“Ricostruzione” è la parola pregnante e impegnativa nella quale il PD raccoglie il compito e l’obiettivo cui attendere da subito e negli anni a venire. A quella prospettiva esso lega la propria proposta politica, il proprio programma per l’Italia, la propria politica delle alleanze: quella che si indirizza a un centrosinistra con cultura di governo di cui il PD rappresenti l’asse portante, ma che si allarga a forze moderate di centro e a movimenti civici. Un disegno che aspira a coinvolgere un vasto campo di forze esattamente in ragione della portata straordinariamente impegnativa dell’impresa.
Non si tratta di allestire una semplice, ordinaria proposta di governo, ma di ripristinare la condizioni di una normale dialettica lungo l’asse destra-sinistra dopo un tempo (grossomodo una legislatura) appunto ricostruttivo. Il senso è chiaro: si muove dal convincimento che, alle nostre spalle, stia una lunga stagione segnata da un’opera di decostruzione.
Facendoci guidare dalla metafora dell’edificio lesionato e da ricostruire, in questo numero di Tamtamdemocratico, abbiamo messo a tema alcuni profili della decostruzione e, di riflesso, della ricostruzione della coscienza e del tessuto civile del paese. Un pezzo soltanto di un’azione decisamente più estesa e che ricomprende la ricostruzione materiale e morale, economica e istituzionale. Trattasi di profili che hanno a che fare con l’etica pubblica e la cultura politica diffusa (non tanto quella elaborata e riflessa, ma quella che forgia in concreto la coscienza collettiva e la classe dirigente in senso lato). Qualcosa che molto si avvicina al concetto di civismo e di riscatto civico così caro a Pier Luigi Bersani.
Chi si dispone a ricostruire deve prima rimuovere le macerie che si sono accumulate nel tempo della decostruzione e predisporre i mattoni del nuovo edificio, la casa Italia. Questo il compito che abbiamo affidato agli autori: fissare i “guasti” di ieri e ancora di oggi e poi accennare agli elementi ricostruttivi. Solo qualche esempio.
Ci vorremmo lasciare alle spalle una politica che esorcizza la verità e tutta si concentra sulla spasmodica ricerca del consenso, sulla rappresentazione a discapito della rappresentanza, sulla comunicazione e sulla visibilità a danno dei programmi.
Così pure dobbiamo resuscitare una “coscienza costituzionale” (espressione cara a Dossetti, che la preferiva a quella più comune di patriottismo costituzionale): la nostra Carta fondamentale non è un ferro vecchio, ma un patrimonio da trasmettere alle nuove generazioni. La libertà non va confusa con l’arbitrio, la furberia, la sopraffazione e il privilegio. Le regole in genere non sono un fastidioso impiccio, ma la condizione di base di una convivenza civile, l’opposto della giungla sociale. Il merito, come suggerisce la parabola dei talenti, è certo un valore, ma non solo per la propria autoaffermazione. Vanno trafficati a beneficio dei molti.
La modernizzazione non è omologazione, riduzione dell’uomo a una dimensione, ma polifonia dell’umano. Il mito del fare da sé, del farsi da sé, l’ebbrezza dell’idea che ciascuno è imprenditore di se stesso si rivela spesso una fallace illusione e confina ai margini chi non ce la fa.
L’ideologia del mercato come supremo regolatore di ogni sfera della vita e dello Stato come nemico ci ha condotto a un modello di sviluppo di cui oggi misuriamo i guasti e persino i drammi.
Il fisco rappresentato come rapina (il celebre “mettere le mani nelle tasche degli italiani” e l’irrisione polemica verso il Padoa Schioppa cui si attribuì una sciocchezza anziché il saggio richiamo al valore etico-sociale del fisco quale essenziale, moderno strumento di redistribuzione e di sostegno a quella straordinaria conquista di civiltà che è il welfare) ci costringe oggi a tardive campagne contro quella corrosiva piaga sociale che è l’evasione di massa a lungo incoraggiata dalla pratica dei condoni e da uomini di Stato prodighi di una predicazione irresponsabile.
La solidarietà ridotta a paternalistico, compassionevole soccorso di ultima istanza, anziché come anima delle politiche pubbliche. La celebrazione sino all’ostentazione dell’ignoranza, l’irrisione della cultura e del suo elitarismo (come non ricordare il Tremonti che, davanti al popolo leghista, si compiace di non leggere libri, lui che, sui giornali, sdottorava con sussiego facendo sfoggio di erudizione?).
Il machismo dei potenti, la donna a loro disposizione e ridotta a tangente.
L’uso politico della religione, le lusinghe e gli ammiccamenti agli uomini di Chiesa, che purtroppo talvolta hanno fatto presa e che comunque sono l’esatto opposto del rispetto che si deve alla religione e a chi la rappresenta. Con il dilagare degli atei devoti e dei devoti atei, cioè di coloro che ostentando il proprio
pedigree cattolico si propongono di ricavarne una rendita politica e una quota negli organigrammi.
Basti questa sommaria, incompleta rassegna di macerie da rimuovere e di mattoni per ricostruire a dare la misura e la portata dell’impresa. Un’opera ricostruttiva di lunga lena che, ben oltre la politica, chiama in causa la cultura, i media, le agenzie educative a cominciare dalla famiglia e dalla scuola. Con questo numero Tamtamdemocratico si propone di suggerire sommessamente loro una griglia di problemi e di percorsi.