Paolo Borioni  
Lavora per la Fondazione Brodolini e per il Center for Nordic Studies dell'Università di Helsinki

Innovare guardando all'Europa

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Pur essendo indubbio che il finanziamento ai partiti va riformato, occorre fissare alcuni concetti per capire in quale direzione muoversi: 1) le migliori soluzioni si trovano nell'Europa continentale, e dal lato opposto c’è il sistema Usa; 2) Tramite il sistema di finanziamento si determina gran parte del tipo di partecipazione che si intende ottenere. Il sistema Usa conferma che un finanziamento pressoché esclusivamente privato non favorisce l’abbattimento dei costi della politica, immensi in quel paese nonostante l’esilità territoriale e volontaria dei partiti fra le elezioni. La ragione è che sono indispensabili le sezioni e la selezione dei quadri dal basso come in Europa, perché solo così si anima la democrazia con risorse non eccessive; 3) la forza dei partiti non corrisponde affatto ad una società paternalistica e bloccata come alcuni affermano.

Partiamo da questo: i dati rivelano che l’Italia non è molto al di sopra della media europea in quanto a potere di nomina (patronage) dei partiti. Inoltre, sui suoi stessi valori sono due paesi di grande efficienza e competitività come la Germania (leggermente al di sotto) e l’Austria (leggermente al di sopra).

Quindi i partiti possono legittimamente selezionare parte della classe dirigente per rinforzare la democrazia, ed in effetti in Italia è indiscutibile che la democrazia sia stata costruita ad un livello di qualità europeo. Semmai i veri problemi sono giunti negli ultimi 18 anni, quando la presenza sociale dei partiti si è rarefatta, la loro capacità di rappresentare grandi ideali si è indebolita, e la loro gestione si è personalizzata, divenendo eccessivamente mediatica e personalistica.

In Austria e Germania i partiti non sono, come da noi, stati investiti da pseudo-innovazioni che demonizzano il modello europeo del Novecento. Il problema è che la particolare influenza della guerra fredda e dei poteri esteri in Italia ha impedito di limitare il forte ruolo (tutt’altro che solo italiano) del finanziamento informale o illecito. Soprattutto, questo alla fine (specie nella Dc e nel Psi) è sfuggito al controllo centrale ed ha minato il tesseramento, distorcendo proprio i parametri dell’inclusione e della rappresentanza. Ecco perché è vitale una legge sulla base dell’art. 49 della Costituzione, che stabilisca l’importanza dei partiti per la democrazia nell’unico modo possibile: regolandone la vita interna, con sanzioni comminate da un’apposita magistratura indipendente.

Negli anni della “prima repubblica”, comunque, i partiti tramite la propria capacità di associare larghe masse, includerle negli ideali, nella democrazia e nella politica e poi selezionare classi dirigenti popolari sono stati un indubbio canale di mobilità sociale. La loro scarsa popolarità odierna dipende quindi soprattutto da due fattori: da un lato essi non sono più riusciti a riformare il capitalismo modificandone la tendenza verso sfruttamento e diseguaglianza.


Dall’altro, inevitabilmente, hanno assunto su di sé i vizi di una società più disuguale: data l’egemonia neoliberale, hanno avuto minori risorse (e intenzioni) per trasformare la situazione, il che ha ridotto la loro rappresentatività, facendoli identificare con lo status quo. È questa la principale causa dei populismi, il resto è ideologia elitista. Tutto ciò è confermato proprio dai dati sulla mobilità sociale.

I paesi a maggiore mobilità sociale sono quelli in cui avviene la migliore redistribuzione primaria (ovvero la maggiore redistribuzione di profitti verso i salari) e dove esiste una democrazia fortemente radicata: partiti forti e non “liquidi” (concetto sconosciuto nelle democrazie più avanzate), sindacati forti e welfare forte. Sono i paesi nordici. Subito dopo ci sono appunto i paesi germanici, che hanno livelli apprezzabili (ma non nordici) di eguaglianza e hanno però appunto partiti più forti nel promuovere la classe dirigente diffusa, il che evidentemente potenzia la mobilità eguale.

