Massimo Luciani  
Insegna Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza

La Costituzione: ferrovecchio o bussola preziosa?

È una sorte assai strana quella che è toccata alla nostra Costituzione. Se, subito a ridosso della sua approvazione, vi fu chi la ritenne affetta da “presbiopia”, perché avrebbe guardato eccessivamente al futuro e ai fini da perseguire, senza curarsi abbastanza dei mezzi per raggiungerli, negli ultimi anni è stata sempre più frequentemente colpita dall’accusa di guardare al passato, di essere vecchia e incapace di servire da bussola nella perigliosa navigazione della contemporaneità.

Di conseguenza, chi ancora oggi difende la Costituzione è definito conservatore e gli si rimprovera di non saper interpretare le esigenze del tempo presente. Credo sia ora di prendere coscienza, una volta per tutte, dell’infondatezza di queste critiche.

Certo, la Costituzione è un prodotto del suo tempo. Non è dato agli uomini, nemmeno ai più lungimiranti, collocarsi fuori del proprio tempo e ragionare con la testa di chi vivrà in una generazione a venire. Ciononostante, la nostra Costituzione ha questo, di particolare: che ha saputo cogliere e interpretare le correnti profonde della società italiana e le esigenze strutturali della nostra comunità politica. Costanti molto radicate, dunque, e destinate a durare.

Anzitutto, la Costituzione ebbe ben chiara la centralità della questione dell’unità nazionale. Per la verità, essa fu posta già da Vittorio Emanuele Orlando nel discorso inaugurale che il vecchio uomo politico (e Maestro del diritto pubblico italiano) tenne all’apertura dei lavori, quale decano presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente, il 25 giugno del 1946, ma venne ripresa nel corso di tutte le discussioni della Costituente.

Ve n’è traccia ovunque, nel testo della Costituzione e la preoccupazione di chi l’approvò fu proprio quella di disegnare un accordo capace di fondare le basi di una nuova unità, come disse, nel discorso che immediatamente precedette la votazione finale, il 22 dicembre del 1947, Meuccio Ruini, osservando che “tutti i rappresentanti del popolo, tutte le correnti del popolo da esse rappresentate possono dire: questa Costituzione è mia, perché l’ho discussa e vi ho messo qualcosa”. Qualcuno potrebbe sostenere che la questione dell’unità sia diventata, oggi, inattuale?

Lucida, poi, fu la consapevolezza che le diseguaglianze economico-sociali hanno un effetto di disgregazione della comunità politica (lo sapevano, del resto, già Aristotele e Platone!) e non meno lucida fu l’indicazione della strada che si sarebbe dovuta seguire per evitare questo rischio, alimentando un processo di emancipazione di tutti e di ciascuno, chiaramente tracciato dal secondo comma dell’art. 3. Qualcuno potrebbe negare che i giorni che viviamo mostrino appieno tutti i vizi dell’abbandono di quella prospettiva di emancipazione?

Infine, anche sul piano degli strumenti, la Costituzione seppe definire ciò che davvero si doveva fare, assegnando, con l’art. 49 Cost., ai partiti il compito di consentire ai cittadini, in essi associati, di concorrere a “determinare” la politica “nazionale”; collocando nel Parlamento la sede istituzionale del confronto politico tra le varie visioni partitiche; attribuendo al Governo lo svolgimento dell’indirizzo politico. Qualcuno potrebbe negare che la crisi della politica e la stessa crisi dell’unità nazionale siano state contemporanee all’offuscamento della capacità aggregativa dei partiti, allo sgretolamento delle loro strutture, all’affermarsi dell’insulsa ideologia della democrazia senza partiti?

Mi sono limitato a ricordare questi passaggi essenziali, anche se molto altro si potrebbe dire, perché è proprio sul terreno così dissodato dalla Costituzione che si deve muovere l’iniziativa politica di chi davvero guarda al futuro del Paese.

