Nel dibattito italiano sulla crisi economico-finanziaria a livello internazionale circolano idee che, come tutti i luoghi comuni che si rispettino, contengono granelli di verità impastati con approssimazioni di non poco conto. Può essere presto per separare i primi dalle seconde. Ma vale la pena tentare, visto che a noi italiani questi granelli, se male interpretati, possono andare di traverso. Fuor di metafora: una lettura superficiale delle cause e delle ripercussioni della crisi rischia di avere effetti negativi sulle scelte che dovremo affrontare, aggravando, anziché risolvere, i nostri problemi di crescita economica.
Proviamo a prendere per le corna, allora, quattro luoghi comuni. Primo: questa crisi ha connotati epocali e si discosta da quelle che l'hanno preceduta per natura e intensità; di conseguenza, niente sarà più come prima nel campo della politica economica. Secondo: le cause della crisi risiedono negli eccessi di un mercato selvaggio e senza regole. Terzo: gli economisti hanno fallito, perché non hanno saputo prevedere tempistica e portata della crisi. Quarto: la crisi segnala il fallimento di quell'ideologia liberista di cui anche la politica italiana, a destra come a sinistra, è stata vittima negli anni Ottanta e Novanta. In quanto segue, cercherò di argomentare perché i granelli di verità che si nascondono in queste quattro idee non sono sufficienti a rendere meno pericolose le superficialità che parimenti contengono. Per limiti di spazio (e di competenza) rimanderò ad analisi interessanti su questi temi.
1. Niente sarà più come prima?Gli economisti Barry Eichengreen e Kevin O'Rourke si sono presi la briga di raccogliere un po' di dati per confrontare la crisi attuale con quella del 1929 ("A Tale of Two Depressions",
VoxEU). Il quadro che ne emerge (aggiornato al 2010) è chiaro. Nel primo anno, la produzione industriale mondiale ha subito un calo più forte con la crisi attuale rispetto a quella del 1929, ma c'è stata una ripresa che ha portato a recuperare velocemente i livelli pre-crisi, mentre nel 1929 la discesa è proseguita per tre anni. Lo stesso è avvenuto per il volume degli scambi commerciali e per i valori azionari, ma in questo caso la ripresa non è bastata a recuperare i livelli pre-crisi.
Dietro queste differenze, ci sono due novità dell'economia globale: il nuovo protagonismo di economie emergenti la cui produzione industriale ha risentito in misura minore della crisi; la maggiore integrazione economica internazionale e il più sofisticato sviluppo dei mercati finanziari (che ne hanno aumentato la reattività). Si tratta, in altre parole, degli stessi cambiamenti politici e finanziari che hanno assicurato due decenni di forte crescita della produttività e del reddito in molti paesi. La crisi ha colpito duramente l'economia mondiale, ma si è rimangiata solo una piccola parte della crescita precedente. Il problema è che alcuni paesi, come l'Italia, non hanno ricevuto i benefici di questa fase, ma ne stanno subendo i costi.
Tutto bene nell'economia globale, dunque? Niente affatto. La crisi è stata grave, al pari delle sue ripercussioni economiche e sociali. Molte cose non sono andate per il verso giusto (sopratutto nel settore finanziario) e vanno modificate alla radice. Ma non siamo nel 1929. Non serve un ripensamento radicale del ruolo tra stato e mercato; solo una serie di aggiustamenti chirurgici, a livello di regole e istituzioni, per far funzionare meglio stato e mercato.
2. La crisi è colpa del mercato?Le cause superficiali della crisi sono note: lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti e la reazione a catena sugli intermediari finanziari, complice una loro eccessiva esposizione al rischio (basata su aspettative erronee di crescita illimitata dell'economia e dei valori immobiliari). Qui, francamente, i fallimenti del mercato e dello stato (della politica) si sono rafforzati a vicenda. Non c'è dubbio che ci sia stata un'eccessiva assunzione di rischi da parte dell'intera industria finanziaria (attirata da profitti facili e remunerazioni da capogiro, che non internalizzavano i rischi di lungo periodo) e una disattenzione delle autorità di supervisione monetaria (convinte che certi squilibri erano diventati più sostenibili rispetto al passato, grazie alle innovazioni finanziarie e alla posizione di privilegio dell'economia statunitense). Ma la politica ha dato il suo contributo. Non tirando il freno di una crescita che appariva sempre più drogata, per ragioni elettorali. E alimentando il sogno di una casa per tutti, anche per chi non poteva permettersela. In uno studio empirico ("The Political Economy of the U.S. Mortgage Default Crisis",
American Economic Review), Atif Mian, Amir Sufi e Francesco Trebbi mostrano come le due agenzie pubbliche dei mutui immobiliari, Fannie Mae e Freddie Mac, avessero investito ingenti risorse in lobbying per ottenere favori legislativi da deputati e senatori eletti in collegi con alta concentrazione di mutui subprime.
