Antonio Lattuada  
Insegna Teologia Morale alla Facoltà teologica di Milano

Principio di sussidiarietà e dottrina sociale cristiana

Le ragioni per cui il “principio di sussidiarietà” è diventato in tempi recenti oggetto di generale consenso sono molteplici. Ma molteplici – e spesso divergenti, se non opposti – sono anche i modi di intenderlo e di declinarlo nella prassi sociale e politica. Si sa che ogni principio o criterio normativo è sempre esposto al rischio dell’abuso ideologico, come il proverbiale “naso di cera” che di volta in volta può essere piegato secondo i corrispondenti interessi.

Poiché è comune il riconoscimento del contributo fornito dalla “dottrina sociale della chiesa” alla elaborazione di tale principio, qualche chiarimento circa il suo uso corretto può essere acquisito se esso viene interpretato mantenendone la collocazione nel contesto originario. Alla luce della complessiva dottrina sociale della chiesa è possibile calibrare meglio la sua portata, ma anche i suoi limiti. Al riguardo valgono almeno due considerazioni.

Primo, il principio di sussidiarietà è solo un elemento di una più ampia ed articolata costellazione di “principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione” (Paolo VI, Octogesima adveniens n. 4). Esso non può quindi essere correttamente inteso se viene considerato a prescindere dalle altre istanze normative proposte dalla dottrina sociale della chiesa. Peraltro il consueto elenco di tali istanze, per sua natura, non né esaustivo né definitivo. Esso dipende anche dalle specifiche problematiche imposte dalle concrete vicende storiche e sociali.

La “questione ambientale”, per esempio, ha indotto la predicazione sociale della chiesa ad aggiungere ai più antichi principi di “personalità”, “sussidiarietà”, “solidarietà”, “bene comune” e “giustizia”, anche quello di “sostenibilità”. Inoltre simili principi sono tra loro logicamente connessi mediante reciproci rimandi e parziali sovrapposizioni. Il senso di ciascuno può quindi essere determinato solo tenendo conto della connessione con gli altri.

Secondo, e più precisamente, il principio di sussidiarietà è inteso dalla dottrina sociale della chiesa come funzione del “principio di personalità”. Esso cioè formula alcune condizioni necessarie all’esercizio della responsabilità personale quale espressione della dignità di ogni essere umano.In tale funzione il principio di sussidiarietà assume i tratti di una spada a due tagli: implica infatti un divieto, ma anche un obbligo. Il divieto concerne il superamento delle proprie competenze da parte delle diverse istanze o istituzioni sociali: la società superiore o maggiore non deve intervenire se quella inferiore o minore è in grado di svolgere il proprio compito.

L’obbligo consiste nel dovere di intervenire - in modo sussidiario (e in nome del “principio di solidarietà”!) - se l’istanza minore non è in grado di esercitare attivamente la propria responsabilità e al fine di produrre le condizioni necessarie perché sia resa capace di farlo. Che il principio di sussidiarietà si determini in concreto come divieto oppure – al contrario – come obbligo non può ovviamente essere dedotto dall’esame del principio stesso. Occorrerà considerare altri aspetti della realtà.

Il quadro è reso ulteriormente complesso se si riconosce al principio di sussidiarietà non solo una valenza “deontologica”, in nome del diritto della persona all’esercizio della responsabilità, ma anche una valenza “teleologica” in nome dell’efficienza dell’agire sociale. L’esperienza insegna infatti che quanto più una società è estesa, tanto più pesante ed invadente è il ruolo dei sistemi burocratici, e tanto più rilevanti sono gli effetti collaterali negativi prodotti dalla burocratizzazione (spesso una “eterogenesi dei fini”). Tuttavia la medesima esperienza insegna anche che l’esercizio della responsabilità personale e l’efficienza dell’agire sociale non sono necessariamente convergenti. Non è escluso che di fatto l’affidamento all’iniziativa personale risulti più inefficiente, e viceversa che l’esigenza di efficienza richieda di ridurre lo spazio della responsabilità personale. Nel caso di concorrenza fra le due valenze – deontologica e teleologica – il giudizio circa l’alternativa da preferire, ancora una volta, non può essere immediatamente dedotto dal principio di sussidiarietà. Determinanti saranno altri generi di considerazione.

A conclusioni analoghe – e alle quali non è qui possibile accennare – conduce l’esame anche degli altri principi: di solidarietà, di giustizia e soprattutto del bene comune. A proposito di quest’ultimo, però, merita di essere ricordata la distinzione, faticosamente acquisita dal dibattito ecclesiale circa il diritto di libertà religiosa, tra il concetto di “bene comune” e quello di “ordine pubblico”, quest’ultimo inteso come complesso delle condizioni necessarie alla realizzazione del bene comune (tra esse la “giustizia”). Tale distinzione contribuisce alla migliore comprensione del principio di sussidiarietà in quanto sostiene la distinzione fra Stato e “società civile” e dispone a definire più precisamente il loro rapporto reciproco e “sussidiario” (cf. Concilio Vaticano II, Dichiarazione Dignitatis humanae, n. 7).

Quanto fin qui detto nell’ottica della dottrina sociale della chiesa permette di intendere meglio la pertinenza del ricorso ai “principi di riflessione” e in particolare a quello di sussidiarietà. La loro “applicazione” alle concrete situazioni sociali solleva problemi ancora maggiori di quelli che già si pongono per l’applicazione delle leggi ad opera di pubblici amministratori e giudici.

Insostenibile è la concezione “meccanica” di applicazione (quasi si trattasse di un sillogismo pratico), così come quella ideologica o discrezionale (determinata dall’interesse dominante). Occorre invece riconoscere ai “principi di riflessione” una funzione propriamente ermeneutica.

Assieme agli altri principi, quello di sussidiarietà concorre a definire la pertinente precomprensione antropologica, o - parlando con metafore - la prospettiva, o le coordinate, o l’orizzonte di senso entro cui interpretare e valutare la concreta situazione storica e sociale.

Già nell’ambito della pratica medica, la “diagnosi” quale condizione necessaria per la scelta di una adeguata “terapia” non è riducibile alla descrizione più o meno esaustiva dei sintomi. Essa implica un’opera di interpretazione valutante, o di “immaginazione produttiva” (P. Ricoeur) della realtà. Senza un orizzonte non è possibile orientarsi, specialmente in un territorio così complesso ed accidentato come la società contemporanea. L’orientamento è necessario anzitutto per individuare i luoghi critici e ponderare i difetti della situazione. E tuttavia non è sufficiente.

Non è dall’orizzonte che si può immediatamente dedurre la diagnosi adeguata della condizione storica, e tanto meno le strategie efficaci di intervento per rimediare ai mali diagnosticati. È necessaria invece una intelligenza “ermeneutica” da cui non si può certo pretendere l’univocità e quindi la certezza del sapere “scientifico”, ma che neppure può essere ridotta alla discrezione arbitraria del pregiudizio ideologico. Dal principio di sussidiarietà non si deve pretendere di più né attendersi di meno di quanto può dare.