Attorno alla parola solidarietà vi sono evidentemente molte macerie da rimuovere, luoghi comuni da superare, ma anche mattoni per ricostruire un volto nuovo della solidarietà che parta principalmente da una consapevolezza della responsabilità verso gli altri, da una cultura che valorizzi la relazione e il legame tra le persone, la promozione della dignità della persona e dei molteplici mondi che caratterizzano il vivere sociale.
Dire solidarietà significa responsabilità verso gli altri, impegno orientato al bene comune e questo è il dovere esigente della politica; ma dire così significa anche riempire la solidarietà di passione, di condivisione, di sollecitazione a vivere ascoltando e guardando quanto succede attorno, vicino e lontano.
Dire
solidarietà significa parlare di
comunità umana, di
centralità della persona con i suoi diritti esigibili, portando con sé a volte anche la necessità di andare contro corrente. Ogni persona, ogni famiglia chiede di essere sostenuta nel proprio percorso di appartenenza ad una cittadinanza condivisa, porta in sé prima di tutto una domanda di giustizia sociale, che alimenta ed esige la concretezza operativa della solidarietà.
Tutti questi principi sono entrati in un modo straordinariamente attuale nella nostra carta costituzionale che rimane un riferimento strategico, anche formativo. Praticare solidarietà esige una ricchezza culturale ma anche una vita piena di emozioni, compassione, condivisione, una motivata spiritualità. Questo è il legame tra solidarietà e carità, che rende la solidarietà non già compassionevole ma corroborata da
pathos. Irrompe un linguaggio nuovo che non va confinato nella separatezza della semplice testimonianza in una logica autoreferenziale, ma deve diventare anche impegno e cultura politica.
La disuguaglianza sociale odierna assume forme e carattere multi-dimensionale e non può essere riletta soltanto in base all'occupazione, al reddito, alle condizioni di vita. Per dirla con A. Sen: "L'eguaglianza in uno spazio tende a coesistere di fatto con la disuguaglianza di un altro” (1992). Dire
solidarietà significa immettere nella società una dinamica di cambiamento: marginalità sociale, povertà, fragilità, vulnerabilità non sono categorie astratte ma sono volti, storie di vita che domandano un forte ed esigente percorso di condivisione. Questo percorso si alimenta non solo con competenze, conoscenze, saperi ma anche con il cuore, con un’interiorità, con una cultura di ascolto e compassione.
Questa solidarietà che parte dall'ascolto di quello che alcuni sociologi chiamano
non luoghi o
vite di scarto indica che ci sono luoghi caldi, utopie vissute che debbono riscaldare la storia che viviamo. Penso a quel legame profondo tra mistica e politica che uomini come La Pira, Mazzolari, Dossetti, Lazzati hanno indicato.
La loro testimonianza oggi più che mai è estremamente attuale: non può esserci un aiuto solidale per gli ultimi in modo separato ma bisogna intervenire sulle fragilità di una società intera, condividendo la sofferenza delle persone senza essere indifferenti, per riscoprire l'importanza dei legami sociali e familiari, la cui mancanza è tipica delle nuove povertà.
Il grado di civiltà di una società si misura soprattutto nel modo in cui essa si rivolge ai cittadini senza esclusione, perché solidarietà e carità sono una straordinaria sintesi da vivere e promuovere: la carità investe la solidarietà di questa domanda di giustizia , come diceva Don Milani:“ la carità senza giustizia è una truffa”.
Ma la carità immette nell'impegno solidale il sentimento e la coscienza della fraternità, la spinge anche su sentieri che non si misurano soltanto sull'utilità sociale, la colloca anche nei sentieri della cronicità, delle emergenze, nel mezzo delle esclusioni sociali. Il Cardinale Martini indicava l'eccedenza della carità come forma dell'impegno che avvolge la solidarietà e la spinge su frontiere che non si misurano soltanto sul consenso, sull’utilità sociale, e sui risultati quantitativi, legati al consenso e spesso di corto respiro.