Compito prioritario (e lo stesso Presidente della Repubblica ha fatto cenno al problema nel discorso pronunciato in occasione del recente conferimento della laurea honoris causa da parte dell’Ateneo bolognese) è quello della costruzione di partiti capaci di assolvere ai compiti complessi che l’art. 49 Cost. affida loro. Il passato non ritorna, sicché è assurdo illudersi o temere di resuscitare formule ormai tramontate, ma è certo che la condizione nella quale i partiti si trovano attualmente non possa essere tollerata.

È sempre la Costituzione a dirci che le diseguaglianze sociali debbono essere progressivamente (ma in fretta) ridotte, non solo perché questo dovrebbe essere suggerito da un “naturale” senso di giustizia, ma perché la stessa tenuta del vincolo politico è - come accennavo - condizionata dalla saldezza dei comuni interessi economico-sociali.

Qui c’è bisogno, davvero, di risvegliarsi dal torpore che da anni ha afferrato anche le forze più progressiste del panorama politico italiano, che hanno largamente ceduto al richiamo di un’ideologia neoliberista che ha prodotto non solo disagio sociale, ma addirittura gravi inefficienze economiche. I classici dell’economia politica chiamavano appunto politica la loro disciplina perché sapevano bene che l’economia non è mera tecnica, non è “oggettiva” determinazione di grandezze e di strategie, ma è una disciplina intrisa di presupposti ideologici e politici, che reclama il governo da parte della politica, che non può essere lasciata a se stessa.

Anche qui la guida della Costituzione è preziosa, perché è proprio la Costituzione a chiarire che l’iniziativa economica privata è libera, sì, ma deve essere regolata e indirizzata per poter essere in armonia con l’utilità sociale. E l’utilità sociale coincide appunto con quel processo di emancipazione individuale e collettiva del quale ho detto in precedenza.

Infine, la questione decisiva dell’unità nazionale. Si parla molto del patriottismo costituzionale come del cemento che dovrebbe tenere insieme le democrazie pluralistiche, attraversate come sono da linee di frattura molteplici e profonde.

È una tesi - molto diffusa - che non mi convince. Il patriottismo costituzionale è una condizione necessaria dell’unità politica, ma non può essere una condizione sufficiente. Il vincolo sociale e politico opera in misura significativa attraverso il diritto, ma ha bisogno anche di qualcosa di diverso: di miti nazionali, di istituzioni fortemente legittimate, di simboli condivisi. E ha bisogno soprattutto di soggetti e strategie capaci di costruire quell’unità, di Parlamenti che sappiano discutere e mediare, di partiti che riescano a coagulare consenso, di politiche che assicurino crescita economica e sviluppo sociale. Una volta di più, tutto si tiene. La Costituzione l’aveva compreso bene e ci aveva dato strumenti potenti per interpretare e governare il futuro. Non è a lei che si devono addebitare i fallimenti del presente.

Tutto questo non deve far cadere nell’apologetica della Costituzione. Proprio perché, come dicevo, è un prodotto del suo tempo, è naturale che di quel tempo porti i segni e che sia opportuno più di un aggiustamento. Ogni intervento sul corpo vivo della Costituzione, però, deve essere operato con la prudenza e la perizia che la difficoltà del compito impone: l’esperienza dell’infausta riforma del Titolo V nel 2001 deve far riflettere e non va ripetuta. Con prudenza e con perizia, dunque, si potrà, comunque, mettere mano al bicameralismo, ai meccanismi di razionalizzazione della forma di governo parlamentare (sfiducia costruttiva in primis) e a qualche altro aspetto di meno stringente importanza.

La Costituzione stessa ha previsto una propria parziale obsolescenza, tanto vero che ha disegnato il procedimento per la propria revisione. Ma da qui a dire che si tratta di un ferrovecchio ne corre. E quelli che lo dicono dovrebbero dimostrare, prima, di possedere chiavi di lettura del presente e di progettazione del futuro più efficaci di quelle consegnateci dalla Costituzione. Sinora non lo hanno fatto. E dubito molto che sarebbero in grado di farlo.