Tutti i termini del vocabolario politico e culturale sono polisemici, ambigui, ambivalenti. E’ inevitabile, dato che i modi, i tempi, i luoghi di chi li utilizza sono assai eterogenei, e i fini assai divergenti, se non contrastanti.
Il binomio modernità/modernizzazione non sfugge a questo destino. Quando si parla della necessità di modernizzazione ci si riferisce al futuro, a un progetto non ancora compiutamente realizzato.
Quando si parla di modernità, invece, il riferimento è al passato. L’età moderna è l’età che si è appena conclusa. E’ un luogo comune dire che oggi stiamo vivendo nell’età post-moderna.
L’età moderna, in senso proprio, si è sviluppata in seguito alla grande cesura storica del 1492, quando l’Europa travalica nel mondo, quando prende il via una prima globalizzazione.
Nel volgere di pochi decenni, quattro stati dell’Europa occidentale (Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia) tracciarono nuovi itinerari commerciali attraverso gli oceani e posero le basi di una rete economica mondiale. Questi quattro paesi furono anche all’avanguardia nel processo di costruzione degli stati nazionali europei. Si impegnarono per fornire ai milioni di persone che li abitavano il senso di un’appartenenza comune, incarnata in una lingua, in una cultura, in una tradizione comuni, e quindi anche in riti, in memorie, in miti, in monumenti comuni.
Il legame fra il sorgere dell’economia mondo e il sorgere degli stati nazionali è essenziale. Il nuovo protagonismo economico dei paesi dell’Europa occidentale imponeva loro la rimozione delle tradizionali economie locali di pura sussistenza e la costruzione di ampi mercati nazionali, fatti di relazioni dinamiche e innovative. Questo comportava la trasformazione dei sudditi in cittadini, che è un tratto essenziale della modernità politica.
Modernità è favorire l’accessibilità reciproca, fisica e simbolica, fra gli individui e fra le collettività della nazione. Modernità è spostamento, è abolizione delle barriere, è dissoluzione dei circoli chiusi, è mobilità sociale, è innesco e accompagnamento del processo di individualizzazione. Pone regole condivise alla base della convivenza sociale.
Quanto iniziava a delinearsi a livello nazionale, si delineò poi rapidamente anche a livello globale. Già nel corso dell’ottocento, la rivoluzione dei trasporti - ferrovie e navi transatlantiche -rimpicciolisce il mondo. E questo mondo rimpicciolito adotta regole comuni: una misura dello spazio comune (basato sulle unità metriche) e una misura del tempo comune (basato sul sistema dei fusi orari), che chiudono l’era della babele delle misure locali.
Non possiamo certo considerare concluso il processo di modernizzazione, quando lo intendiamo come l’impegno politico per aprire i sistemi, per rendere permeabili i confini delle appartenenze tradizionali (delle corporazioni professionali, delle classi, dei centri di decisione), per dinamizzare ciò che è statico, per spostare il fuoco della società dalle rendite di posizione agli investimenti per il bene comune: investimenti in tempo, in energie, in idee, in fatica, in risorse materiali e culturali. Intesa in questo senso, la prospettiva integratrice e interattiva della modernità è tutt'altro che superata.
Al contrario: è una bussola per il presente e il futuro, in particolare per un paese come l'Italia, che a entrare nella modernità (intesa in questo senso) ha cominciato molto tardi (soltanto con l’unità nazionale) e ancora, in questo processo, ha subito bruschi rallentamenti.
Ma c’è un’altra faccia della modernità, che ha avuto e continua ad avere conseguenze molto oscure. Molti soggetti che hanno governato la modernità hanno degradato le loro politiche di integrazione nazionale o internazionale in politiche di omologazione e di omogeneizzazione unilaterali degli individui e delle collettività: omologazione dei loro stili e ritmi di vita, delle loro visioni del mondo, delle loro specificità culturali, persino dei loro bisogni e dei loro desideri.
Tre sono state le forze storiche principali che hanno tratto vantaggi da questo fraintendimento, voluto o inconsapevole che fosse. La storia della modernità è in buona parte la storia del modo in cui queste tre forze storiche si sono susseguite e intrecciate.