Riportare la solidarietà su queste frontiere significa superare l'assistenzialismo, come erogazione paternalistica di risorse non discusse e che affievolisce la centralità dei diritti. Con uno slogan potremmo dire: "non dare come carità compassionevole ciò che è esigito come diritto". In questa prospettiva la carità e la compassione premono sulla solidarietà, chiedendo evidentemente di non diventare un'azione sovrastrutturale ma capace di riguardare la centralità della persona, la sua soggettività, mettendo in moto stili di vita e di cura che interrogano anche l'ambiente nel quale si vive. Una politica carica di sentimenti di mitezza e sensibilità fa sì che queste parole non siano soltanto un galateo di buone usanze comportamentali, ma urgenze e sollecitazioni anche politiche che allontanano l'indifferenza.
Cresce sempre di più l'esigenza di una politica vissuta nell'orientamento della solidarietà ma anche una politica che interpelli le scelte personali, coniugandole con la coerenza di vita, la trasparenza e la legalità, punti di partenza imprescindibili per promuovere progetti solidali. Mi permetto di richiamare qui l'esperienza che sto vivendo in Casa della carità, nelle sue azioni di ospitalità verso le persone più vulnerabili, un’ospitalità segnata anche dall'emergenza, ma sempre carica di profonde relazioni umane e di interrogativi, inquietudini culturali e spirituali.
Essa è un’esperienza che appunto per questo si fa carico delle persone come soggetto di storia, di appartenenza ad una comunità, di cittadinanza sociale, sollecitando una politica intesa come ricostruzione di legami.
Entra nell'urgenza politica uno scenario nuovo, un'esigenza di ripensarsi non nello schema amico-nemico, ma come opportunità per espandere l'amicizia e la fraternità umana, come scelta fondante l'impegno: in un mondo globalizzato e insieme frammentato, si chiede che questo orientamento interpellali l'economia, la cura dell'ambiente, governi il cambiamento nella crisi che stiamo vivendo.
Cresce sempre di più una domanda formativa, usando una parola fuori moda, di scuola all'impegno politico che parta dalla società civile, da questo mondo vivace, carico di esperienze solidali, che non può essere collocato soltanto nel “prepolitico”, con una concezione di rapporto con la politica e le istituzioni di carattere soltanto contrattualistico. Questa realtà sociale è carica di esigenze di costruzione del bene possibile per rilanciare poi la sollecitazione forte a rimettere sempre in discussione gli equilibri raggiunti. Idee e pensiero critico stanno dentro in questo scenario carico di solidarietà, che non può essere collocato soltanto in una esperienza gestionale, ma si fa luogo di appropriazione del valore della politica e della politica solidale.
Vorrei ricordare in chiusura la notissima parabola del buon samaritano, una narrazione dove possiamo cogliere le radici antropologiche del valore solidale del dono. Oggetto di molte riletture in chiave metaforica o attualizzante, ci pare contenga alcuni riferimenti simbolici che aiutano a comprendere la dimensione dell'altro come dono e a mettere in moto la dimensione della condivisione. Sono linguaggi nuovi che debbono entrare anche nel circuito della politica, delle scelte.
Non sono solo richiami moralistici ma sollecitazioni a render appassionato l'impegno politico capace di costruire legami, solidarietà e rimettere in moto sfide che fanno intravvedere l'urgenza e la necessità del cambiamento. Nella parabola la strada è il luogo dove avviene l'evento: una strada pericolosa, da cui l'anonimo viandante deve transitare per compiere il suo viaggio. La strada, il viaggio indicano uno stato di incertezza, di ambiguità, in cui le certezze della vita ordinaria sono sospese temporaneamente e l’identità personale si trova in una condizione di fragilità e indeterminatezza.
