Il linguaggio politico si distingue in due sfere: quella del discorso pubblico (che si rivolge ai cittadini e agli avversari) e quella del discorso interno (che si rivolge ai membri e ai sostenitori delle forze in questione). In epoca moderna, nella prima ha preso un posto speciale il linguaggio che si adopera nei media, che sono diventati il principale canale di trasmissione dei messaggi dalle forze politiche ai cittadini.
Entrambe le sfere contengono vari attrezzi: un vocabolario per indicare le cose e le persone, delle formule (popolarmente dette tormentoni) che servono a far presa e a lasciare un ricordo immediato, una retorica per argomentare, una raccolta di simboli (logo, bandiere, immagini, colori, canti e canzoni…). Questo insieme di risorse è in parte soggetto ai cambiamenti della storia, in parte stabilmente legato alle tradizioni di una forza politica. In ogni caso, costituisce, nella sua globalità, un patrimonio – o per meglio dire un tesoro – che ogni forza politica elabora con cura e conserva gelosamente come un bene culturale.
Naturalmente,
lo stato di conservazione di questo patrimonio dipende anche da una varietà di fattori esterni. Il primo è il grado di successo che un certo partito riscuota: a un insuccesso prolungato corrisponde inevitabilmente il deperimento di una parte di quel linguaggio (formule, retoriche, vocabolario…). Un altro è il variare della chimica del partito: se le sue componenti si modificano e ciascuna porta con sé un linguaggio proprio, il risultato potrà variare in modo serio, e non necessariamente in meglio. Infine, va considerato il comportamento degli avversari: una delle loro mosse può esser proprio il tentativo di distorcere e inquinare il patrimonio di linguaggio politico dell’altro, per esempio associandolo a esperienze storiche negative e comunque connotandolo criticamente.Questi brevi argomenti aiutano a capire come oggi il linguaggio di quella che chiamiamo sinistra, un po’ dappertutto in giro per l’Europa ma specialmente in Italia, stia attraversando una perturbazione senza pari, che lo ha sfibrato e privato della sua forza.
In Italia, i vent’anni di berlusconismo, con la perniciosa radiazione populistica che hanno diffuso ovunque, hanno dato al linguaggio pubblico un colpo fatale. In senso neutro si è trattato di un’innovazione senza pari; quanto al merito, di un crollo.
Argomenti volgari e
ad personam, un vocabolario aggressivo e sboccato, semplicismi insopportabili per temi complessi, dileggio sistematico dell’avversario (l’appellativo di comunisti impiegato a ogni piè sospinto) hanno distorto il clima comunicativo della politica senza che nessuno, dalla parte avversa, trovasse il modo di ribattere in modo efficace. A ciò si aggiunge un codice mediatico studiato a tavolino con ricorso a sistemi inusuali praticati a freddo (
overtalking, urla selvagge, iterazioni ossessive, volgarità e insinuazioni personali adoperati come metodo), che è penetrato nella coscienza del fragile pubblico italiano lasciando non poche rovine sul terreno.
Nel contempo il berlusconismo inventava un vocabolario spicciolo di basso rango ma di grande efficacia: mettere in campo, scendere in campo, fare un passo indietro, remare contro, odio e invidia personali, ecc., che rappresenta banalmente la vita come un campo di calcio o una rissosa camerata, che i suoi avversari non solo non hanno rifiutato e rintuzzato, ma assorbito e rimesso in circolazione.
Nel contempo il linguaggio dell’altra parte (che non si chiama più sinistra ma centro-sinistra…) si scoloriva come conseguenza del cambiare della chimica sottostante. La fusione di una componente ex-marxista e una ex-democristiana, quale che sia la valutazione storica da darne, non ha prodotto (né poteva) una corrispondente fusione del patrimonio comunicativo, ma ha inevitabilmente favorito la virtuale dissoluzione delle tradizioni dell’una e dell’altra.
Il segretario attuale del partito azzarda con prudenza, nei suoi comizi, l’appellativo compagni e compagne, gli “ideali” (parecchio scoloriti anche quelli) non hanno più un nome preciso, le bandiere hanno perduto i colori e quanto ai canti si è scivolati…fino a Ivano Fossati! Una certa “paura linguistica” del passato ha diffuso ovunque i suoi effetti. Alla base sembra esserci la paura di far paura.
Basterà pensare che
nel principale partito di opposizione il termine socialismo coi suoi derivati e prefissi è scomparso: non appare nello statuto, non negli interventi, non nei logo, persino antichi segretari lo evocano mettendo gran mani avanti…Ciò è dovuto, a mio avviso, da un lato alla nuova, non ancora consolidata, chimica del partito e dall’altro al brutale impatto, non contrastato, del linguaggio dell’avversario. Come effetto complessivo, il principale partito di opposizione italiano ha eroso il suo codice comunicativo e non riesce a inventarne un altro, né interno né esterno.
Grave, ma meno, la situazione in Francia e in Spagna. I recenti congressi dei rispettivi partiti socialisti hanno mostrato che, malgrado il prolungato martellamento delle forze avverse (sarkozysti e PP non sono club di dame…), le due sinistre hanno conservato buona parte del proprio tesoro linguistico: intanto la famiglia di parole attorno a socialismo appare tranquillamente ovunque, e poi gli argomenti hanno “nomi di sinistra” (bene o male che ciò sia, naturalmente). Perfino i simboli, i canti e i gesti sono quelli a cui la tradizione di sinistra è attaccata.
Basterà ricordare il tono realmente socialista (secondo alcuni analisti, anche troppo) delle proposte presentate in gennaio 2012 da François Hollande per la campagna presidenziale; oppure ad alcuni argomenti, se vogliamo schematici ma sicuramente netti, usati da Carme Chacón nel congresso PSOE di qualche giorno fa (“¡Si decimos socialismo, es socialismo!”). Chi in Italia avrebbe il coraggio di dire e fare cose di questo genere?
In conclusione,
una delle tante rifondazioni a cui la sinistra dovrebbe applicarsi è proprio questa: rifondare il proprio patrimonio linguistico e comunicativo, espellendo quegli oggetti diventati inservibili (io ci metterei, ma è una posizione impopolare, anche gli appellativi compagno e compagna), salvando il salvabile (io ci metterei la famiglia di socialismo) e rinnovando ab imo tutto l’arsenale. Ma, siccome il vocabolario serve per chiamar le cose, prima di inventare nuove parole bisognerà aver inventato le cose a cui applicarle!