Va detto, innanzitutto, che ci siamo divertiti. Impossibile guardare al decennio alle nostre spalle senza ammettere questa banale verità. Sono consapevole del fatto che tale affermazione sia irritante per i molti(ssimi) che giudicano il giornalismo del nostro paese “partigiano”, “avvelenato”, “poco serio”, “ricattatorio”, e, soprattutto “irresponsabile”. Sono consapevole che c’è una intera scuola di pensiero che sostiene, pensosa, che il giornalismo non ha esercitato fino in fondo la propria funzione civile, che ha contribuito ad arenare il paese perdendosi nelle minuzie invece di additare i grandi esempi, o indicare i grandi scenari.
È un’analisi, va detto, che circola soprattutto nel mondo del centro sinistra, la cui cultura rimane ancorata – me lo si lasci dire – a un elitario senso molto ottocentesco (e del resto l’età degli influenti di questa area vira ormai intorno al secolo) e scolastico della comunicazione come veicolo di “educazione” delle masse, come elemento costruens della virtù pubblica, come rafforzamento delle istituzioni.
Conseguenza logica di queste valutazioni è che
il giornalismo italiano è giudicato esso stesso oggi un campo di macerie, tutto da ricostruire, esattamente come il mondo che lo circonda. Chiamata in questa sede a dire la mia su queste macerie, non posso però che sottrarmi, sperando che gli editori trovino ugualmente “divertente” un dissenso. Ho usato , come si vede, di nuovo l’aggettivo divertente, in poche righe, per riferirmi alla comunicazione. So che è un termine molto irritante per una visione nobile della questione, e proprio per questo insisto, e spiego
La quota di passione nei mestieri intellettuali è l’elemento dirimente, la vera ragione per farli. Non arricchiscono (davvero), non sono stabili, non sono privi di rischi. Quel che se ne ricava è il senso di una funzione espletata, un incarico portato a termine.
Da cui il “divertimento” cui faccio riferimento, che non è il cinico sorriso alle spalle delle disgrazie altrui (oh, il giornalista che ha rovinato una vita!), ma la grande sensazione che qualcosa che non era stato ancora visto, valutato, trovato, o anche solo ammissibile, è stato portato a galla e messo sul tavolo. In questo senso , in questa direzione , il giornalismo italiano esce dalla seconda repubblica, circa venti anni, con un segno più e non uno meno. Fra macerie e ricostruzione vedo, francamente, già molti mattoni in fila.
Il che non vuol dire che di macerie non ce ne siano. Intorno se ne vedono tante. Le accuse che elencavo a un giornalismo avvelenato, poco serio, partigiano, irresponsabile, non sono affatto infondate. Mai forse come negli anni che ci sono alle spalle l’informazione è stata così spudoratamente priva di scrupoli, in tutti i sensi. Nel trattamento delle fonti, nella distorsione delle opinioni e nella evidente strumentalizzazione ai fini di altri progetti del proprio potere.
La presenza nel paese di un premier che ha unito politica e comunicazione ha costituito una causa permanente di incendio, un obbligo continuo a schierarsi da una parte o dall’altra, a diventare come giornalisti sempre più simili a politici che a quello che dovremmo essere.
Ma se quello che dovremmo essere – fonti e opinioni terze, non importa su chi e su quale evento – è anche vero che il conflitto di interesse che ci ha devastato ci ha anche, per buona parte, migliorati. Perciò parlo più di mattoni che di macerie. La messa allo scoperto del conflitto di interesse di Silvio Berlusconi non è stato un fatto statico, anche se così appare oggi. Non è stato solo il crearsi del muro contro muro fra chi sta da una parte e chi dall’altra: ha funzionato piuttosto come un motore che con le sue vibrazioni ha smosso il terreno intorno a tutti.
Diciamoci un’altra verità, intanto. Il giornalismo italiano è sempre stato “partigiano”, al di là delle sue pretese e delle romantiche ricostruzioni storiche. Nasce segnato, molto più che in tutti gli altri paesi, dal forte peso del distacco territoriale dell’Italia – nell’anniversario dei 150 anni è ahimè andato del tutto perso il capitolo su quanto i media italiani siano stati dominati dalla forza ( e dalla visione) del Nord rispetto a quella del Sud.
E ha continuato ad essere fortemente definito dai conflitti sociali del paese, specie nel dopoguerra, in cui l’atmosfera di plumbea Guerra Fredda, blocca l’informazione in uno scafandro di lealtà reciproche tra parti in gioco, cui nessun giornalista vuole ( non dico può) sottrarsi.
