Simona Beretta  
Insegna Politiche economiche internazionali all’Università Cattolica

Razionalità economica: un orizzonte da dilatare

La realtà, anche la più dura, ha sempre dentro un germe buono. Ci provoca, ci sveglia, ci proietta nel tentativo di comprenderla e di reagire alle difficoltà. Anche la crisi finanziaria – realtà molto dura, soprattutto per le sue conseguenze sul lavoro – può “svegliarci”: in tempi di crisi, diventa più immediato cogliere la falsità dell’idea che il sistema economico sia il grande meccanismo in cui ciascun individuo gioca la sua partita – come lavoratore, come risparmiatore, come consumatore – dentro “mercati” dove l’identità di ciascuno non conta, perché contano soprattutto le grandezze monetarie e finanziarie. La crisi finanziaria ha rivelato la fragilità di un sistema di relazioni economiche “sottili”, estemporanee, dove prevale il calcolo miope. Invece la qualità delle relazioni conta: l’economia (finanza inclusa) è uno spazio di reale interazione fra soggetti, con nome e cognome, strutturalmente in relazione gli uni con gli altri.

La qualità dell’economia, della società e della politica dipende così dalla qualità e dallo spessore delle relazioni che le abitano. Si può forse dire che la radice della crisi sta nella determinazione, tanto diffusa quanto perversa, a censurare la questione sostanziale della virtù nelle relazioni. Pensare che uscire dalla crisi sia innanzitutto un problema di carattere tecnico-formale (regolamentazioni prudenziali, riforme degli apparati di controllo) oppure di “aggiunta” di considerazioni etiche al business solito (codici etici, tetti massimi alle remunerazioni dei manager, destinazione di profitti a iniziative benefiche) significa davvero illudersi.

Non basta rispettare le forme, conta la reale virtù nell’agire di ciascuno, nel “qui e ora” delle piccole e grandi scelte. Indebitarsi per un progetto coraggioso che fa crescere in dimensione e qualità una impresa, non garantisce il buon esito, ma non alimenta l’instabilità sistemica; la alimenta invece chi, indipendentemente dal bene dell’impresa, si indebita solo per assumersi rischi finanziari rincorrendo potenziali profitti pur correndo il rischio di gigantesche perdite (improbabili ma, come si è visto, non impossibili). Ma non è facile distinguere dal di fuori chi sta facendo che cosa... Analogamente, un debito pubblico non diventa insostenibile e fonte di instabilità sistemica solo perché è “tanto”, ma soprattutto perché la spesa che l’ha reso necessario non ha rafforzato le basi reali per il progresso del paese – progresso indispensabile per poter ripagare in futuro il debito. La questione di una buona finanza pubblica è dunque un problema reale, che c’entra con la qualità della spesa e con la qualità della fiscalità. Anche in questo caso, la linea di giudizio passa nel “qui e ora” concreto di chi decide, anche ai livelli più bassi.

Abbiamo bisogno di “più” pensiero economico

Decidere in condizioni di interdipendenza, sulla base di valutazioni fiduciarie, richiede l’impegno della ragione umana tutta intera: non solo la ragione strumentale, “calcolante”. La prima sfida della crisi è che la “ragione economica” prenda le distanze dalle sue forme mutilate, ristrette, banalizzate, dominate dall’analisi tecnica; occorre recuperare l’orizzonte pieno della ragione, denso di una intelligente passione per la realtà.

La crisi attuale documenta la sostanziale inadeguatezza di una visione meccanicista e tecnicistica dell’economia; nello stesso tempo, offre l’occasione per ripensare a quanto di buono c’è da valorizzare nella “cassetta degli attrezzi” del pensiero economico. Penso ad esempio al ruolo centrale delle aspettative (che sono così personali da confinare con la speranza, ma allo stesso tempo così legate al concreto vivere insieme); alla capacità delle aspettative di auto-realizzarsi, nel bene e nel male; alla possibilità che da una determinata situazione di partenza si possano raggiungere molteplici risultati (equilibri multipli). Penso ai problemi di informazione asimmetrica, all’azzardo morale e alla selezione avversa...Tutti questi ben noti contributi dell’analisi economica non fanno altro che confutare proprio la visione meccanicista e tecnicista dell’economia.