Inevitabilmente, i paesi con minore mobilità sociale sono gli Usa e il Regno Unito, perché il loro sistema sociale produce forte disuguaglianza, e d’altra parte il loro sistema politico-partitico non vi rimedia come abbiamo visto accadere in Austria e in Germania.

In Usa, poi, altri dati ci dicono che la politica è altamente condizionata dai grandi poteri economici, con ricambio bassissimo ai vertici. Purtroppo, la mobilità sociale italiana è poco migliore che negli Usa, poiché negli ultimi 20 anni è cresciuta la diseguaglianza primaria, e il welfare, che in parte la riduce, è stato indebolito. E così pure i partiti, con la loro passata capacità di promuovere partecipazione e classe dirigente.

Ma non si tratta di un destino antropologico, a patto che si scelgano i modelli sociali e politici giusti e non quelli errati. A patto quindi che si torni a riformare il capitalismo nel senso della maggiore parità capitale-lavoro, innovazione, mobilità, e si pratichi un finanziamento partitico che, pur ridotto, rimanga forte e promuova il radicamento e la cultura politica. Come?

Va rafforzato il radicamento perché la rappresentanza e la rappresentatività di un partito socialista/progressista implicano coerenza fra ceti rappresentati, politiche (privilegiando l’innovazione/eguaglianza e la remunerazione delle competenze anziché lo sfruttamento intensivo del lavoro) e provenienza di militanza e risorse. La socialdemocrazia nordica pratica (nonostante recenti contraddizioni) tale coerenza fra sistema socio-produttivo, elevato finanziamento dallo Stato e finanziamento dal sindacato. Quest’ultimo è però difficile da imitare in altre tradizioni.

La Germania, quindi, somma alto finanziamento pubblico ai partiti (133 milioni di Euro) e alle fondazioni di partito (circa 400 milioni per formazione e cultura politica, mai propaganda). Soprattutto, una quota importante di questo finanziamento è composta da “fondi proporzionali”, ovvero erogati in base non ai voti, ma alle piccole donazioni dichiarate, comprese le quote di adesione, magari da promuovere fiscalmente, così da incentivare la trasparenza.

Si dovrebbe prevedere inoltre che una quota obbligatoria di finanziamento pubblico vada alle sedi locali e di quartiere. Ricostruita la forza del partito sul campo, si dispone del miglior potenziale di dialogo e monitoraggio sociale, riducendo la dipendenza da costosi sondaggi e focus groups. Il potenziale però va realizzato con la formazione: corsi ai militanti per comunicare, raccogliere piccole cifre, organizzare feste locali, eventi culturali e ricreativi.

Questo costruisce la fiducia in sé delle sezioni territoriali, e moltiplica la loro presenza anche lontano dalle elezioni: un fattore vitale di credibilità. Inoltre, tale base, opportunamente formata, consente di innovare: si può affidare singole campagne di finanziamento per progetti concreti (di formazione democratica per italiani etnici e cittadini immigrati, solidarietà, cultura in zone disagiate, cultura antimafia, partecipazione femminile) alle organizzazioni dei giovani, delle donne, o a zone in cui è importante incrementare la presenza del partito.

Questo tipo di attivazione dei vari settori del partito può: 1) farli entrare in contatto con nuovi aderenti; 2) assicurare loro un finanziamento proporzionale ai risultati ottenuti, accrescendo così la varietà e la capacità funzionale (non solo territoriale) dell’organizzazione. Inoltre, si potrebbero coinvolgere le associazioni vicine, e il sindacato, in queste operazioni, allargando l’ampiezza operativa e la base di raccolta delle campagne.
È importante farlo intensificando in modo innovativo la relazione con l’area di riferimento sociale del partito, ovvero reciprocamente e duplicemente: prima attivando il contatto per sostenere progetti valorialmente condivisibili, poi restituendo risorse sotto forma di iniziative diversificate, così da coinvolgere settori e livelli diversi della propria militanza e della propria area di consenso.