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TAMTAM | Articolo
5 dicembre 2011
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Francesco Saverio Garofani  

I cattolici dopo il ventennio berlusconiano

Uscire dal ventennio berlusconiano: come? Sceglierei un titolo del genere per approfondire molti degli interrogativi che circondano il “mondo cattolico” oggi nel suo tormentato rapporto con la politica.

La questione è d’attualità, amplificata da letture giornalistiche sempre molto attente a ciò che si muove nella superficie del potere italiano. E i media che danno risalto a questi movimenti, e che in qualche modo contribuiscono a produrli e ad alimentarli, parlano già del “partito di Todi” segnalando la presenza di diversi ministri cattolici nel governo Monti come il segno di una riscossa a lungo preparata nella riservatezza dei palazzi del potere religioso e poi portata alla luce nell’assemblea umbra dello scorso 17 ottobre. Raccontata così la vicenda rischia di assumere i contorni di una mera operazione di potere, paragonabile e sovrapponibile a tante altre: alcune personalità autorevoli, scelte dall’alto, collocate in posizione di potere per garantire direttamente alcuni interessi e dimostrare una propria forza nella mappa del nuovo potere post-berlusconiano. Per fortuna le cose sono in po’ più complicate. Così come complicato, plurale, articolato e vitale è il mondo cattolico italiano.

Torniamo, allora, alla domanda iniziale: come uscire dal berlusconismo. Il che implica la necessità di riconoscere una realtà scomoda. E cioè che questi lunghi, infiniti diciassette anni hanno visto un sostegno duraturo e talvolta esplicito di una larga parte della gerarchia al berlusconismo e al suo sistema di potere. Perché questo è avvenuto? E cosa ha prodotto questa scelta nel rapporto tra cattolicesimo e politica?
Andiamo per ordine.

Esistono ragioni che affondano nella storia di questo Paese e riconducono alla naturale propensione conservatrice di una parte consistente del mondo cattolico italiano e della gerarchia. Si potrebbe richiamare il consenso espresso dalla Chiesa italiana al fascismo, almeno fino al 1938, quando le leggi razziali, l’alleanza con Hitler e poi la guerra misero in crisi il rapporto con il regime di Mussolini. E poi, nel dopoguerra, le vicende del “partito romano”, messe in luce dagli studi di Andrea Riccardi, con le reiterate iniziative per aprire a destra le porte della Dc che De Gasperi aveva scelto di tenere chiuse. Tensioni e contrapposizioni ciclicamente emerse nella vicenda democristiana, anche negli anni successivi.

Certo, parliamo di stagioni diverse e lontane, segnate da una questione molto delicata come quella del rapporto tra Chiesa e democrazia, dopo gli anni di una dittatura e in un tempo profondamente segnato dal peso di ideologie totalizzanti. E tuttavia credo che una rilettura della storia del cattolicesimo politico italiano non possa prescindere da quelle esperienze. Del resto è stato un grande maestro come Pietro Scoppola a sottolineare il valore del rapporto tra storia e politica nel farsi di processi politici che si dipanano nel tempo e si proiettano nel futuro.

Nel 1977, quando uscì La proposta politica di De Gasperi, l’oggetto della ricerca di Scoppola era esattamente questo: il problema dell’eredità del fascismo e il legame da ricostruire tra cattolicesimo politico, Chiesa e democrazia. La risposta degasperiana, la sua originale “proposta politica”, ha segnato cinquant’anni di storia politica dei cattolici lungo un itinerario caratterizzato da alcuni punti fermi: l’autonomia della politica, l’unità partitica dei cattolici, la laicità come presupposto della necessaria cultura della mediazione. Questi ingredienti hanno consentito a De Gasperi prima, e poi ai suoi successori, ed in particolare Aldo Moro, di guadagnare e fidelizzare alla democrazia le masse cattoliche facendo della Dc, come ha recentemente detto Riccardi in una bella relazione dedicata al tema, “un partito degli italiani al centro del sistema, capace di mediare, unire, sintetizzare”, capace di valorizzare al meglio la tensione unitiva della cultura cattolica.

La stagione democristiana si consuma lentamente attraverso contraddizioni, opacità, comportamenti che tradiscono i principi che pure si affermano: tutto ciò, a lungo andare, incrina la credibilità del partito agli occhi del mondo cattolico, ma non fa crollare i pilastri portanti di quella cultura politica.
Né a mettere in crisi i principi di autonomia, responsabilità, laicità della politica sono le scelte conciliari, che pure modificano il rapporto tra fede e politica aprendo la strada al pluralismo delle opzioni politiche, sostituendo l’unità politica con una nuova centralità delle coscienze cristianamente formate. Usando una schematizzazione forse impropria si potrebbe arrivare a dire che dopo il Concilio, dopo il movimento studentesco del ‘68 e soprattutto dopo il referendum sul divorzio del ’74, si assiste ad uno “scavalcamento” a sinistra della Dc da parte di una fetta significativa dell’opinione pubblica e di pezzi rilevanti dell’associazionismo cattolico, soprattutto giovanile. Ma anche questa dinamica non cancella la cultura politica democristiana e soprattutto non produce arretramenti sul terreno politico e democratico.
Tutto cambia dopo il ’94, con la fine del partito democristiano e l’inizio di quella che si definisce la diaspora cattolica.

