Stefano Fassina  
Responsabile economia e lavoro Pd

Per un neo-umanesimo del lavoro

È forte in ciascuno di noi il desiderio e il senso di urgenza di capire meglio la “grande transizione” in corso. Il paradigma egemone nell’ultimo trentennio, il neo-liberismo, appare inadeguato ad orientarsi. Sono, invece, di grande interesse le riflessioni dell’ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate, in particolare intorno al paradigma del “neo-umanesimo integrale”. Non è una riflessione improvvisata, come è ovvio, data la fonte. La riflessione di Benedetto XVI mette in discussione alla radice il paradigma liberista, il primato dell’economia sulla politica, la logica di funzionamento dell’ordine economico e sociale stratificatosi a partire dall’inizio degli anni ‘80. E, soprattutto, metta al centro della prospettiva una visione dell’uomo e della politica incompatibile con l’impianto dell’individualismo metodologico, ossia con la visione fondativa del liberismo. Infatti, è evidente che se il bene comune è il risultato della massimizzazione di utilità strettamente individuale, ossia di interazioni di individui senza legame sociale (“la società non esiste”, proclamava a metà degli anni ’80 miss Thatcher) la politica è sostanzialmente inutile o finanche dannosa perché introduce principi morali, ossia di inefficienza, nella fisiologia perfetta ma strettamente economica della società. È inevitabile, pertanto, la negazione alla radice dell’intervento pubblico a qualunque finalità. In particolare per correggere le disuguaglianze.

Le conseguenze del trionfo liberista e degli interessi materiali ad esso sottostanti sono sotto gli occhi di tutti. Il primato dell’economia sulla politica ha portato al rattrappimento delle democrazie delle classi medie, non solo ad enormi disuguaglianze ed alla conseguente paralisi economica. Ha portato alla regressione delle condizioni del lavoro e allo svuotamento della civiltà del lavoro caratteristica di fondo dell’economia sociale di mercato. È la regressione delle condizioni del lavoro e la conseguente disuguaglianza nella distribuzione del reddito, della ricchezza e delle opportunità di mobilità sociale la causa prioritaria della rottura dell’equilibrio dell’ultimo trentennio. La regressione del lavoro nel suo insieme, incluse le classi medie. È la regressione delle condizioni del 99% della società, come scritto sui cartelli portati in giro dai ragazzi e dalle ragazze di Occupy Wall Street a Zuccotti Park a Manhattan. Degenerazione della finanza e polarizzazione nella distribuzione del reddito sono facce della stessa medaglia. Oggi, il lavoro subisce rapporti di forza sfavorevoli come mai è stato nel secolo alle nostre spalle. Il capitale fa shopping globale di lavoro. Gli strumenti istituzionali, politici e sindacali per affermare il lavoro sono spuntati in quanto chiusi nello Stato nazionale. Oggi, siamo di fronte ad una "emergenza giovani". Non solo precarietà, ma disoccupazione ed inoccupazione. Tuttavia, ecco un punto rilevante di discussione tra di noi, i giovani sono l'area di sofferenza più acuta di uno smottamento che ha segnato l'insieme del variegato universo del lavoro del settore privato. Non soltanto le fasce più in basso, ma anche, ecco la novità economica e politica, la stragrande maggioranza delle classi medie. Il 90% dei lavoratori ha perso reddito e ricchezza a vantaggio del 10% più in alto.

La nostra sfida è valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia. “Il lavoro come questione di senso”, secondo il titolo di una bella raccolta di saggi curata da Francesco Totaro. La nostra stella polare è l'art 1, l'art 3 e l’art 4 della prima parte della nostra Costituzione. Il lavoro inteso nella sua generalità. Innanzitutto, l’anello più debole della catena, l’area sociale che più ha sofferto l’offensiva liberista: il lavoro subordinato, in tutte le sue forme esplicite o coperte dal contratto a progetto o dalla Partita Iva. Poi, il lavoro autonomo vero. Il lavoro professionale. Il lavoro dell'imprenditore datore di lavoro.
La nostra sfida è per la dignità del lavoro, decent work secondo il lessico dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Anche qui, la Caritas in veritate offre spunti interessanti di riflessione nell’interpretazione dell’aggettivo “decente” riferito al lavoro.

Una riflessione articolata nell’analisi dell’inedita questione sociale, sempre più intrecciata ad una rischiosa questione democratica, svolta dal Consiglio Pontificio Giustizia e Pace nel documento per il G20: “Per interpretare con lucidità l’attuale nuova questione sociale, occorre senz’altro evitare l’errore, figlio anch’esso dell’ideologia neoliberista, di ritenere che i problemi da affrontare siano di ordine esclusivamente tecnico. Come tali, essi sfuggirebbero alla necessità di un discernimento e di una valutazione di tipo etico. Ebbene, l’enciclica di Benedetto XVI mette in guardia contro i pericoli dell’ideologia della tecnocrazia, ossia di quell’assolutizzazione della tecnica”.

