Enrico Minelli , 
Insegna Economia Politica presso l'Università di Brescia
Massimo Bordignon  
Insegna Scienza delle Finanze presso l'Università cattolica di Milano

Il fisco, fattore di crescita o rapina di Stato?

Il movimento che in dicembre ha occupato la piazza davanti a Wall Street si è dato il nome 'We are the 99%'. Forse non tutte le persone scese in piazza lo sapevano, ma la forza di quelle parole non deriva da percezioni soggettive o da letture ideologiche, ma da un lavoro di ricerca imponente, disponibile a tutti sul sito Top World Incomes Database, che ha permesso di mettere in luce la massiccia redistribuzione dei redditi verso il percentile più alto avvenuta in molti paesi a partire dagli anni Ottanta.

Il sito è un esempio di come sia possibile oggi, grazie ad internet, un nuovo modo di fare economia politica, mettendo conoscenze tecniche e informazioni statistiche al servizio di un dibattito pubblico più trasparente e basato sui fatti.
All'origine del progetto c'è la determinazione di un economista francese, Thomas Piketty, che da anni è impegnato nello studio, teorico ed empirico, della distribuzione del reddito e delle ricchezza. I suoi studi con Emmanuel Saez hanno permesso di 'aprire la scatola' dei meccanismi di redistribuzione del reddito negli Stati Uniti e, prima dello slogan di Occupy Wall Street, hanno ispirato, nel 2009, il programma economico di Barack Obama.

L'ultimo lavoro dei due economisti, in collaborazione con Camille Landais, (Per una rivoluzione fiscale, La Scuola Editrice, 2011).è da poco disponibile anche in Italia . Il libro tratta di una specifica proposta di riforma del sistema fiscale francese, ma è interessante anche per i lettori italiani per almeno due motivi, uno di metodo e l'altro di contenuto.

Anzitutto anche in questo caso, come nei lavori precedenti di Piketty e Saez, ritroviamo la volontà di 'parlare di tasse' senza complessi, riconoscendo la centralità del sistema fiscale nel patto sociale tra cittadini, e dunque l'importanza di garantire trasparenza ed accessibilità a tutte le informazioni utili per il dibattito pubblico.

In Francia come in Italia i temi fiscali sono spesso utilizzati in modo strumentali a fini elettorali (esemplare, da noi, il caso dell'annuncio dell'abolizione dell' ICI a pochi giorni dalle elezioni del 2008). Ciò è possibile anche perché la stratificazione e complessità dei sistemi fiscali li rende opachi e illeggibili da parte dei cittadini; se non c'è una visione chiara della distribuzione di costi e benefici diventa molto facile fare appello all'interesse privato di categorie e gruppi.

L'obbiettivo dichiarato del libro è di contrastare questa tendenza, dando ai cittadini uno strumento utile in vista delle elezioni presidenziali francesi di quest'anno. E' chiaro però che il metodo proposto vale ben al di là di questa occasione specifica. Gli autori chiariscono fin dalla prime pagine che il loro scopo non è quello di argomentare a favore di un aumento o di una riduzione della pressione fiscale. Nel primo capitolo riccostruiscono la storia, comune a tutti i paesi dell'Europa continentale, dell'aumento progressivo dell'imposizione fiscale. Nell'Unione Europea il rapporto medio tra tassazione (inclusi i contributi sociali) e prodotto interno lordo (PIL) è attorno al 40%. Nei paesi del nord dell’Europa raggiunge il 50%, mentre Francia ed Italia si situano nella zona alta della classifica con rapporti del 42-44%.

Queste aliquote sono oggettivamente alte, ma il punto di vista degli autori è che esse riflettano un equilibrio politico sul livello di servizi pubblici (pensioni, sanità, istruzione, etc.) che i cittadini dei paesi occidentali si aspettano dallo Stato in cambio delle imposte pagate. Una tabella ricostruisce quanto ogni cittadino paga e riceve sotto forma di trasferimenti e servizi. In ogni caso non è questo il tema di discussione. Tutta l'analisi accetta come un dato il livello totale del prelievo e si concentra invece sulla composizione dello stesso: come si ripartiscono le tasse tra classi di reddito? Quanto pesano in percentuale su lavoro e capitale?

Il principale contributo metodologico del libro consiste nel quantificare per la prima volta in modo preciso il peso effettivo del sistema fiscale nel suo complesso (tenendo conto cioè di tutte le imposte, i trasferimenti, le esenzioni) su ciascuna fascia di reddito. Si scopre così che in Francia, malgrado un' aliquota marginale massima più alta che in Italia, il sistema nel suo complesso è regressivo: il peso totale delle imposte è proporzionalmente più basso per il dieci per cento più ricco della popolazione che per il resto dei contribuenti.