In realtà, più che sulla diaspora (termine che liquida troppo frettolosamente ed ingiustamente la “resistenza” dei Popolari di Martinazzoli prima, e poi la stagione dell’Ulivo e quella conseguente del Pd con un innegabile protagonismo dei cattolici democratici) sarebbe necessario porre l’accento sulla rottura del rapporto “fiduciario” tra ciò che resta in campo del cattolicesimo politico e della cultura cattolico democratica e vertici della Chiesa italiana. Ancora Andrea Riccardi nella relazione già citata parla di due classi dirigenti cattoliche, i vescovi e i politici democristiani, “che rivendicano autonomia nella gestione della cosa pubblica”.

Ebbene, con la stagione ruiniana le strade si separano fino a divergere. La decisione della Chiesa italiana di “autorappresentarsi” sulla scena politica con una interlocuzione diretta con il potere per tutelare gli interessi cattolici, certamente non solo quelli materiali ma anche quell’insieme di valori “non negoziabili” che definiscono la “questione antropologica”, non solo finisce per isolare e delegittimare chi in politica si richiama alla tradizione cattolico democratica e riafferma il valore/dovere della mediazione, ma produce un progressivo impoverimento di cultura politica e di perdita di ruolo del laicato cattolico, che pure continua ad animare un mondo associativo ancora ricco e vitale.

Questa scelta finisce per aprire una linea di credito nei confronti della destra di governo di cui Berlusconi approfitterà fino all’ultimo. Fino a quando, cioè, risulterà impossibile continuare a giustificare di fronte ad un’opinione pubblica cattolica sempre più sconcertata e scandalizzata i comportamenti e gli stili personali del presidente del consiglio e della sua corte. E tuttavia ci si deve chiedere oggi se questa “scelta politica” della Chiesa italiana non abbia contribuito, sia pure indirettamente, ad un indebolimento della democrazia del nostro Paese, se è vero che, ancora prima degli scandali personali, il berlusconismo si è caratterizzato per un progressivo svuotamento del processo democratico, per una graduale delegittimazione delle istituzioni rappresentative, per l’affermarsi di un populismo tutto giocato sul carisma mediatico della leadership in un rapporto diretto con il “suo” popolo, per una ostinata demolizione dei principi di legalità, solidarietà e sussidiarietà, fino a mettere in discussione – attraverso lo spazio garantito alla Lega – la stessa idea di unità nazionale.

Tutto questo è stato tollerato troppo a lungo da una parte troppo larga della gerarchia, mentre dal basso, dalle parrocchie, da ampi settori dell’associazionismo, dal laicato militante venivano voci di forte disagio ed esplicito dissenso.Penso alle Settimane sociali, a quella di Bologna, dedicata al tema della democrazia, quella di Pisa e Pistoia, dedicata al tema del bene comune, o l’ultima, quella di Reggio Calabria, dove si è discussa un’agenda di speranza per l’Italia.

E siamo ad oggi. Fuori dal berlusconismo, finalmente. La questione non è tanto quella di un “partito di Todi” o di uno, ancora più incomprensibile, degli “anti Todi”. Si tratta invece di analizzare in cosa si concretizza quello che alcuni titoli di giornale hanno definito “il risveglio dei cattolici in politica”. Uno slogan, molto usato, afferma che sarebbe finito “il tempo delle deleghe”. Verrebbe da chiedersi quali deleghe siano state date, da chi e a chi. Ma è più interessante, e senz’altro più utile, cercare di dare risposta ad un’altra domanda: come ricostruire un rapporto di fiducia tra la Chiesa e i laici impegnati in politica nel tempo della democrazia dell’alternanza e del bipolarismo. Fuori, cioè, da quella condizione unitaria che rese possibile, con la Dc, l’affermarsi di quella cultura politica i cui presupposti necessari erano e restano l’autonomia, la responsabilità e la laicità, e che anche da schieramenti contrapposti può contribuire al consolidamento della democrazia per tutti.

Del resto questo obiettivo, il compimento definitivo del percorso fondativo della democrazia italiana, è quello che Pietro Scoppola fissava come missione fondamentale del Partito democratico. E non a caso collegava a questa missione un corollario che finalmente sembra prendere forma almeno nella consapevolezza del gruppo dirigente democratico: la necessità, cioè, di dare al partito una esplicita “politica ecclesiastica”. Qualcosa di più e di diverso di una semplice relazione diplomatica, nella consapevolezza che alla democrazia italiana e alla sua ricostruzione dopo il tempo della crisi, serve non solo il consenso ma prima ancora l’apporto di valori, di idee, di cultura, di spiritualità che può venire da una tradizione ancora viva e radicata nel tessuto civile e nella coscienza del Paese. Questo, deve essere chiaro, non è un problema dei cattolici nel Pd, ma un tema che interpella il partito nel suo insieme e che tocca una ragion d’essere costitutiva del progetto democratico.