Forse è presto per avere un’idea esatta delle dimensioni, comunque enormi, del disastro che in Italia è stato causato dalla distorsione del rapporto tra politica e religione durante la lunga egemonia berlusconiana. Macerie immateriali, come quelle provocate da un terremoto o da un bombardamento, ma non meno ingombranti e inquinanti. Tanto che non si sbaglia se ci si organizza per cominciare a spalare. E ci si attrezza per farlo con un certo criterio, considerando cioè i due principali versanti su cui è avvenuto l’accumulo: quello politico e quello religioso e avendo cura di selezionare i materiali da scartare e quelli da riutilizzate, come fecero le donne delle macerie, le Trummerfrauen, le “donne delle macerie”, nella Berlino distrutta dalla guerra.
Tra potere politico e religione c’è una consuetudine antica di frequentazioni e di scambi, che non comincia con Berlusconi. Anche i governi più dichiaratamente laicisti ed anticlericali dell’Italia appena unificata cercarono se non un’intesa (che era preclusa dall’antagonismo irriducibile) almeno un modus vivendi da cui trarre vantaggio. Ciò accadde soprattutto quando più vigorosamente si fece sentire la minaccia delle masse proletarie, operaie e contadine, sul sistema economico-sociale dominante, e specialmente dopo l’introduzione del suffragio universale maschile. Fu allora che esplicitamente si fece appello al soccorso delle salmerie cattoliche per contenere l’avanzata del socialismo; e lo strumento di un’alleanza non dichiarata ma effettiva fu il “patto Gentiloni” con il quale i vescovi erano abilitati a rimuovere il divieto di partecipazione (non expedit) imposto agli elettori cattolici, dopo che la dinastia dei Savoia si era impadronita dei territori pontifici e poi di Roma.
Tra Gentiloni e fascismoGli storici ne parlano come di un primo positivo scongelamento di relazioni in vista di un’ancora problematica coesione nazionale. Ma non si può ignorare che quella scelta, che metteva nelle mani dei vescovi la decisione se mantenere o rimuovere il non expedit, ebbe come esito quello di garantire il sostegno cattolico ad una maggioranza di parlamentari massoni, anticlericali e libertini, con buona pace dei “principi non negoziabili” allora proclamati. Né si può trascurare la denuncia di Sturzo che lamentava un’indebita strumentalizzazione del consensi dei credenti a supporto di ideologie e programmi lontani dalla visione cristiana; e che proprio in quelle circostanze maturò l’idea di una distinzione radicale tra ciò che era davvero cattolico (cioè universale) e ciò che era partito, cioè parte. Con il corollario della non sovrapponibilità dei due concetti e quindi della autonomia e aconfessionalità della politica, ciò che fu poi alla base dell’esperienza del Partito Popolare.
Accadde successivamente che il potere fascista, insediatosi su con una piattaforma estremista, avesse bisogno di ampliare la propria base di consenso; ed allora ricercò e condusse in porto un’intesa globale con la Santa Sede che per un verso chiudeva la “questione romana” e per un altro affiancava nell’immaginario collettivo i due poli del potere in atto: quello politico e quello ecclesiastico. Chi ha usufruito nell’adolescenza del…beneficio dell’educazione fascista non può archiviare l’immagine della presenza del parroco accanto ai gagliardetti del Fascio e l’indiretto avallo dell’idolatria mussoliniana che essa raffigurava.
Dalla Dc al Berlusconismo
Con la Democrazia Cristiana al governo, il potere politico non avverte più il bisogno di…negoziare con il potere ecclesiastico: partito e mondo cattolico sono vasi comunicanti e tra Gerarchia e leadership democristiana c’è un continuum fisiologico, la cui originalità è rappresentata dalla fondamentale opzione democratica del partito alla cui responsabilità la stessa Chiesa sembra affidarsi, scontando il rischio della mediazione con “gli altri”. L’ondata del Concilio metterà poi in crisi la natura di questo collateralismo ecclesiastico e getterà le basi per una nuova e diversa relazione tra fede e politica, chiesa e mondo, piano dei valori e ambito delle opzioni secolari. La Democrazia Cristiana ne risulterà spiazzata e, specie nell’ultima fase, si muoverà sempre più alla ricerca di avalli che ne consolidino o ne puntellino il potere.
Con questi antefatti il berlusconismo entra in scena come entità sostanzialmente indifferente rispetto al fatto religioso. La sua piattaforma d’ingresso è eminentemente liberista-tecnocratica-populista. Ma proprio l’assenza di una nervatura ideologica configurata le consente una flessibilità opportunistica che la stessa Democrazia Cristiana non aveva. In un contesto culturale e di costume sensibilmente mutato rispetto alle abitudini precedenti non crea traumi nell’opinione pubblica il fatto che il leader del nuovo corso dichiari che i suoi governi saranno “compiacenti” verso le istanze della Chiesa. Lo avesse detto un democristiano, sarebbe stata una rivolta nel mondo laicista sempre attento alle derive clericali; ma a Berlusconi tutto era consentito in nome delle credenziali che riusciva ad ostentare sui molteplici banchi di vendita: più laico-libertino con i laici, più clericale dei clericali sull’altro versante. La dottrina della compiacenza si traduceva nel consenso e nel sostegno di tutte le iniziative ed istanze che promanavano dalla gerarchia ecclesiastica, con la quale direttamente e con specifiche ambascerie egli intratteneva rapporti, escludendo l’intrusione di espressioni organizzate ed autonome del mondo cattolico, come invece non era consentito, ad esempio, al suo avversario Prodi il quale per origine ed esperienza aveva su quelle sponde i propri punti di appoggio.