La “nuova questione sociale” è impossibile da affrontare senza andare “oltre” il paradigma liberista e senza assumere una visione radicalmente alternativa dell’uomo, inteso non più come monade che massimizza la propria utilità individuale, ma come persona e, in particolare, persona che lavora. Come chiariscono Bockenforde e Bazoli in “Chiesa e capitalismo”, il principio di solidarietà, decisivo per affermare l’antropologia della persona, non può essere principio correttivo di una logica di funzionamento esclusivamente fondata sul principio dell’individualismo proprietario. Il principio di solidarietà deve essere principio ordinante, definitorio. Per essere tale, non si può affermare secondo una logica auto correttiva, alimentata da una spinta morale o, almeno, non soltanto. È necessaria la ricostruzione di una eticamente autonoma funzione e posizione del lavoro. È necessaria una soggettività politica culturalmente autonoma del lavoro.

Attenzione: l’innovazione lessicale segnala una discontinuità culturale decisiva. La persona che lavora non è sul piano culturale ed etico il lavoratore o la lavoratrice. Qui si compie un’evoluzione rispetto alla tradizione socialista, socialdemocratica, laburista del movimento operaio. Un ventaglio di tradizioni decisive per l’emancipazione dell’uomo nel corso del ‘900, ma un ventaglio di tradizioni concentrate sulle relazioni economiche e sociali della persona, non sulla sua irriducibile unicità. Era la “classe operaia”, l’ “operaio massa”, l’aggregato sociale di riferimento. Non la persona che lavora. Il Cardinale Bagnasco a Rimini a fine ottobre ha posto con una certa ruvidità, ma chiarezza, il punto. Il riferimento diretto è stato al “socialismo reale”, ma la valutazione era a valenza generale. “Com’è noto –scrive il Card. Bagnasco- l’errore fondamentale del socialismo non è stato innanzitutto di carattere economico, ma antropologico. Non è stata la decrepitezza economica o una modernizzazione ritardata ad essere la causa primaria della sua fine, ma la negazione della verità sull’uomo. Se la persona non è riducibile a molecola della società e dello Stato, il bene del singolo non può essere del tutto subordinato al meccanismo economico-sociale, né è possibile pretendere che il bene economico si possa realizzare prescindendo dalla responsabilità individuale. L’uomo sarebbe ridotto ad una serie di relazioni economiche, e scomparirebbe la persona come soggetto autonomo di decisione morale”.

Il Cardinale Bagnasco ribadisce “il primato dell’uomo sul lavoro e il primato del lavoro sul capitale” e coglie una contraddizione vera nell’impianto culturale ed etico di matrice socialista. Tuttavia, le tradizioni socialista, socialdemocratica e laburista non possono essere liquidate come uno sfortunato e sgradevole incidente del “secolo breve”. Sono state, nell’Europa occidentale, motori di progresso, di civilizzazione del lavoro e di costruzione delle democrazie effettive. Hanno colto la rilevanza della dimensione economica e sociale nella definizione della persona, dell’effettività dei suoi diritti e delle sue libertà. Hanno ecceduto in determinismo economicistico. Ma gli squilibri nella dimensione economico-sociale non possono essere rimossi. La presenza di interessi materiali diversi nella società delle persone non può essere ignorata.

Assunta tale discontinuità etica, mettere al centro dell’identità culturale e politica del Pd il lavoro inteso come attività della persona che lavora non è ritorno indietro, è sguardo al futuro. È la via maestra, anzi, l’unica via possibile per costruire il Pd come partito a vocazione maggioritaria. Valorizzare la persona che lavora è condizione per promuovere lo sviluppo sostenibile, per l’affermare un’idea di sviluppo inteso come promozione dei beni comuni e dei consumi di cittadinanza. Qualità del lavoro e qualità dello sviluppo sono le due facce della stessa medaglia. Valorizzare la persona che lavora è condizione per segnare in senso progressivo la transizione in corso e rivitalizzare le democrazie delle classi medie e, così, uscire dal tunnel buio della recessione.

L'impianto culturale della nostra posizione sul lavoro, la posizione proposta alla Conferenza per il lavoro a Genova a Giugno scorso e alla recente Conferenza per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa a Monza, è incentrato sul rapporto persona-lavoro-democrazia. Sarebbe stata una scelta impossibile da fare senza il contributo della pluralità di culture presenti nel Pd. Di tutte le culture presenti nel Pd. L'amalgama qui pare riuscire. Allora qui sta la sfida affascinante per il Pd. Possiamo mettere al centro della nostra visione la persona che lavora, come nella tradizione del cattolicesimo sociale, senza perdere l’attenzione alle asimmetriche relazioni economiche e sociali al centro delle culture socialista e laburista? Possiamo partire dal paradigma del “neo-umanesimo integrale” e provare a costruire il profilo culturale e programmatico del Pd lungo il sentiero da esplorare di un neo-umanesimo laburista? In conclusione: il neo-umanesimo laburista può essere una traiettoria di ricerca culturale e politica, prima che programmatica, lungo la quale costruire l’identità del Pd e la tessitura di una inedita alleanza sociale, di uomini e donne, di soggetti ed interessi, sia a livello nazionale, sia a livello europeo e globale?