Il fatto che negli ultimi decenni non abbiamo usato gli “attrezzi” che pure avevamo nella nostra cassetta intellettuale, lasciandoci trascinare nell’euforia collettiva dell’indebitamento e dei guadagni finanziari facili, dimostra secondo me una cosa: che davvero la radice della crisi è antropologica. Occorre vivere la quotidianità economica nella virtù, cominciando col recuperare la ragione economica in tutta la sua ampiezza. Pochi lo ripetono con la decisione e la lucidità di Benedetto XVI.

La dottrina sociale della Chiesa e la ragione economica
La dottrina sociale della Chiesa, in questo recupero della ragione intera, è una risorsa preziosa, poco usata e talvolta usata in modo riduttivo. Non è un discorso che si limita a sfornare buoni pensieri rassicuranti, a denunciare abusi e a instillare buoni propositi. Basta il buon senso comune a condannare gli eccessi della speculazione, i comportamenti egoistici degli operatori che lucrano cospicui guadagni dall’instabilità, l’iniquità di andamenti finanziari che colpiscono negativamente i risparmi delle famiglie e arrivano a precludere le possibilità si sopravvivenza dei più poveri. La dottrina sociale della Chiesa è una lama che incide più in profondità: risveglia la ragione, giudica la realtà e proietta nella costruzione. Usa parole scomode, forse le più scomode: verità, carità, gratuità. Per passare dalla denuncia, che trova facile consenso, alla costruzione di relazioni e istituzioni finanziarie più giuste e più stabili per tutti, la dottrina sociale della Chiesa chiede innanzitutto un lavoro sulla “verità” dell’economia e della finanza. “L'economia infatti ha bisogno dell'etica per il suo corretto funzionamento; non di un'etica qualsiasi, bensì di un'etica amica della persona…Occorre adoperarsi — l'osservazione è qui essenziale! — non solamente perché nascano settori o segmenti « etici » dell'economia o della finanza, ma perché l'intera economia e l'intera finanza siano etiche e lo siano non per un'etichettatura dall'esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura.” (Caritas in veritate 45, corsivo in originale).
Per cogliere le “esigenze intrinseche” della finanza serve la ragione umana tutta intera, che non ha paura della verità; in questo la dottrina sociale è davvero una risorsa: un conoscere illuminato dalla fede, che cerca il cordiale dialogo con tutte le scienze e tutti i tentativi umani. Ho già accennato al possibile contributo positivo del pensiero economico alla costruzione di un’economia e di una finanza “amiche della persona”; vorrei qui sottolineare il grande realismo della dottrina sociale nel porre la questione antropologica. Un’etica “amica della persona” parte dalla consapevolezza della nostra originale dipendenza (non ci siamo fatti da noi stessi!) e allo stesso tempo della nostra infinita grandezza (creati ad immagine di Dio). Tutti abbiamo in comune la tensione a questa grandezza, a “fare, conoscere e avere di più, per essere di più” (Populorum progressio, 6). Eppure la natura umana è “ferita”: vorrebbe il bene, ma cede facilmente al male. “Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e dei costumi” (Caritas in veritate 34).


Io mi sono convinta, vivendo, che le cose stiano proprio così. Sarebbe dunque irrazionale illudersi, da un lato, che bastino nuove forme (regolamentazione finanziaria, codici di autoregolamentazione) per realizzare la giustizia a cui aspiriamo. D’altro lato, neanche il più intenso sforzo etico potrebbe stabilmente assicurare giustizia: la presunzione di essere all’altezza dei nostri desideri di bene finirebbe per tradire anche noi, come tutti i tragici tentativi umani di creare società perfette.

Non si esce dalla crisi invocando riforme ed etica, come non si esce dalle sabbie mobili tirando verso l’alto i nostri capelli. Una finanza “amica della persona” è l’esito sempre provvisorio di un “io-in-relazione” in cammino, teso a rispettare le “esigenze intrinseche” alla natura dell’economia e della finanza, ben conscio del suo limite, capace di affidarsi a quella “speranza (che) incoraggia la ragione e le dà la forza di orientare la volontà.” (Caritas in veritate 34).