L’interfaccia episcopale
A valle del pragmatismo berlusconiano, che era in sé autosufficiente, si enuclearono nel tempo elaborazioni più sofisticate, volte a dare dignità culturale a scelte che comunque avevano una loro preminente motivazione utilitaristica: giustificare e accreditare l’uso politico della religione. Nacque così lo spazio degli “atei devoti”, come li chiamò Nino Andreatta, come quelli che proclamavano non essere necessaria la fede in Gesù Cristo per dichiararsi cristiani ed anzi sostenevano che “dirsi cristiani” è obbligatorio, anche se non lo si è, in presenza delle sfide del secolo ed in particolare al montare della pressione islamica sui valori dell’Occidente e dell’erosione endogena che essi subiscono per via di una modernità relativistica subdola e aggressiva. Pera, Ferrara, Magdhi Allam, Sacconi ne sono stati gli alfieri.
Fenomeni come quelli descritti non nascono tuttavia da processi unilaterali. Hanno sempre bisogno di un’interfaccia, nel caso un’interfaccia religioso. E questo, per stare all’Italia degli ultimi lustri, è stato rappresentato da una conduzione dell’episcopato italiano che in parte ha sostenuto il corso berlusconiano, in parte vi si è adattato e comunque non lo ha esplicitamente contrastato anche quando ciò era ed appariva necessario.
C’è solo l’imbarazzo della scelta: l’autorevole invito ecclesiastico a…contestualizzare un’espressione blasfema del leader, la preferenza da accordarsi ad un candidato libertino che si proclama allineato sui principi rispetto ad un altro che, pur avendo una vita familiare ineccepibile, ricerca mediazioni praticabili con…gli altri. E c’è il catalogo delle “imprese” su cui si è realizzata la sintonia tra gerarchia cattolica e centrodestra: il tema delle unioni di fatto, la fecondazione assistita, il testamento biologico. Tutte questioni nelle quali si sono avallati alcuni compromessi ritenuti preferibili ad altri pure possibili, con una traslazione impropria dei principi non negoziabili su norme aventi comunque un valore relativo.
Concilio, Costituzione, Confronto
Ma per spalare le macerie non importa tanto indulgere sui singoli episodi, ognuno dei quali ha una storia che risente anche dei comportamenti dei soggetti in causa, quanto andare alle matrici del guasto solo individuando le quali è possibile scongiurare per il futuro il fenomeno della coazione a ripetere. C’è da chiedersi innanzitutto se l’avocazione in esclusiva, da parte dell’Episcopato, della trattazione di alcuni temi sensibili, con l’esclusione sostanziale del laicato cattolico (se non selle fasi terminali pubbliche) non abbia favorito la preferenza del potere politico per una trattativa da potenza a potenza senza complicazioni…democratiche.
C’è da valutare se il fenomeno non sia stato agevolato dalla presentazione di un doppio ordine di principi, alcuni dei quali (la vita, la famiglia, la libertà d’insegnamento) posti a fondamento di tutti gli altri, ciò che ha dispensato una parte politica dal pronunciarsi sull’intero complesso dei capitoli che narrano della condizione umana e ne condizionano il destino; quasi che, “compiaciute” quelle istanze cattoliche si potesse essere dispensati dal pronunciarsi sul tutto, dalla guerra, dalla pena di morte, al lavoro.E c’è da considerare se, rispetto alla stessa consuetudine democratica consolidatasi in epoca democristiana, non sia un arretramento il non aver riconosciuto ai laici cristiani l’agibilità dell’”ultimo miglio” nella determinazione sulle opzioni concrete della politica, dal voto all’emendamento.
Ma sono soltanto alcuni spunti di ricerca per i quali da sotto le macerie si possono estrarre i mattoni per costruire una nuova, diversa esperienza. Se il tracollo del berlusconismo è anche la dissolvenza degli atei devoti, è necessario che si faccia sentire l’impulso dei cristiani inquieti, come quelli che hanno mantenuto, sotto la cenere del conformismo, il calore di tre fuochi essenziali per ricostruire:
- il Concilio, da rileggere interamente nell’anno anniversario che è già iniziato, come testo essenziale della responsabilità dei cittadini cristiani;
- la Costituzione, da meditare dalla scuola in poi, come piattaforma di un’impresa politica democratica non indifferente ma “sensata” rispetto alla condizione umana in tutte le sue dimensioni;
- il confronto, da recuperare sia dentro le comunità cristiane che con gli uomini di buona volontà, come metodo permanente di ricerca e di collaborazione sulle “cose buone o riducibili al bene”.
Tutto questo per ricominciare. E non è davvero poco.