Dietro a queste cause superficiali della crisi (la miccia detonante), si nascondono cause profonde legate agli squilibri macroeconomici (la polvere esplosiva). In un libro che dovrebbe essere una lettura obbligata per chiunque sia interessato ad approfondire questi temi ("This Time Is Different. Eight Centuries of Financial Folly",
Princeton University Press), gli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff hanno ricostruito un imponente database sulle crisi bancarie e finanziarie nel corso dei secoli. Il loro messaggio è semplice: i dati mostrano che siamo stati qui prima (e probabilmente ci torneremo in futuro). Al di là delle sue dimensioni quantitative, sul piano qualitativo la crisi attuale non ha niente di eccezionale, così come non hanno niente di eccezionale la sottovalutazione dei rischi prima di arrivarci e la sopravvalutazione degli effetti una volta che è scoppiata. Succede sempre così. Il deficit di bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e l'eccesso di indebitamento di governi, famiglie e banche erano segnali che, sulla base delle esperienze passate, mostravano con chiarezza che una battuta d'arresto, anche brusca, era ormai inevitabile.
3. Gli economisti non avevano previsto niente?Sinceramente, accusare gli economisti di non aver previsto quando sarebbe scoppiata la crisi, è un po' come accusare i politologi di non aver previsto quando sarebbe caduto il muro di Berlino. Molti economisti avevano prodotto analisi e interventi che denunciavano l'insostenibilità degli squilibri di cui sopra (Obstfeld, Rogoff, Krugman, Roubini, Setser, solo per citarne alcuni). Certo, ci sono state sottovalutazioni anche nella letteratura economica, e non mancano lezioni che gli economisti dovrebbero trarre dalla crisi. Uno dei più brillanti economisti sul panorama internazionale, Daron Acemoglu, ne ha ricordate alcune in uno stimolante intervento di natura divulgativa ("The Crisis of 2008: Structural Lessons for and from Economics",
MIT website).
La prima lezione è che il ciclo economico e la volatilità aggregata resteranno con noi, a differenza di quanto alcuni si erano frettolosamente spinti a negare. Anzi, proprio le innovazioni finanziarie e l'integrazione economica, che possono assicurarci contro i piccoli shock e garantire il benessere, ci espongono di più al rischio di grandi shock a bassa probabilità ma dagli effetti dirompenti. La seconda lezione è che la scienza economica può aiutarci a rendere ancora più improbabili questi eventi, disegnando regole e istituzioni adeguate, a partire dal settore finanziario. Mercato libero non significa mercato senza regole. Per definizione, il mercato è un'istituzione che si regge su un insieme di regole. Come renderle più solide per garantire lo sviluppo e assicurare i rischi è un continuo cantiere in corso. Il terzo insegnamento riguarda la centralità della crescita economica. Distruzione creativa, innovazione e continua riallocazione delle risorse, per quanto costose nel breve periodo per alcuni soggetti (soprattutto quelli più deboli), sono l'unica ricetta che conosciamo per creare benessere sostenibile. È l'unica strada che abbiamo per sfruttare a nostro vantaggio la volatilità insita nelle economie di mercato (che non è destinata a scomparire), domandola come un surfista che cavalca un'onda piuttosto che restarne travolto.
4. L'Italia deve riprendersi dalla sbornia liberista?Questo ci porta all'ultimo luogo comune: l'idea che la crisi sia qualcosa di esterno all'Italia, i cui problemi deriverebbero dalla congiuntura internazionale o dagli attacchi di avidi speculatori senza scrupoli. Francamente, come ho avuto modo di scrivere altrove ("Mi chiamo Mork e polemizzo col liberismo", qdR magazine), col liberismo selvaggio i problemi italiani non c'entrano un bel niente. Sarebbe bello, perché facile da aggiustare, ma purtroppo non è così. L'unico modo per rimettere in moto l'economia italiana è rimettere in moto gli italiani, che si sono impigriti, adagiandosi su una ricchezza diffusa e rendite che non possono essere sostenute all'infinito.
Per le economie, come per ognuno di noi, i momenti di crisi pongono di fronte a un bivio. Possiamo approfittarne per metterci in discussione e cambiare vecchie abitudini. O possiamo rinchiuderci nei nostri vizi, accusando il destino cinico e baro dei nostri problemi. Per noi italiani è arrivato il momento di guardarci allo specchio e scegliere con decisione la prima strada.