Che si tratti di Chiesa, Finanza Laica del Nord, partiti politici di destra o di sinistra, il giornalismo italiano del passato – ora così celebrato dalla memoria distorta dalla nostalgia – è stato pieno di trombettieri. Fatte salve naturalmente tutte le illustri figure, che sono diventate tali proprio perché fortemente individuali, il panorama del giornalismo italiano è stato quello di un forte conformismo. Non rispolvero qui il paragone, troppe volte fatto, con l’identità dei media negli altri paesi.
Questo conformismo non era una attitudine etica e nemmeno psicologica.
It’s the economy, stupid, diceva il Presidente Clinton.
La comunicazione italiana è sempre stata influenzata e imbrigliata da un colossale conflitto di interessi – economici, politici e ideali. Nessuna proprietà pura nel nostro paese – gli editori che investono solo nell’editoria sono stati una eccezione e non la regola.
Non è una colpa – ma forse una condizione obbligata. In un paese con un mercato asfittico, e uno Stato a lungo dominante, l’editoria era merce essa stessa bloccata. I fondi – e questo si trascina fino ad ora – per la sopravvivenza di una testata non venivano certo delle vendite e l’editoria è stata sempre fino a un certo punto un business.
Tutto questo ora lo sappiamo. Sappiamo fino in fondo quanto contino nella comunicazione gli interessi, gli intrecci societari, e le battaglie ideologiche. Ma lo sappiamo così bene anche perché lo abbiamo capito su pelle viva. In altre parole, presi nel più gigantesco dei conflitti di interessi, quello di Silvio Berlusconi, abbiamo scoperto anche tutti gli altri conflitti di interessi. Quelli dei media e aziende per cui noi stessi lavoravamo.
Questa è stata la grande maturazione che il decennio passato ha regalato a noi giornalisti, e alla società intera. Abbiamo scoperto intanto che il nostro paese è un ingorgo di nodi di interessi. Nessuno più oggi può evitare di ragionare su un sistema chiuso e autoreferenziale – sia esso quello che ha nutrito il fenomeno Berlusconi, sia quello che ha nutrito il grande default nazionale del mercato, delle banche e del loro ruolo terzo.
In questa scoperta sono state messe alla prova tutte le lealtà che prima automaticamente venivano riproposte. Domande mai fatte prima hanno attraversato il mestiere del giornalista. La più importante: scrivo o non scrivo un articolo contro la mia proprietà, sia essa un partito, una azienda, un patto di sindacato? Questa è stata la vera messa alla prova di noi della stampa.
Per me è stato affrontare o meno gli aspetti negativi di una parte politica in cui, come è noto e come ho sempre dichiarato, mi ritrovo come cittadino , il centro sinistra. Per altri è stato dover parlare o meno di conflitti economici dei proprietari delle loro testate. Per altri, e vediamo questo fenomeno forte nella stampa cattolica, la messa alla prova è avvenuta addirittura sul sensibilissimo terreno dello scontro fra fede e realtà dei fatti – la storia della pedofilia
docet.
Ognuno di noi ha poi risolto come voleva o poteva questi conflitti di interessi dentro il proprio lavoro, la propria azienda, e le proprie convinzioni. Ma
l’aver dovuto guardare in faccia, nella pienezza di uno scontro sociale e politico che non ha mai dato tregua, la questione delle proprie lealtà, se a un gruppo, a una idea, o al mestiere, è stata una grande prova. Le tradizionali linee di sicurezza si sono spezzate.
Certo, buona parte di questo cambiamento è stato un portato della rivoluzione (anche produttiva) del web. La impressionante capacità della rete di rendere impossibile nascondere qualsiasi cosa, è forse la più grande rottura sistemica finora avvenuta – e non solo da noi . Di questo per altro dovrebbe davvero preoccuparsi la struttura attuale dei media, che invece preferisce immaginare ancora un armonioso passaggio fra tradizione e innovazione.
Oggi ogni segretario di partito, ogni banchiere, ogni imprenditore, sa che non deve necessariamente aspettarsi dai giornalisti della sua testata un trattamento di favore. Ogni istituzione sa di non essere più per sua natura esente da analisi e critiche. E
gli stessi media che ogni giorno oggi in Italia offrono il loro prodotto hanno una libertà in più, e una in meno: sanno che saranno giudicati essi stessi in filigrana, per i propri conflitti di interessi, oltre che quelli altrui. E voi non pensate che questa sia una straordinaria maturazione del nostro paese?