Il soggetto deve compiere una transizione da uno stato ad un altro: la strada quindi richiama il modo col quale dobbiamo osservare la realtà del mondo partendo da questo punto che è la strada piena di situazioni di marginalità. Dunque,
uscendo dal linguaggio metaforico, bisogna iniziare da quelli che un teologo dell'America Latina chiamava i sotterranei della storia, cioè la stragrande maggioranza dell'umanità che vive situazioni di povertà, di privazione della sicurezza del vivere, di esclusione sociale.
È la realtà drammatica delle grandi metropoli del mondo, del vivere urbano, delle contraddizioni dello sviluppo. La parabola evangelica riguarda anche il rapporto tra stranieri sconosciuti, separati da pregiudizi culturali e religiosi: infatti nell'episodio le parti sono rovesciate perché colui che soccorre il ferito è il samaritano, noi potremmo dire lo straniero reietto, che scavalca le barriere dell'incomunicabilità, dell'ostilità preconcetta e vede nell’ umanità dolente dell'altro un richiamo cogente e indifferibile, mentre il sacerdote e il levita (noi potremmo tradurlo con coloro che hanno un compito pubblico) passano oltre, non sostano di fronte alle vere inquietudini.
Entra dunque un nuovo soggetto che deve caratterizzare la politica della solidarietà e dei legami con questa umanità dolente: la compassione qui intesa in senso etimologico pregnante innesta una tensione ad andare al di là delle differenze e delle divisioni, fa emergere l'essenziale, una comune identità di esseri umani, costruisce ponti e intesse legami tra le persone che nel corso ordinario della loro vita non si sarebbero mai incontrate.
L'attualità del racconto ci riporta all’ esperienze della solidarietà, dell'atto del dono che anche oggi è un'occasione di allargamento dei confini, di apprendimento di linguaggi e mondi di significato diversi, di costruzione di rapporti interpersonali che superano situazioni di separatezza.
È una scuola di umanità e di condivisione: alla politica va restituita questa passione, questo gusto che non può essere confinato in un semplice atteggiamento residuale e, di fatto, marginale perché la politica fa i conti con questa umanità, anzi si ricarica continuamente di urgenze.
Quell'atto di aiuto che la parabola indica fa riferimento anche ad una situazione di ingiustizia duplice: si riferisce all'attacco violento dei briganti, ma anche all'indifferenza nei confronti del ferito. Che i briganti siano malvagi questo appartiene all'ordine normale delle cose, ma è l'indifferenza, il passare oltre che interroga profondamente.
Qui si può cogliere un’implicazione che travalica il contesto storico del racconto. Il sacerdote e il levita non fanno altro che seguire le norme puntuali che vietano loro di sporcarsi di sangue continuando ad adempiere al loro ministero. Sono quindi perfettamente in regola con le norme della comunità a cui appartengono e con il codice deontologico cui devono attenersi.
Non è compito loro soccorrere i feriti, spetta ad altri: qui vi sta la sollecitazione ad una politica liberata da schemi di pura utilità, che producono spesso indifferenza rispetto all'ingiustizia sociale. Si noti che il samaritano non si limita a medicare ferite ma porta al sicuro il ferito e si ferma con lui fino al giorno dopo e lascia del danaro all'albergatore perché continui ad assistere il ferito promettendo di tornare ed eventualmente rifondere le spese supplementari.
Aiuto non è quindi un atto estemporaneo e frettoloso ma, pur inserito nel flusso delle contingenze delle necessità della vita, sviluppa una volontà di prendersi cura in maniera seria, responsabile e attenta all'efficacia dell'intervento e della cura verso le persone incontrate.
Tutto questo richiede non solo una disposizione emotiva ma anche una scelta razionale, perché il nuovo linguaggio della tenerezza, spesso portata da questa partecipazione al femminile dell'impegno politico, non è una dimensione esteriore ma chiede di rinnovare lo sguardo col quale ci si riferisce all'urgenza di una politica solidale appunto perché compassionevole.