La prima forza unilateralmente omologatrice delle visioni e dei comportamenti collettivi è costituita dagli stessi sovrani assoluti degli stati nazionali: allo scopo di controllare, congelare a metà strada, non condurre alle estreme conseguenze la sempre maggiore richiesta di diritti da parte dei propri cittadini.
La seconda forza è costituita dalle grandi potenze del mondo, e quindi in buona parte (ma non solo) ancora dagli stessi protagonisti europei: potenze coloniali e poi neo-coloniali. Esse hanno rappresentato i propri comportamenti e le proprie visioni come il punto d’arrivo a cui tutti dovrebbero tendere: così, hanno definito la gran parte del mondo come costituita da paesi “sottosviluppati” e “in via di sviluppo”, per i quali l’unica prospettiva sarebbe stata quella di rinunciare alla propria storia e alle proprie modalità di relazioni sociali per conformarsi ("modernizzandosi") a modelli importati dall’esterno.
La terza forza è stata l’impresa capitalistica nella sua fase fordista, convinta che l’efficienza e la redditività economica fossero garantite solo attraverso un modello meccanico delle relazioni del mondo del lavoro: e quindi nessuno spazio per gli stili e per le inclinazioni personali; ricerca della ripetizione e della ripetitività a tutti i costi; esaltazione della tecnica come quadro normativo a cui conformare quelle che erano definite “risorse umane”.
Il mondo attuale è stato plasmato dall’intreccio di queste forze. Pensiamo a come nel novecento queste forze abbiano fatto sorgere altri sistemi di governo ancora più omologanti e ancora meno rispettosi delle specificità individuali e collettive: i sistemi di governo autoritari e totalitari. E pensiamo a come ancor oggi buona parte dei modelli produttivi dei cosiddetti paesi emergenti consista in uno strano intreccio fra la tradizionale prospettiva di governo autoritario e il lascito del fordismo.
Tuttavia, da più da un secolo a questa parte, l’omologazione all’interno delle singole nazioni come pure negli scenari globali ha aperto anche la prospettiva concorrente del recupero di antiche identità e di antiche culture minoritarie, della produzione di nuove identità e di nuove culture e, almeno nelle nostre società, la prospettiva dell’individuo singolare, quale sintesi e identità idiosincratica.
"Come vivere insieme nella diversità": questa non è soltanto una questione scientifica (come ha bene mostrato Alain Touraine), ma una questione centrale della politica. In questo senso, allora sì, siamo in piena età post-moderna. Le regole di convivenza della modernità già ci appaiono troppo strette, troppo rigide.
Andiamo in cerca di regole diverse, di diversa generalità, di diversa generatività. Il mondo appare irriducibilmente policentrico e policronico. Il “plebiscito di tutti i giorni” che ci consentirebbe di vivere insieme deve sorgere in un intreccio polifonico di tendenze e controtendenze, di difficile ma necessaria governabilità.
Per quanto concerne la nostra società italiana, è fin troppo drammaticamente facile fare un bilancio critico degli ultimi decenni. Il più delle volte si è dimenticata l’adesione ai valori integrativi della modernità, mentre sono stati enfatizzati gli aspetti omologanti della modernità. Così si è prospettata l’industrializzazione generalizzata come unica condizione per lo sviluppo e il benessere di un territorio estremamente diversificato; così si è lasciato cadere a pezzi il nostro patrimonio culturale, si è eclissato il nostro umanesimo...
Ma, soprattutto, è stata la nostra stessa costruzione nazionale all’insegna dell’omologazione, e non della valorizzazione delle diversità. E invece le diversità possono e devono essere governate attraverso nuove regole di convivenza e di interazione che non le isoli, bensì le ponga in una prospettiva di interrogazione e di co-evoluzione reciproca.
Rendere le diversità interne non un ostacolo ma una ricchezza per la nazione: questo è un compito essenziale per la ricostruzione civile dell’Italia, nel momento in cui le sfide lanciate da un mondo policentrico e policronico possono essere affrontate solo da società che siano nello stesso tempo aperte e coese. A questo devono tendere i progetti di una nuova integrazione nazionale, della realizzazione di una compiuta società multiculturale, della valorizzazione di un equilibrio dinamico fra individuo e collettività: tutti punti cardine – strettamente connessi – dell’orizzonte strategico del Partito Democratico.