Guido Baglioni  
Sociologo, professore emerito Università Bicocca

Restituire qualità alla classe dirigente

Nella nostra società complessa, coloro che hanno responsabilità dirigenziali sono numerosi, in ambiti diversi, a livelli diversi. Possiamo elencare le categorie più rilevanti, pensando alla classe politica, agli operatori economici, a chi gestisce grandi organizzazioni, ai medici, ai professori universitari, ai magistrati, ai manager nel mondo dell’editoria, spettacolo, mass media e sport. Nei settori privati e pubblici. Vediamo di accennare alle qualità necessarie ed opportune, che, da un lato, valgono per tutte le categorie e, dall’altro, dovrebbero essere adatte per la classe politica.

Un dirigente politico, quale che sia il suo ruolo e la sua responsabilità, deve avere una qualità di base, irrinunciabile, e cioè quella di essere complessivamente un poco migliore dei suoi rappresentati e dei suoi collaboratori; proprio perché li rappresenta e li deve guidare. Egli fa politica per migliorare le cose, si è candidato per fare questo, nessuno lo ha costretto: allora deve dimostrare concretamente di riuscirvi.
Con questa impostazione ci sono qualità necessariamente connesse.

Mettiamo in primo piano l’onestà, non solo quella più richiesta relativa al denaro, ai favoritismi, ai privilegi. Ci sono anche altri versanti, come utilizzare la trasparenza per le cose dette o fatte. E, quindi, con una linea di continuità fra onestà e coerenza, senza bizantinismi e argomentazioni superflue.
Subito dopo, viene la competenza. Il politico deve sapere, perché deve conoscere, decidere e scegliere. Rispetto alle esigenze, decide meglio se è più preparato. Essere preparato non significa sapere un po’ di tutto “all’acqua di rose”. Bisogna, invece, avere una cultura generale, possedere i principali problemi politico-istituzionali e conoscere a fondo almeno uno di essi. Quest’ultimo aspetto è utile per il sistema e procura una buona identità all’uomo e alla donna che fanno politica.

L’attività politica, a livello nazionale o locale, è molto impegnativa e anche faticosa. Esige molto tempo e molto impegno. Bisogna stabilire delle priorità in ragione del posto che si occupa ed evitare di essere sempre affannati e di corsa per cose marginali od opzionali. Nel lungo periodo, il concentrarsi sui problemi importanti paga anche in termini di popolarità e di prestigio.

A quelli appena detti, possiamo aggiungere altri requisiti per avere un “buon politico”. La dimensione extra-nazionale e internazionale dei problemi non può essere appannaggio solo di chi si occupa di politica estera o di commercio con l’estero. Tutti noi, politici o cittadini, se vogliamo capire qualcosa, dobbiamo avere sempre presente questa dimensione. Essa è la più rilevante e visibile in questo momento ma, speriamo con aspetti più positivi, sarà importante anche domani.


Quando il politico parla del nostro paese, sarebbe bene abolire il sostantivo “gente”, che non esprime le articolazioni della nostra società, strati e ceti sociali, gruppi tradizionali o nuove tendenze. La politica non è quasi mai neutrale e, quindi, per necessità o per inclinazione, favorisce qualcuno e non tutti. L’uomo politico non può pensare di limitarsi a “rispecchiare” le aspettative dei suoi elettori, anche perché quasi sempre non ci sono risorse sufficienti. Deve ugualmente saper “interpretare” tali aspettative coniugate con le esigenze generali. È su questo terreno che bisogna essere chiari e spiegare con pazienza perché si prendono a volte decisioni amare. Cosa che chissà per quanto tempo ancora avverrà.

Fare politica è un "mestiere", una pluralità di mansioni, un insieme di compiti e di attività. Allora è meglio avere politici di professione, piuttosto che persone che lo fanno temporaneamente? Tutto sommato è meglio avere politici di professione ma a due condizioni, buone per loro e per gli altri. La prima è quella di sapere fare altre cose, altre professioni o, semplicemente essere pubblici dipendenti. Così si può staccare senza angosce. La seconda è propriamente quella di staccare comunque ad una certa età perché il “sistema” lo decide. Perciò bisogna avere coltivato interessi, accettare incarichi più modesti, aiutare il prossimo direttamente senza il tramite della rappresentanza.

Dopo le precedenti osservazioni – fondate sul buon senso e sulla normale correttezza ma non per questo sempre facilmente applicabili – vorrei concludere su questo punto: il dirigente politico, come altri gruppi della classe dirigente, dovrebbe sottoporre il suo operare al rapporto tra “avere” e “dare”, ossia al bilanciamento fra il primo e il secondo.

Sul piano dell'“avere”, abbiamo potere, notorietà, buone remunerazioni, soddisfazioni personali, assieme alla possibilità di critiche e di conclusione non voluta dell’esperienza (quest’ultima possibilità fa parte delle regole del gioco). Sul piano del “dare”, sottolineerei quattro criteri cui attenersi:


- realizzare obiettivi a breve, ma sempre, anche di lungo periodo (come la gestione del territorio, la ricerca scientifica, l’efficienza della pubblica amministrazione);


- le cose che si fanno dovrebbero essere fatte bene (in primo luogo per le finalità ed i contenuti delle leggi);

? quando si decide, si dovrebbe tener conto delle implicazioni connesse al momento e nel futuro (cosa che, specie negli anni ’70 e ’80, non è stato fatto per il debito pubblico);


- periodicamente, è doveroso accertare quali risultati sono stati conseguiti tenendo conto delle promesse e delle risorse impiegate (ad esempio, nel campo della istruzione generale e di quella tecnico-professionale).