Tutti i dati a sostegno di questa e delle altre affermazioni contenute nel libro sono disponibili sul sito internet ad esso collegato, dove è anche possibile, in modo molto semplice, simulare gli effetti redistributivi di diverse proposte di riforma fiscale. Nei mesi trascorsi dalla pubblicazione in Francia, l'impatto di questo grande esercizio di trasparenza è stato significativo: politici e commentatori sia di destra che di sinistra sono stati costretti ad abbandonare toni fumosi ed ideologici e a confrontarsi su proposte e cifre concrete e verificabili.

Rendere trasparenti gli elementi del patto fiscale che lega i cittadini non è solo utile per modificare il tono del confronto politico ma, specialmente in momenti di crisi e di ridefinizione degli equilibri, anche per provare a ripensarne gli elementi fondamentali. Su questo piano il libro offre spunti interessanti sul tema, cruciale anche in Italia, della ridistribuzione del carico fiscale dal reddito da lavoro ai patrimoni.

Dal confronto tra le cifre della Contabilità Nazionale e quelle contenute nelle dichiarazioni dei redditi emerge infatti come meno del 20% dei redditi da capitale si ritrovi nella base imponibile dell'imposta progressiva sui redditi. In particolare, sfuggono ampiamente all’imposizione progressiva i redditi derivanti dal patrimonio, immobiliare e finanziario, che sono tassati con imposte proporzionali sostitutive o non tassati affatto. E’ quest’assenza, assieme al peso straordinario assunto dai contributi sociali, che spiega la sostanziale regressività del sistema.

La discussione su questi temi si è recentemente riaccesa anche in Italia, intorno alla questione specifica dell'opportunità o meno di una 'patrimoniale una tantum'. E’ tuttavia riduttivo impostare il discorso solo in termini 'emergenziali'. Un riequilibrio dell'imposizione dal lavoro ai redditi di capitale e al patrimonio è necessario non tanto e non solo per ragioni di giustizia distributiva, ma, più in profondità, per garantire l'efficienza e la sostenibilità del sistema.

Le ricerche degli autori, riprese nel libro, ricostruiscono l'evoluzione storica del rapporto tra patrimoni e redditi in diversi paesi europei, e mettono in luce, in un'ottica secolare, l'eccezionalità del periodo intercorso tra gli anni cinquanta ed ottanta del Novecento. Dopo le due guerre, l'accumulazione di patrimoni è ripartita da livelli storicamente molto bassi, generando un equilibrio economico e sociale in cui prevaleva una percezione dinamica e meritocratica. Il rapporto tra ricchezza e reddito è poi cresciuto stabilmente negli ultimi cinquant'anni fino a tornare negli ultimi anni ai livelli tipici dei primi anni del secolo scorso.

Questi andamenti di lungo periodo sono importanti perché esistono legami forti tra il rapporto ricchezza/reddito, la crescita economica, l'equilibrio sociale di un paese: una società in cui la ricchezza ereditata dal passato prevale su quella prodotta ingessa la mobilità sociale, deprime le spinte innovative e alla lunga rischia di corrodere la base stessa del consenso all'economia di mercato.

Per capire l’origine di questi fenomeni bisogna guardare alla differenza tra tasso medio di rendimento del capitale e tasso di crescita del reddito. Quando il tasso di crescita del reddito è elevato, come in Europa e negli USA nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, la ricchezza prodotta cresce più velocemente di quella ereditata, e il rapporto tra patrimonio totale di un paese e reddito nazionale si stabilizza su valori moderati. In situazioni di crescita debole, come al'inizio del Novecento, o come nella situazione attuale, in cui i tassi di crescita sono più vicini all' 1% che al 2%, mentre il tasso medio di rendimento del capitale è dell'ordine del 4 - 5%, il rapporto patrimonio/reddito tende inevitabilmente a crescere, e il ruolo della ricchezza ereditata a prevalere su quello del risparmio individuale.

Queste analisi dunque contrastano con l'immagine diffusa di un capitalismo post-patrimoniale, in cui conterebbero più lo sforzo individuale e il capitale umano che la ricchezza accumulata. Con un valore della ricchezza nazionale tornato su valori di sei/sette volte il reddito nazionale, paesi come la Francia o l'Italia di oggi sono in realtà più simili alla 'società di rentiers' di inizio Novecento di quanto si pensi. L'economia 'meritocratica' prevalsa nel secondo dopoguerra si spiega, secondo questa interpretazione, come una fase transitoria causata dalla distruzione di patrimoni durante le due guerre mondiali e dalle pressioni sociali per imposte fortemente progressive, non certo da un'evoluzione naturale del sistema, che invece, lasciato a se stesso, rischia di finire in un circolo vizioso di bassa crescita e alta rendita.

Un'imposta progressiva sul patrimonio, non una tantum, con base ampia ed aliquote basse, lungi dall'essere un male necessario per superare l'emergenza, o peggio un'espropriazione ingiustificata e con effetti depressivi sull'economia, potrebbe allora essere, se accompagnata da un alleggerimento della tassazione dei redditi da lavoro e da impresa, un elemento centrale di un nuovo patto sociale capace di scongiurare lo scenario deprimente di un'economia di 'redditieri poveri'.