiamo capito che, negli ultimi venticinque anni, anche da noi è stata importante la sfida creditizio finanziaria per rendere dinamica l’economia reale, così come ormai tutti riteniamo che l’
exit strategy dalla crisi richieda una nuova regolazione credibile che eviti gli eccessi e i conflitti di interesse che hanno caratterizzato la
golden age dei mercati finanziari.
Quel che non devono fare le democrazie europee è richiamare il passato: non serve a nulla, il riferimento al passato è come confermare l’errore. La democrazia è in difficoltà non solo a causa di quanto avviene nella sfera di un potere così determinante come quello economico-finanziario. I motivi sono di ordine diverso. Ci sono quelli politici, che potremmo riassumere nella
Politica odiata, come ha scritto Colin Hay (2007) al termine di una ricerca comparativa in Occidente. A livello sociale, tra i vari aspetti, il motivo principale è il distrust, la crisi di fiducia. A livello civico, il malessere democratico ha riguardato l’individuo: da un canto, in quanto cittadino nel suo processo di
empowerment, dall’altro, l’individuo in quanto consumatore e, magari investitore. Insomma: una
mente divisa.
A livello di
società tecnologica, un balzo ci sta gradualmente proiettando verso le sfide della democrazia elettronica, fonte di democrazia diretta, ma anche di un formidabile controllo sistemico.
Questi possono essere considerati shock importanti di una lista lunga di tensioni e di crisi che si sono riverberate sulle istituzioni democratiche negli ultimi trent’anni e che hanno portato e, in parte giustificano, la democrazia minima di cui parla Crouch, hanno ossigenato quel potere che torna a nascondersi o a nascondere, alla democrazia sociale bloccata, alla democrazia d’opinione influenzata.
Dunque una democrazia politica rappresentativa in crisi, non solo in Italia, ma un po’ ovunque come mostrano, in modo sintetico e persino discutibile, gli indignados e
Occupy Wall Street.
Rappresentanza, opinione pubblica e piazzaPer fortuna siamo passati dai ceti colti ristretti e dalle avanguardie del Novecento a un’estesa cittadinanza competente che studia e s’informa: in modo inadeguato, ma è cresciuta. Come del resto siamo passati da tasse d’élite d’inizio Novecento a tasse di massa, in termini di contribuenti (anche se l’evasione è alta). Sta di fatto che disponiamo nel complesso di un’
opinione pubblica democratica estesa, che comunque che ha saputo attutire i colpi che sono pervenuti alle istituzioni democratiche, facendo leva su quella rimasta credibile, la Presidenza della repubblica. Ormai esiste un ammortizzatore sociale delle crisi istituzionali chiamato
opinione pubblica della quale i grandi demiurghi sono gli editori e gli opinionisti. Il potere della democrazia d’opinione è quindi nei media, nel quarto potere. E resta anche un altro tradizionale ammortizzatore del malessere democratico che è il potere della piazza, quinto potere, oggi animato da minoranze sociali e tecnologiche: più che di antipolitica, si tratta di controllo critico, magari ipercritico, ma di primo termometro diretto delle disfunzioni istituzionali e dei guasti finanziari nel momento in cui occorre far fronte comune per una strategia di rigore, sviluppo ed equità come ha sottolineato Monti.
La democrazia nei paesi occidentali è profondamente cambiata e fortunatamente non è riducibile alla democrazia rappresentativa di tradizione liberale. La democrazia d’opinione pubblica e quello delle minoranze di piazza appaiono forme complementari, ma anche concorrenziali, a quella rappresentativa politica, garantiscono una tenuta della democrazia anche in un paese in cui essa è stata obnubilata dal ceto politico governativo. Se, nonostante tutto, la democrazia in Italia non è in pericolo è perché la nostra opinione pubblica mediale ha comunque tenuto l’urto del conflitto d’interesse nella Presidenza del Consiglio e le minoranze di piazza hanno evidenziato il cielo malato della politica, separato e divergente dal mare dei cittadini italiani. Una doppia lezione che la democrazia rappresentativa deve saper raccogliere preparandosi a una propria autoriforma nei partiti e nell’architettura istituzionale.